Per quanto tempo lo ricorderemo probabilmente in eterno perché solo con il passare degli anni ci renderemo conto dell’irripetibilità di quanto fatto dalle ragazze del volley di Velasco. Campionesse di tutto, da Bangkok a Bangkok, da quel piccolo torneino che è la Nations League del 2024 passando per l’oro olimpico che mai avevamo festeggiato, un’altra Nations League e l’apoteosi, sempre a Bangkok -dove tutto era iniziato- del titolo mondiale che mancava da 23 anni. Non dimenticheremo mai il gesto tecnico di Paola Egonu, il muro di Sarah Fahr e Kate Antropova e la costruzione in palleggio di Alessia Orro premiata con pieno merito come MVP dell’intero torneo. Alza la coppa Moki, alzala alta, come accadde alla nazionale di Marco Bonitta a Berlino nel 2002. De Gennaro che ancora una volta supera il marito e allenatore a Conegliano Daniele Santarelli, ma sarà l’ultima volta, l’ultima in nazionale, dopo aver vinto ogni trofeo ogni titolo e con un palmares forse ineguagliabile, Moki dirà basta con l’azzurro dopo 364 presenze. Qualcosa di irripetibile dicevamo, che non era mai accaduto in precedenza che eleva Julio Velasco nell’olimpo dei più grandi tecnici della stoira italiana espandendo ad ogni sport, al fianco di Vittorio Pozzo e di Ratko Rudic: solo loro, nel calcio e nella pallanuoto, sono riusciti ad aggiungere ad un oro olimpico anche il titolo mondiale in maniera consecutiva.

Italia campione del mondo: come Velasco ha reso le azzurre invisibili
La chiamavano la generazione di fenomeni, la squadra magica in grado di vincere tre titoli mondiali, due dei quali sotto la guida di Velasco stesso. Quella squadra che si fermò nel torneo a cinque cerchi ad un passo dal gradino più alto, in una delle sconfitte più sorprendenti della storia del nostro sport, contro l’Olanda. Dopo quella sconfitta la prima era Velasco giunse alla conclusione, ma il mister filosofo italo argentino aveva già in mente un nuovo progetto. Andiamo avanti con le lancette del tempo, ripensiamo a Italia Turchia, ma non questa di Bangkok, quella del 2023: la nazione femminile inseguiva il mondiale ormai da due edizioni consecutive, lo aveva sfiorato con un argento nel 2018 e poi con un bronzo nel 2022, di mezzo avrebbe dovuto difendere il titolo europeo del 2023, ma le cose andarono diversamente. Melissa Vargas fu la protagonista del crollo italiano, e trascinò la sua Nazione al successo, sembrava destinata ad aprire un ciclo l’opposta che è stata premiata come migliore nel suo ruolo anche qui in Thailandia. A quel punto Davide Mazzanti si trovava condannato al pre olimpico e la mancata qualificazione diretta ha messo fine alla sua carriera sulla panchina dell’Italia per lasciar spazio proprio al ritorno di Julio Velasco che ha finalmente potuto cogliere i frutti della sua intuizione chiamata Club Italia. Il progetto voleva riunire tutte le giovani più promettenti del paese nella stessa squadra e lanciarle nella mischia dei campionati di massima categoria. Come quando si tolgono le rotelle alla bicicletta dei bambini, si ricava qualche ammaccatura, qualche sbucciatura ma il risultato alla fine arriva sempre ed è proprio dal club Italia che arrivano 5 delle sette titolari di questa nazionale femminile. Orro, Egonu, Fhar, Danesi e Nervini (senza dimenticare Cate Bosetti che ha vinto l’oro olimpico) hanno iniziato a bussare alle porte del paradiso come canterebbe Bob Dylan. Adesso si sono conquistate l’Eden sportivo, così infatti si gioca – e si vince- solo in paradiso diceva Fulvio Bernardini del suo Bologna, perchè la generazione di fenomeni di Velasco è tornata.

