“Educatori scolastici e lavoratori del sociale in sciopero: le ragioni della protesta del 13 maggio” (Prima parte).

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Nota introduttiva :  Scrivo queste righe come direttore responsabile di Informazione Quotidiana, ma anche come operatore sociale che conosce dall’interno il lavoro degli OEPAC del Comune di Roma. Questa intervista nasce da una necessità e da un desiderio.La necessità è quella di dare voce a chi normalmente non ce l’ha. In particolare a una professione — quella degli assistenti educativi scolastici — che resta ai margini.Il desiderio è costruire una comunicazione orizzontale, capace di creare rete tra lavoratori, sindacati, scuole e cittadinanza, focalizzandosi sui problemi di chi lavora nel sociale. Un modo per bilanciare la verticalità in cui spesso è costretta l’azione sindacale, e dare spazio a una rappresentanza dal basso, reale.Credo che tutto questo rientri pienamente nel ruolo di chi fa giornalismo, e in particolare di chi fa comunicazione sociale, ambito che seguo da quasi vent’anni, da quando — non ancora trentenne — iniziai a occuparmene con la cooperativa Capodarco di Roma.Se il rispetto della parola è la base della legge, il dovere di servirla con chiarezza e renderla accessibile è ciò che spetta a chi fa informazione. È il modo che, come giornalisti, abbiamo per essere utili a una causa collettiva.Un ringraziamento sentito va agli amici e colleghi del gruppo che si sta formando attorno a questo progetto, nato grazie agli operatori educativi della scuola primaria Damiano Chiesa e della secondaria di primo grado Opita Oppio dell’Istituto Comprensivo Gigi Proietti di Roma, insieme ad alcuni ex corsisti del Corso OEPAC Phidia. Cominciamo dallo sciopero indetto dall’USB. A causa dei tanti temi trattati, l’intervista che il responsabile Giacomo Gresta, del coordinamento nazionale cooperative sociali, ha avuto la gentilezza di concederci è stata divisa in due parti.La seconda sarà pubblicata domani, vigilia dello sciopero nazionale fissato per gli operatori del sociale dall’USB per martedì 13 maggio. Inutile precisare che lo spazio resta aperto a tutti coloro che vorranno esprimersi in modo civile sul tema, e che né questo giornale né l’autore hanno alcun atteggiamento preconcetto sull’argomento — se non quello di voler fare informazione tenendo conto delle criticità di chi questi lavori li svolge. Da qui nasce anche “Professioni Sociali”, un blog tematico che partirà proprio dalla questione OEPAC e dal difficile rapporto con il Comune di Roma. Proveremo a coinvolgere lavoratori, sindacati e istituzioni, senza partigianeria, con un solo obiettivo: fornire informazioni in modo trasparente, serio e onesto.  Nulla più. Ma, sono certo, sarà sufficiente.

Cristiano Ottaviani ( direttore responsabile di Informazione Quotidiana e operatore sociale).

Lo sciopero nazionale del settore sociale e degli operatori all’assistenza educativa delle scuole, promosso dall’USB per martedì 13 maggio, punta a denunciare la precarietà strutturale dei lavoratori dei servizi esternalizzati. Al centro della mobilitazione: l’assenza di ammortizzatori, i contratti ciclici, e la richiesta di internalizzazione dei servizi essenziali. L’intervista vuole offrire uno spazio di approfondimento e ascolto per chi ogni giorno sostiene, spesso in silenzio, la parte più fragile della nostra società.

Ci spiega, con parole semplici, perché il 13 maggio si scende in piazza?

Per una ragione chiara: durante l’estate, migliaia di educatori scolastici restano completamente scoperti. Niente stipendio, niente disoccupazione, niente cassa integrazione. È come se per tre mesi l’intero sistema si dimenticasse che esistono

Non hanno diritto nemmeno alla NASpI?

No. Perché sono inquadrati con il cosiddetto “part-time ciclico verticale”, un contratto che di “tempo indeterminato” ha solo il nome. È una trovata del Jobs Act: utile all’ISTAT per truccare le statistiche, inutile per chi lavora. Chi ha un contratto così, d’estate semplicemente sparisce.

In passato era stato previsto un bonus estivo. Che fine ha fatto?

Era un’indennità una tantum da 550 euro. Ridicola, e per di più complicatissima da ottenere. Molti si sono visti respingere la domanda senza alcuna spiegazione e hanno dovuto fare ricorso, aspettando anche un anno per quei pochi spiccioli.

Cosa proponete?

Una misura strutturale. Vanno bene varie soluzioni: NASpI, cassa integrazione, o un’indennità fissa calcolata sul reddito medio. L’importante è che sia stabile, non l’ennesimo contentino una tantum.

