Robert Francis Prevost è il primo pontefice degli Stati Uniti e il 277º papa della Chiesa cattolica. Nome sconosciuto ai più, la sua scelta conferma la decadenza dell’Europa e la natura globale del cattolicesimo. Con la sua elezione finisce un tabù durato secoli: non si elegge come capo della Chiesa chi appartiene alla “nazione del grande Impero”.
Leone, tuttavia, ha radici atipiche: è legato a “due mondi”. Cittadino dei ricchi Stati Uniti e del povero Perù, dove per due decenni è stato un prete e un vescovo missionario.
Questa natura duale — di chi ha come motto “Nell’Unico siamo Uno” — non deve sorprendere.
Con poliedricità notevole, Prevost si è laureato in matematica e filosofia e ha poi conseguito una licenza in teologia e un dottorato in diritto canonico. È stato giudice diocesano, organizzatore universitario, padre superiore degli agostiniani, vescovo, professore di patristica, diritto ed etica. Ma anche “caballero”, intellettuale di Curia e pastore coi piedi nel fango.
Se si vuole comprendere però la coerenza della sua molteplice personalità, bisogna ricordare come il molto, per i pitagorici, si risolva nell’Uno.
Il significato di questo numero si presta a molte interpretazioni, ma le sue implicazioni sono molto concrete.
A differenza di Francesco, gesuita portato al sociale e al politico, Prevost, come Agostino d’Ippona, partirà dall’ anima, da cui il resto consegue.
Privo della bonomia di Giovanni XXIII, dell’estro teatrale di Giovanni Paolo II o dello stile “descamisado” di Francesco, Leone sembra ricordare piuttosto Paolo VI e Benedetto XVI: riservato, acuto, profondo. Ma ha dalla sua anche una concretezza yankee e una certa vigoria.
Empatico, sembra capace di ascoltare e di mediare. Lo si intuisce persino dalla voce, che cambia registro a seconda della lingua. In inglese è giovane e confidenziale, in spagnolo paterna e calda, mentre in italiano diviene curiale e in latino mistica, soprattutto nel canto e nel rito.
Moderato sull’etica, ma con punti inflessibili. Sulla pastorale, con buone possibilità, sarà più duttile di Ratzinger ma più strutturato di Bergoglio.
Attento alla tradizione ma profondamente evangelico, Leone XIV cercherà di modernizzare la Chiesa senza snaturarla. In politica estera è un occidentale consapevole del peso della Chiesa nel Terzo Mondo, e viceversa. Non crede nella papalatria, ma nel papato come istituzione sobria.
In un’epoca in cui la cultura woke avrebbe voluto un Papa Panda e quella destorsa un San Godzilla, il nome Leone — che certamente sarebbe piaciuto a C.S. Lewis e al suo Aslan, ma anche a Churchill e a Vittorio Gassman — ci delizia.
Per comprenderne la motivazione si è parlato di Fra Leone, l’amico di Francesco d’Assisi, e di Leone Magno, che fermò Attila. Ma soprattutto di Leone XIII, il “papa non re”, autore di uno degli scritti più belli e umani sulla società moderna: la Rerum Novarum.
A tal riguardo, il nuovo Leone ritiene fondamentale comprendere e affrontare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Detto da un matematico, da un logico capace di leggere nei simboli il Logos, la sfida è interessante anche a livello simbolico.
Il futuro, insomma, ci chiederà di distinguere tra i falsi e il vero algoritmo. Quello che non risponde, ma domanda. L’Uno.
Il papa matematico cercherà di armonizzare le anime come si fa con gli elementi di una formula algebrica o di un accordo musicale, restituendo a ognuna parte di una comune melodia. La stessa che, per Dante, muove il sole e le stelle. E che per lui è Cristo, l’Unico.
Probabilmente è proprio questa sua “cifra” che Francesco ha riconosciuto, nominandolo cardinale — forse sperandolo erede. Perfetto, proprio perché diverso.
Un’ultima nota, senza intento irriverente: si racconta che il cardinale Prevost frequentasse in incognito una palestra romana, facendosi chiamare “Robert”.
Spero che i miei concittadini non si siano lasciati andare, in sua presenza, a commenti troppo disinvolti sulle mie concittadine. Ma se anche fosse accaduto, immaginiamo che “Mr Robert” abbia sorriso: distaccato e bonario, proprio perché, prima ancora che un prete, dà la sensazione di essere un uomo.” E questo rassicura.
Siamo convinti infatti che da uomo abbia scelto lo Spirito, e con questo i poveri della pampa, per affacciarsi poi dalla loggia papale, con gli occhi umidi, pensando ai suoi niños.
Un uomo che, sempre da uomo, prega Maria chiamandola Stella Maris, sapendo che le acque della nave di Pietro cambiano, ma le reti si gettano dove il cielo illumina.
In questo mondo confuso tra guerre, deliri e bombe atomiche, il Papa, più di chiunque, “deve essere pronto a farsi portare dove non vuole” e se, come per i Magi, non ci è dato scegliere mete, ma stelle, è un buon inizio.

