Questa è la seconda parte dell’intervista realizzata in vista dello sciopero nazionale fissato per martedì 13 maggio, indetto dall’USB per gli operatori del sociale. A incrociare le braccia saranno in particolare gli educatori scolastici e assistenti OEPAC, colpiti da una forma contrattuale assurda: il cosiddetto part-time ciclico verticale, che interrompe il salario nei mesi estivi senza offrire alcun ammortizzatore sociale, nemmeno a chi ha un contratto a tempo indeterminato.
L’interlocutore è Giacomo Gresta, responsabile del coordinamento nazionale cooperative sociali dell’USB. Dopo aver affrontato nella prima parte i temi generali legati alla precarietà e all’esternalizzazione del lavoro sociale, ci concentriamo ora sulla situazione specifica del servizio OEPAC del Comune di Roma: criticità strutturali, tagli in arrivo, prospettive di riforma.
Secondo lei, quella dell’operatore OEPAC è una professione con una struttura solida, o è tenuta insieme con lo spago e un po’ di buona volontà? Non sarebbe ora di metterci mano seriamente, con una riforma che parta dalle competenze reali — anche perché molti operatori hanno titoli di studio tutt’altro che improvvisati?
Assolutamente. Oggi la professione è strutturata in modo pasticciato. Il problema nasce sia da come viene gestito il servizio, sia da come il lavoratore è percepito nella scuola. È l’unico soggetto esternalizzato, spesso trattato come una figura di contorno, un ibrido tra collaboratore scolastico e insegnante di sostegno.
A Roma, ad esempio, capita che un educatore venga spostato da un bambino all’altro anche ogni giorno. Ma questo è un lavoro che si fonda sulla relazione: non si può costruire un rapporto educativo serio con continui cambi. Non è un lavoro meccanico, ma relazionale: si costruisce un percorso con l’alunno. Le ore assegnate, poi, sono spesso del tutto insufficienti — 6, 8, 10 ore a settimana — troppo poche per un accompagnamento efficace. E manca anche un pieno riconoscimento della figura all’interno della comunità scolastica.
È una professione fragile anche dal punto di vista della sicurezza. Avete registrato casi di infortuni o burnout?
Sì, purtroppo sempre più spesso. Ci sono stati casi gravi, anche con lesioni permanenti. Parliamo di aggressioni da parte di alunni con disturbi psichici importanti. Il quadro delle disabilità si è spostato moltissimo negli ultimi anni verso aspetti psichici e comportamentali complessi. I casi di burnout sono altrettanto frequenti: lavoratori emotivamente e fisicamente logorati, senza strumenti di tutela. Il tutto mentre la domanda di supporto cresce: a livello nazionale abbiamo un aumento dell’8%, ci sono poi realtà particolari come Civitavecchia dove si arriva al 14%.
Cosa pensate della richiesta di riconoscere questo lavoro come “usurante”?
Per noi è fondamentale. Quando si parla di lavoro di cura — come quello domiciliare, ad esempio — si parla di attività che richiedono grande energia fisica e mentale. Non è pensabile che una persona debba fare questo lavoro fino a 67 anni. Abbiamo portato la questione anche ai tavoli governativi, ma finora senza esito. È un tema centrale, che riproporremo nell’incontro col Ministero.
A Roma denunciate una situazione pericolosa per il servizio OEPAC. C’è una carenza di fondi che rischia di ricadere sulle spalle dei lavoratori. Cosa sta accadendo?
Sì, la situazione è preoccupante, e chi ci lavora dentro lo sa bene. Da anni, a Roma, le richieste di assistenza OEPAC aumentano in media dell’8% l’anno: non parliamo di un picco, ma di una tendenza costante. A questo si aggiungono gli aumenti contrattuali previsti dal nuovo CCNL, inclusa una quota di quattordicesima. In sintesi: più utenti da seguire, più diritti da garantire, ma — incredibilmente — gli stessi fondi dell’anno scorso.
Il Comune ha stanziato per il 2025 esattamente quanto per il 2024: 92 milioni di euro. Con quei soldi dovranno coprire più casi e sostenere costi più alti. Tradotto: si rischia un ulteriore taglio delle ore per ogni alunno, che già oggi si aggirano tra le 10 e le 12 settimanali.
Ma il Comune può decidere autonomamente le ore da assegnare?
In teoria no. Ci sono sentenze, anche della Corte Costituzionale, che impongono di garantire il diritto all’assistenza indipendentemente dai vincoli di bilancio. Ma recentemente è stata riconosciuta la possibilità di valutare l’organico anche in base al bilancio comunale. È un precedente pericoloso, perché mette in discussione un diritto costituzionale.
In questo contesto, non pensate che anche le famiglie e gli insegnanti andrebbero coinvolti nella mobilitazione?
Certo, e ci abbiamo provato. Anche quest’anno abbiamo tenuto un’assemblea cittadina aperta e messo a disposizione il nostro ufficio legale. Il problema è che i ricorsi amministrativi costano: tra 800 e 1.100 euro solo per la cancelleria. Un ostacolo reale per molte famiglie.
Dal prossimo settembre si prevedono nuovi tagli?
Sì. Il Governo ha tagliato 4 miliardi agli enti locali. Roma potrebbe perdere 70-80 milioni. Ogni assessorato dovrà scegliere dove tagliare, ma sappiamo che il nostro settore — sociale, fragilità, disabilità — sarà il primo a essere sacrificato. Lo abbiamo già visto: i costi aumentano, ma i fondi restano fermi. Dal nostro punto di vista, il finanziamento per il servizio OEPAC dovrebbe passare da 92 a 100 milioni già nel 2025, e almeno a 110 l’anno successivo.
Avete individuato voci di spesa alternative nel bilancio del Comune?
Abbiamo analizzato i conti, e sì: i margini ci sono. Roma ha investito tantissimo in eventi, arredo urbano, promozione turistica. A nostro avviso, se si trattasse davvero di una priorità politica, i fondi si troverebbero. Anche le esenzioni fiscali per soggetti forti — compresi enti religiosi — potrebbero essere riviste. Non è una battaglia contro qualcuno: è una battaglia per rimettere al centro i diritti e i servizi essenziali.
Esistono modelli virtuosi in altri Comuni italiani?
Sì, abbiamo l’Umbria, dove una legge regionale obbliga i Comuni a retribuire l’educatore anche in caso di assenza dell’alunno per 15 giorni consecutivi. Se l’alunno torna il 14° giorno, si ricomincia da capo. In questo modo, l’operatore riceve comunque lo stipendio e non è penalizzato da eventi che non dipendono da lui.
E a Roma invece?
Qui siamo tornati indietro. Fino a qualche anno fa le assenze venivano retribuite, ora no. Il Comune paga le cooperative solo per le ore effettive erogate. E molte cooperative scaricano direttamente la perdita sul lavoratore. Ma questo è scorretto: se un educatore ha un contratto per 30 ore settimanali, deve essere retribuito per 30 ore. Altrimenti parliamo di lavoro a cottimo. Alcuni provano a spostarlo su un altro alunno, ma spesso non è possibile o è controproducente: non c’è conoscenza, non c’è progetto, non ci sono neanche le schede informative, per motivi di privacy. È una presa in giro.
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