E la “banca ore”? Alcune cooperative la usano per coprire l’estate.

Per noi è inaccettabile, salvo rare eccezioni. Il diritto al riposo non può diventare un escamotage per coprire un vuoto contrattuale. E poi, diciamolo: nei centri estivi si lavora a sei euro l’ora, spesso con obbligo di partita IVA. Non è più lavoro: è sfruttamento.

A chi è rivolta la manifestazione?

A tutti i lavoratori del sociale, in particolare agli educatori scolastici. Il caso simbolico è quello degli OEPAC del Comune di Roma, ma il problema  potenzialmente riguarda tutti i ciclici: ATA, trasporto scolastico, turismo, agricoltura. In futuro vedremo come coinvolgerli. È una questione nazionale.

Avete ottenuto risposte istituzionali?

Avremo un incontro proprio il 13 maggio con il Ministero del Lavoro. Vedremo se ci ripeteranno, per l’ennesima volta, che “non ci sono i soldi”. Ma se poi lo Stato ne trova 30 o 40 miliardi per riarmarsi, ci aspettiamo almeno un po’ di coerenza. Non si può dire sempre no per il sociale e sì per le armi.

Non temete che il riferimento al riarmo sposti il focus? Che invece di parlare di educatori si finisca in un dibattito ideologico tra pacifisti e militaristi?

No, perché la contraddizione non è nostra. È del governo. Ogni volta ci dicono che “non ci sono i fondi”. Ma se poi ne trovano decine di miliardi per armamenti, allora dicano chiaramente che preferiscono finanziare le armi piuttosto che i servizi per i più fragili. Noi, invece, crediamo che l’educazione sia una priorità civile.

Parliamo di riforma OEPAC e internalizzazione: quali servizi dovrebbero tornare pubblici, e perché?

Tutti i servizi sociali esternalizzati: educazione, assistenza domiciliare, sanità di base. L’esternalizzazione, partita negli anni ’90, è stato un fallimento: ha peggiorato i contratti, tolto tutele, reso il lavoro instabile. Ha scaricato i costi sui lavoratori. In alcuni settori, come quello ospedaliero, si stanno facendo passi avanti. Noi vogliamo lo stesso anche per gli educatori.

Nello specifico, chi dovrebbe gestire il servizio degli assistenti educativi: Comune o Ministero dell’Istruzione?

Il Ministero. A Roma avevamo raccolto oltre 15.000 firme per una proposta in tal senso, ma il Consiglio Comunale l’ha bocciata. Capisco i limiti dei Comuni – pochi fondi, blocco delle assunzioni – ma serve un piano nazionale. Altrimenti per internalizzare ci vorranno decenni.

Una municipalizzata può essere una soluzione intermedia?

È un passo avanti, ma non basta. A Civitavecchia la CSP garantisce condizioni migliori delle cooperative, ma ci sono ancora problemi: precarietà estiva, pagamenti legati alla presenza degli alunni, pressioni interne. A Colleferro invece c’è una gestione più virtuosa, con contratto pubblico e trasparenza. Ma bisogna vigilare: niente CDA da 150.000 euro, niente clientele. Una municipalizzata deve essere snella, no profit, sotto controllo pubblico vero.

Nel 2023 si è davvero tentato, a livello nazionale, di internalizzare non solo il servizio OEPAC del Comune di Roma, ma l’intera galassia degli assistenti educativi scolastici?

Sì, un tentativo c’è stato. La senatrice Bucalo presentò un disegno di legge che andava esattamente in quella direzione. Ma si è fermato lì: bloccato in Parlamento e mai più ripreso seriamente. Da allora si è tornati al vecchio schema: lo Stato si defila e scarica tutto sugli enti locali. Nessuna garanzia, nessuna strategia. È il solito scaricabarile.

Cambiamo tema. Cos’è l’accreditamento dei servizi, e quali sono le sue criticità?

L’accreditamento è un sistema in cui le cooperative si registrano presso il Comune, dimostrando di avere alcuni requisiti minimi – regolarità contributiva, antimafia, ecc. Poi è l’utente, cioè la famiglia, a scegliere la cooperativa a cui affidarsi. A differenza dell’appalto, dove c’è un vincitore unico, l’accreditamento moltiplica i soggetti e dà una parvenza di libertà di scelta. I rischi legati ai cambi appalti si riducono ma la scelta dell’operatore passa alla famiglia dell’assistito e questo non offre garanzia ai lavoratori. L’educatore corre il rischio infatti di essere sotto ricatto, con la qualità lavorativa che diventa un fattore secondario, subordinato a logiche di mercato o rapporti personali.

Per maggiori informazioni:  

Email generale: usb@usb.it- Telefono: +39 06 59640004