Demiurgo del successo, anche se nella sua carriera non ha sempre vinto ed è lui stesso che lo ha affermato che non si può semrpe vincere, bisogna imparare a soffrire e a superare partite che finiscono anche 32-30 al tie break. D’altronde, poco dopo la finale lo ha affermato anche Francesca Piccinini a Sky Sport, lei reduce dal successo del 2002: “Vincere così è molto meglio che vincere 3-0”. Un allenatore filosofo Velasco, non a caso, i tre anni della sua vita in cui è stato lontano dal volley nella sua Argentina li ha dedicati agli studi di filosofia e anche alla politica, all’impegno contro il regime che gli ha fatto sperimentare da vicino il dolore, come se la morte del padre quando era bambino non fosse abbastanza. La madre dovette crescere lui e Luis il fratello da sola, senza esimersi dal vivere un periodo spaventoso, quello in cui Luis stesso venne sequestrato dal Grupo de Tareas della dittatura militare, divenne per due mesi un desaparecido, venne torturato mentalmente e fisicamente. “Quello del regime di Videla fu un periodo così spaventoso che in famiglia non lo abbiamo mai superato. Quando venivano a prenderti ti chiamavano per cognome, non saprò mai se il bersaglio ero io che ero un militante all’università o mio fratello” affermò parlando di quel periodo di terrore in un intervista a Libero. Una uomo quindi che non si può far spaventare da un’ipotetica sconfitta. A 73 anni ha rilanciato l’obiettivo olimpico a Los Angeles e intanto quindi si è riservato il lusso di rendere invicibili le sue ragazze d’oro inserendo le nuove leve e forgiando una squadra perfetta. Ha capito i pregi e le debolezze di ognuna di loro, specificando che “Abbiamo giocato male alcune partite, il che è positivo perchè così anche loro sanno che hanno dei punti deboli e sanno come uscire dai momenti di difficoltà. Allenare le ragazze è qualcosa di diverso, loro sono più disciplinate mentre gli uomini si distraggono facilmente. Ma sono anche le prime che si giudicano e si autocriticano mentre l’uomo dubita meno di se stesso”. Ne è un esempio l’inserimento di Kate Antropova, un altro opposto, ma non una semplice riserva di Egonu. Con Julio le due sono diventate complementari, e ha permesso a Paola di risposare e rifiatare. Sta costruendo anche un futuro, con le novità Giovannini già oro olimpico come Omoruyi e Stella Nervini, la scoperta di questo mondiale. Ha vinto l’Europeo under 22 nel 2024, tra tre giorni, il 10 settembre ne compierà 22 di anni ed è la più giovane, si è guadagnata il posto da titolare giocando da veterana. Difesa costantemente da Velasco che ha creduto in lei, e l’ha trasformata in una campionessa, ne è un esempio la partita con la Polonia, il capolavoro di Velasco che ha chiamato quel time out rassicurante dopo il quale con un parziale di 7-1 le ragazze d’oro hanno chiuso set e partita rimontando dopo il 14-13 polacco. A quel punto una giocatrice avversaria aveva lanciato uno sguardo di sfida a Nervini, è li che si è fatto sentire Velasco: “Se tocchi Stella che è la più piccola del gruppo mi arrabbio, le ho fatto segno di guardare me”.

Motivatore, psicologo, una figura quasi paterna anche se lui ha sempre sostenuto che l’allenatore non deve e non può essere un genitore. “Chi vince festeggia, chi perde spiega” la sua massima più famosa, c’è da fidarsi e da incorniciare i suoi insegnamenti per qualcuno che teme, (relativamente considerando il suo passato) la sconfitta, ma sa benissimo come evitarla e infatti sono 36 partite ormai che non ha nulla da spiegare. “Per cambiare dovrei perdere” diceva in quella intervista alla Gazzetta di qualche mese fa, e infatti abbiamo notato che nella sua squadra campione del mondo le novità non sono tantissime anche se ha voluto addolcire quella sentenza: “squadra che vince non si stravolge“. Il segreto non è il gruppo come nei campioni d’Europa del calcio di Mancini, “Il segreto è giocare meglio degli altri e il gruppo si crea perchè vinci e non il contrario. Non serve che le ragazze escano insieme a cena, non siamo qui in vacanza” e infatti abbiamo notato pochi cambiamenti, poche novità ma funzionali all’obiettivo, innesti volti alla perfezione di squadra. Velasco ha reso popolare il volley con quella generazione di fenomeni, oggi è sempre merito suo se in un paese calciocentrico -com’era d’altronde ai tempi della generazione d’oro- al fianco di Jannik Sinner si è elevata la nazionale di volley femminile. In carriera si è anche lanciato in quel mondo del calcio, per una breve esperienza da dirigente con Lazio e Inter, ma è nel volley che la sua mano ovviamente doveva lasciare il segno. Il volley ha trovato il suo mito andandolo a cercare “quasi alla fine del mondo”, per usare le parole con le quali Papa Francesco si riferiva alla sua, alla loro Argentina. Giani, Zorzi, Bernardi, due mondiali tre europei, 5 World League gino a quell’argento di Atlanta che segnò la fine non della generazione di fenomeni, ma dell’era Velasco sulla panchina della nazionale maschile. Come detto, dalla Turchia alla Turchia per ricominciare, esplode l’astro di Melissa Vargas contro l’Italia, arriva quasi ad insinuare il trono di Paola Egonu che invece si riprende il suo scettro di Regina del volley mondiale al fianco di Velasco, il cui segreto, ha sempre affermato, è l’empatia, la stessa emozione alla quale Kurt Cobain ha affidato il ruolo di portaongista nella sua lettera di addio alla vita terrena. Empatia, filosofia, saggezza e disciplina rivoluzionaria che hanno cambiato il volto del volley italiano portandolo sul tetto del mondo.

