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UNA GIORNATA CON L’IMPERATORE (Quarta parte: il Consilium Principis).

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domenica, Aprile 21, 2024
“Adriano incarica Salvio Giuliano della compilazione dell’Edictum Perpetuum”. Dipinto di Cesare Maccari. Roma, Palazzo della Suprema Corte di Cassazione.

Nemmeno lontanamente paragonabile al nostro “Consiglio dei Ministri”, il Consilium Principis non aveva un carattere né omogeneo né periodico: la sua composizione, la sua funzione e la sua attività variavano da un imperatore all’altro. Tuttavia, il Consilium era necessario al princeps perché di certo era impensabile anche solo concepire l’idea che un uomo da solo potesse elaborare provvedimenti su materie delle quali magari non aveva alcuna cognizione. Ma da chi era costituita questa cerchia, da quanti membri era composta e come funzionava? È appunto ciò che andremo a scoprire nella quarta parte di questa miniserie estiva dedicata alla giornata di un imperatore.

Una cerchia di “amici”
Nei primi tempi del principato, l’imperatore aveva alcuni collaboratori diretti e intimi che potevano essere definiti “amici” per diverse ragioni: alcuni erano scelti per missioni segrete e particolari, a volte inconfessabili; altri assolvevano un ruolo di consiglieri in situazioni difficili, e la loro competenza era spesso insostituibile sul piano militare, amministrativo, finanziario o giuridico. Assieme ai membri attivi della famiglia, quali i principi ereditari, questi diretti collaboratori formavano intorno al principe un consiglio privato.

Augusto esaminava molte pratiche chiuso nel suo palazzo. Alcuni degli “amici” avevano responsabilità imbarazzanti e pericolose (come Sallustio Crispo – pronipote del più famoso storico – incaricato di sopprimere Agrippa Postumo all’avvento al trono di Tiberio), ed erano messi a parte di segreti di Stato che era meglio non confidare nemmeno alla propria moglie, come fece per errore Mecenate. Vi raccontiamo brevemente l’episodio. Grande amico di Augusto, Mecenate faceva parte dei consiglieri dell’imperatore: ricco e potente, è ricordato come grande protettore della nuova generazione di poeti augustei, come Orazio, Vario Rufo e Virgilio. Ebbene, nel 22 a.C. un certo Castricio fornì ad Augusto le informazioni su una cospirazione contro di lui. Lucio Licinio Varrone Murena, un politico già Legatus Augusti pro Praetore in Siria (carica che abbiamo già incontrato nell’articolo di esordio di questa rubrica, dedicato alla fortezza di Masada), fu nominato tra i congiurati. Tale informazione gli venne trasmessa da sua sorella, che era…la moglie di Mecenate, alla quale il marito confidò la notizia riservata che permise a Murena di fuggire.

«Mecenate offre le belle arti all’imperatore Augusto». Dipinto di Giambattista Tiepolo (1743). San Pietroburgo, Ermitage.

Il reclutamento
Gli imperatori in disgrazia presso la storiografia ispirata dal Senato erano accusati di aver ammesso nel loro consiglio liberti poco raccomandabili, cocchieri di circo, parrucchieri, favoriti o donne.

Ma in generale, i Cesari si preoccupavano di circondarsi di persone utili, di tecnici abili e informati. Gli amici di Vespasiano, Vibio Crispo e Marcello Eprio, ad esempio, erano persone di grande eloquenza e possedevano, per questo, un potere temibile.

Adriano si assicurava il parere di specialisti debitamente qualificati, in particolare di giureconsulti.

Alessandro Severo trattava di questioni militari avvalendosi unicamente della collaborazione di abili ufficiali, e consultava storici e geografi esperti sui luoghi o sui tipi di situazioni che figuravano all’ordine del giorno.

Una équipe qualificata, garanzia di continuità e stabilità
Tutti questi alti funzionari, esperti e fidati, assicuravano una continuità da un regno all’altro. Sappiamo da Svetonio, ad esempio, che gli “amici” di Tito erano eccellenti servitori dello Stato: i suoi successori, Domiziano e Traiano, poterono così affidarsi alla loro esperienza e al loro talento. Marco Giunio Omullo (senatore, console suffetto e governatore della Cappadocia) ebbe a dire a Traiano che se Domiziano era stato un pessimo principe, aveva avuto in compenso collaboratori qualificati.

