Nel dibattito contemporaneo sulla pianificazione patrimoniale internazionale, il confronto tra trust di matrice anglosassone e waqf islamico non è soltanto esercizio accademico, ma banco di prova per la capacità degli ordinamenti europei—e in particolare di quello italiano—di confrontarsi con istituti giuridici “altri”, spesso più antichi e strutturalmente evoluti.
Il punto di partenza è noto: il trust, pienamente riconosciuto in Italia attraverso la Convenzione dell’Aja del 1985 sui trust, costituisce oggi uno strumento centrale per la segregazione patrimoniale, la protezione degli asset e la pianificazione successoria. Dall’altra parte, il waqf, istituto cardine del diritto islamico, presenta una funzione sorprendentemente analoga, pur radicandosi in una logica giuridica e teologica completamente diversa.
Un parallelo scomodo ma necessario
Il waqf nasce molti secoli prima del trust e si fonda su un principio radicale: il bene vincolato esce definitivamente dalla disponibilità del fondatore per essere destinato a uno scopo (religioso, sociale o familiare), divenendo—secondo la tradizione—“proprietà di Dio”. Non esiste, dunque, una titolarità nel senso occidentale, né una figura assimilabile pienamente al trustee.
Eppure, sotto il profilo funzionale, il parallelismo è evidente:
• patrimonio segregato,
• destinazione vincolata,
• amministrazione fiduciaria,
• protezione da aggressioni esterne.
È proprio questa convergenza funzionale a rendere il confronto inevitabile e, al contempo, problematico.
Il nodo fiscale: l’Italia tra rigidità e incoerenze
Il vero terreno di frizione emerge sul piano fiscale. L’ordinamento italiano ha progressivamente sviluppato un approccio al trust fortemente sostanzialistico e diffidente, spesso orientato a ricondurre il negozio fiduciario nell’alveo dell’interposizione o dell’abuso del diritto. Ne è derivata una prassi amministrativa oscillante, talvolta contraddittoria, che ha trovato solo parziale sistemazione nella giurisprudenza di legittimità più recente. In questo contesto, l’eventuale confronto con il waqf risulta destabilizzante.
Come qualificare fiscalmente un istituto:
• privo di un proprietario in senso civilistico,
• fondato su un vincolo perpetuo,
• con beneficiari indeterminati o collettivi,
• intrinsecamente connesso a finalità religiose?
La risposta, ad oggi, è semplice quanto insoddisfacente: non esiste una risposta sistematica.
Il rischio di una lettura etnocentrica
Il limite principale dell’approccio italiano (e, più in generale, europeo) è quello di voler ricondurre ogni fenomeno giuridico entro categorie note:
• proprietà
• interposizione
• disponibilità economica
Ma il waqf sfugge a queste categorie. Applicare automaticamente le griglie interpretative del diritto tributario interno comporta un rischio concreto: qualificare come “anomalo” ciò che è semplicemente “diverso”. Il risultato è un cortocircuito interpretativo che può tradursi in:
• doppie imposizioni
• incertezze operative
• impossibilità di utilizzo in contesti cross-border
Trust vs waqf: la vera differenza è culturale, non tecnica
Sul piano tecnico, il trust è oggi più evoluto e flessibile:
• adattabile a operazioni commerciali e finanziarie,
• modulabile in termini di durata e beneficiari,
• compatibile con sistemi bancari e fiscali globali.
Il waqf, invece, resta ancorato a una logica:
• più rigida,
• più etica,
• meno orientata al mercato.
Ma questa differenza non implica inferiorità giuridica. Al contrario, evidenzia come il concetto di segregazione patrimoniale non sia un’esclusiva della common law, bensì una risposta universale a esigenze di tutela e destinazione del patrimonio.
Verso modelli ibridi?
In alcuni ordinamenti islamici moderni—si pensi a Emirati Arabi Uniti o Malaysia—si stanno sviluppando forme evolute di waqf:
• corporate waqf
• investment waqf
• strutture integrate con strumenti finanziari
Parallelamente, nel mondo occidentale si diffondono trust “Sharia-compliant”, progettati per attrarre capitali islamici.Questa convergenza apre scenari nuovi:
• strutture ibride trust–waqf,
• operazioni di investimento transnazionali,
• strumenti filantropici globali.
Conclusione: il ritardo italiano è (anche) culturale
Il confronto tra trust e waqf mette in luce un dato difficilmente contestabile: l’Italia continua a interpretare gli strumenti di segregazione patrimoniale con un approccio difensivo, più orientato al controllo che alla comprensione. In un contesto economico globalizzato, questa impostazione rischia di produrre un effetto paradossale:
• penalizzare gli operatori domestici,
• favorire giurisdizioni più aperte,
• ridurre la competitività del sistema.
La vera sfida non è stabilire se il waqf sia assimilabile al trust, ma comprendere che entrambi rispondono a una medesima esigenza: separare, proteggere e destinare il patrimonio. Ignorare questa evidenza significa rinunciare, ancora una volta, a governare il fenomeno.