Italia Campione del mondo, Egonu, Fahr, Orro: la nuova generazione di Fenomeni
Da quella stagione 2002 è cambiata la pallavolo italiana, fu quella la stagione dell’ultimo mondiale e la prima del Club Italia, la squadra dove anni dopo Paola Egonu realizzò i primi record di una carriera che finalemten la vede coronare il proprio palmares con il titolo mondiale che mancava dopo un argento (2018) e un bronzo (2022). Paola per il nostro volley è diventata un fulmine a ciel sereno, una rivoluzione, una tempesta che ha aperto le strade di questi traguardi. La giocatrice più forte del mondo è nata a Cittadella, fin da giovanissima ha dimostrato il suo coraggio e la sua personalità, non si è mai tirata indietro nel denunciare gli episodi di razzismo, anche dal palcoscenico del Festival di Sanremo dove in conferenza stampa nel 2023 affermò: “L’Italia è un paese razzista, ma sta migliorando”. Quando è stat cooptata giovanissima, adolescente dal Club Italia ha dovuto separasi dalla famiglia che era rimasta a lavorare a Manchester, una scelta che la accomuna al grande idolo sportivo azzurro di questo tempo, Jannik Sinner che anche lui ha dovuto lasciare le sue bucoliche montagne, e quindi separarsi dalla famiglia, per l’accademia di Piatti a Bordighera. Si impara più da una sconfitta che da una vittoria e infatti la carriera di Paola non è stata, come quella del suo allenatore, sempre vincente: i pensieri non potevano che andare alla sconfitta bruciante di Yokohama 2018 e anche ai quarti di finale persi più di una volta alle olimpiadi, senza contare il bronzo di apeldoorn 2022. Dall’ultimo mondiale nel 2002 è passata un’era pallavolista. Dal Qui e ora di Parigi l’Italia ha cambiato la filosofia, si è passati al concetto di Step By step, non è stata nominata l’olimpiade per tutta l’estate, il passato è passato e come detto da Julio non si impara così tanto da una vittoria, anzi confermarsi e replicare è ancora più difficile. E in effetti, mettendo a paragone olimpiade e mondiale, l’Italia ha sofferto più in Thailandia che in Francia, ha dovuto sporcarsi le mani. Dall’argento del 2018 sono rimaste in 5 di cui 4 titolari, tra di esse Mochi De Gennaro ma non Alessia Orro, MVP del torneo. Lei non era tra le convocate el mondiale 2018 ma aveva già partecipato ai giochi di Rio2016. Era successa la stessa cosa nel 2022 quando l’italia maschile vinse il mondiale con un palleggiatore, Simone Giannelli eletto MVP della manifestazione. Lei Adesso dopo anni in Italia andrà proprio in Turchia, ancora al fianco di Myriam Sylla. Una squadra che come abbiamo detto si è fregiata dell’aggettivo invincibile, ha dominato contro la maggior parte delle avversarie, liquidando agevolemten il girone a Pukhet e perdendo un set solo col Belgio, la partita dell’ansia per la tachicardia di Anna Danesi. Contro Germania e Polonia è stata un’altra passeggiata di un’ora che ha stupito persino Velasco che era preoccupato dalle teutoniche e anche dalla nazione numero tre del ranking mondiale. Quella sotto la direzione del mister italo argentino è una sinfonia perfetta, in media restano in campo per 68 minuti, questo fino alla grande sfida, la più bella di questo torneo contro il Brasile di Ze Roberto: 144 anni in due e 4 ori olimpici per i due allenatori “Ci ripetiamo spesso, finché non lasci tu non lo faccio nemmeno io” ha affermato Julio a proposito del direttore d’orchestra di Gabi e compagne. Il Brasile ci aveva sempre battute ai mondiali, cinque volte su cinque, è stato sfatato anche quel tabù. Il giro del mondo in due estati si è concluso poi a Bangkok con la Turchia, con Santarelli e Melissa Vargas. Le azzurre sono le figlie della vittoria del 2002, del trionfo che ha appassionato tante ragazze al volley ed è anche per questo che la pallavolo è lo sport al femminile più praticato del paese. Brividi per Fahr e Orro, entrambe con le caviglie malandate per due piccoli incidenti in partita e in riscaldamento, hanno stretto i denti, sono andate oltre il dolore con Alessia che ha servito divinamente Egonu per chiudere la partita con il Brasile e con Sarah che ha poi chiuso lei la finale nel tie break, dominando a muro, agigundeo al suo ricco Palmares anche questa vittoria, e pensare che ha solo 23 anni ed è la più vincente della pallavolo italiana dopo De Gennaro che però di anni ne ha 38. Indmienticbaili anche loro come tutta la squadra, colpita dalla calma e dalla lucidità costante di Velasco che ha creato delle campionesse quasi senza esagerazioni e stravolgimenti appunto, d’altronde come diceva Giorgio Armani, “L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”.
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