Associati in un certo senso sia da un punto di vista amministrativo che esecutivo al potere sovrano, questi collaboratori riuscivano ad attutire gli eccessi destabilizzanti dei Cesari più folli, gli effetti dei loro capricci e, al tempo stesso, i bruschi mutamenti o le impennate conseguenti alle crisi di successione.

Statua di Tito proveniente da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Riunioni frequenti
I consigli a numero ristretto si riunivano in diverse ore della giornata, secondo le urgenze e le abitudini. Quando Vespasiano riceveva la mattina i suoi “amici”, prima dell’udienza pubblica, era solito compiere un primo giro d’orizzonte per avere una panoramica generale delle questioni da affrontare nel corso della giornata. Altre riunioni, soprattutto i consigli di giustizia, si tenevano dopo la salutatio.

Un consiglio specifico per i progetti di legge
Riunito sotto la presidenza di Augusto, questo particolare consiglio era incaricato di votare i progetti di legge che dovevano poi essere votati dal Senato, che rimaneva sempre custode del mos maiorum (ossia quell’insieme di usanze e tradizioni che costituivano il nucleo della morale della civiltà romana). Si componeva di una ventina di membri: i consoli, un pretore, un edile, un questore e quindici senatori estratti a sorte ogni sei mesi. In questo modo si sondavano i membri della Curia, soddisfacendo al tempo stesso il loro amor proprio rendendoli partecipi alla politica imperiale: una delle astuzie di Augusto, definito da Antonio Spinosa “il grande baro”.

Il consiglio si riuniva almeno due volte l’anno, poiché la sua composizione dipendeva, come abbiamo visto, da un’estrazione a sorte semestrale. Verso la fine della sua vita, Augusto ne aveva migliorato, ampliato e modificato la composizione: il numero dei senatori passò da quindici a venti e vennero reclutati tutti gli anni; inoltre, vi furono aggiunti i consoli designati, il principe ereditario e i suoi figli, così come tutti i cittadini o “amici” che l’imperatore avesse ritenuto opportuno.

Tiberio deliberò un consiglio permanente composto da tutti gli amici fedeli e da venti tra i più ragguardevoli cittadini di Roma. Ignoriamo tuttavia se questo consiglio si riunì periodicamente e quando. Quel che sappiamo con certezza è che esso cessò di funzionare dopo la partenza dell’imperatore per Capri, dove Tiberio fu accompagnato solo da una ristretta cerchia di intimi: l’ex console Nerva, Seiano, Curzio Attico e qualche letterato. Alla fine del suo regno, di questo consiglio non rimarranno che due o tre superstiti: tutti gli altri furono, secondo Svetonio, “uccisi con i più diversi pretesti”.

Il Consilium come organismo di governo
Durante il periodo in cui Alessandro Severo era minorenne, un vero consiglio di reggenza fu organizzato dietro pressioni della madre e della nonna. Era composto da sedici senatori scelti dalle due potenti donne, che sedevano accanto all’imperatore per formare il consiglio ordinario: nulla accadeva senza il loro consenso.

Si votava, si scrutinava, tutto era registrato in un verbale. Di fatto, l’imperatore faceva ormai a meno della sanzione del Senato: le leggi partivano direttamente dal Palatino. Il consiglio del principe finì dunque per diventare un vero organismo di governo che coagulava il potere esecutivo, legislativo e giudiziario: era l’imperatore che emanava il suo verdetto in ultima istanza, perché riceveva il suo potere giudiziario dal popolo romano, in nome del quale veniva applicata la legge.

Abbiamo accennato alla giustizia. Essa faceva parte di uno dei doveri ai quali il principe doveva attenersi. Concluso il Consilium principis, infatti, l’imperatore avrebbe dovuto ottemperare alle proprie responsabilità giudiziarie. È di questo che parleremo nella prossima puntata di questa miniserie, nella quale daremo anche uno sguardo a come veniva sbrigata la corrispondenza.

Aureus di Alessandro Severo, coniato nel 222 d.C. nella Zecca di Roma.

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