Una vertiginosa metamorfosi teatrale e sonora che, dal fuoco sacro del più alto e universale Poema della letteratura italiana, con coraggio trae linfa incendiaria e forma “nova”, trasformandone le terzine scelte in caleidoscopio acustico, declinandone la narrazione in vivo spazio drammatico e camera dell’inconscio contemporaneo. E lo fa generando uno spettacolo aspro e forte, in contrappunto serrato e acrobatico da novantacinque minuti che in partitura lega assieme con tecnica compositiva salda e d’azzardo, a taglio netto e verticale, i dispositivi rappresentativi della quotidianità medioevale, i codici lessicali dell’espressione d’avanguardia, le terzine incatenate del sommo Dante più il testo luciferino in coda creato ad hoc dal premio Strega Tiziano Scarpa, le rifrazioni molteplici quanto estreme di voce e musica. Dal canto a solo o corale alla recitazione, dall’urlo al sussurro, dal rumore alla dilatazione melodica e sillabica, in combinazione continuamente variabile. Con tanto di fanfare di timpani e ottoni accanto a un impressionante inventario di suoni, d’ambiente e dell’anima, di color fosco.
È l’opera dei nostri giorni Inferno, per soli, attori, ensemble vocale maschile, coro misto, quartetto d’archi, ensemble di ottoni e ensemble di percussioni, firmata dalla compositrice romana Lucia Ronchetti e applaudita in prima assoluta al Teatro dell’Opera di Roma che ne ha commissionato la nuova versione inedita (del 2025) dopo l’esordio nel giugno 2021 per l’Opera di Francoforte, al Bockenheimer Depot in forma semiscenica, testo misto (tedesco e italiano) e senza l’epilogo del Canto di Lucifero. Ossia, versione interamente in italiano rappresentata in soluzione scenica per la regia di David Hermann, supportata con pertinenza dal funzionale impianto architettonico di Jo Schramm e dai costumi sostanzialmente odierni, giusto conditi con tratti simbolici o d’epoca, ideati da Maria Grazia Chiuri (direttrice creativa della maison Dior negli anni 2016-2025), più drammaturgia di Mareike Wink.

La nuova invenzione, articolata in otto scene e chiusa dal Canto di Lucifero, porta sul palco argutamente qualcosa di molto simile alle caselle in fila e sovrapposte dei luoghi deputati medievali, con tanto di attori in abiti comuni secondo l’uso di una teatralità “visiva”, frammentata e composita, ancora inconsapevole di ogni percezione storica. Da qui una casa del nostro tempo, strutturata come sezione aperta di un’abitazione a tre piani, scorrevole in verticale, svelando in quota parziale o totale le sue coppie di stanze giustapposte al cui centro sale e scende (tipo casa di Barbie) un ascensore usato per spostarsi fra i diversi cerchi e incontri dal protagonista Dante, affidato alla recitazione scolpita, tormentata e vibrata, come tra sé, dal pluripremiato e bravissimo attore originario di Vieste Tommaso Ragno. In alto a sinistra c’è il bagno in marmo, là dove comparirà Caronte (l’attore Fabio Ulleri) in asciugamano e a torso nudo intento a sturare la vasca; o, ancora, dove il maestro Brunetto Latini (Eugenio Krauss) parimenti abbigliato e finito bruciacchiato nel settimo cerchio sotto pioggia di fuoco fra i violenti contro Natura, si farà bello allo specchio, scendendo poi in sauna, come in una settecentesca scena “di toeletta”. Sulla destra, invece, il gran letto matrimoniale ospita la figura gentile di Francesca da Rimini (affidata al canto siderale e fluttuante del duttile quanto folgorante soprano Laura Catrani) e, via via scendendo, la sauna a doghe di legno, un soggiorno con angolo cottura, una cantina per la spazzatura e un garage deposito per copertoni fuori uso ospiteranno le altre figure (con relativi versi originali del Poema) di volta in volta incontrate dall’Alighieri entro una missione profetica per l’umanità che, innanzitutto, è viaggio nell’abisso di se stessi.
Passano così velocemente in rassegna il Minosse feroce di Carlo Guglielminetti, abbigliato come un operaio del gas che armeggia con i tubi del forno in cucina, l’iracondo Filippo Argenti, “spirito bizzarro” di Alessandro Onorati, l’eretico dolente Cavalcante padre del dolce Guido scontornato nell’intensità del suo pianto da Ignazio de Ruvo, lo statuario ed efebico Pier Delle Vigne di Aurelio Mandraffino, ricoperto di foglie e sterpi. E ancora, passando alle Malebolge: l’adulatore Interminelli (Alessio Interminei da Lucca) che striscia e lecca graffiandosi fra lo sterco in discarica (Matteo Magatti), il pistoiese Vanni Fucci, ladro in sagrestia di belli arredi che prende forma furtiva nell’attore Francesco Kolijas, sbucando fra le tende del soggiorno e sorpreso da Dante a rubar quadri. Mentre, un discorso a sé, spetta all’Ulisse a fuoco e a segno attraverso il canto in virtù di una empatica sete di “canoscenza” e, pertanto, affidato alla potente voce tenorile di Leonardo Cortellazzi, cui fa da corona una sospesa allure oratoriale.

Passando al nono cerchio, fra i traditori, spunta in atipico costume rinascimentale (s’immagina in illuminato aggancio con il Canto XXXIII musicato dal padre di Galileo, Vincenzo Galilei, fra le prime prove del laboratorio fiorentino agli albori della monodia accompagnata e del recitar cantando) il conte Ugolino nella recitazione sbalzata e mordente dell’attore Patrizio Cigliano, con tanto di fiero pasto e osso alla bocca. Infine, passando per rapidi guizzi virtuosi al primo violino (Vincenzo Bolognese) tratti dai Capricci paganiniani e spostando il suono sul quartetto degli archi al cuore di gelo del Cocito, arriva il Lucifero protagonista inedito con il Canto in versi di Scarpa, affidato al basso Andreas Fischer: statura imponente, voce mobilissima a timbro chiaro e declamazione divaricata sul nonsense masticato, a metà via fra il nichilismo mefistofelico boitiano (nel Poema l’imperatore del doloroso regno maciulla Giuda, Cassio e Bruto, ma non dice nulla e niente ha da dire) e una vertigine iterativo-paronomastica alla Toti Scialoja, geniale poeta, pittore e tanto altro ancora sapientemente posto più di una volta in musica dalla compositrice Ronchetti.
Sul piano della musica, la partitura cava direttamente dagli endecasillabi danteschi la sua drammaturgia sonora a spirale rovesciata – la stessa della Cantica di riferimento – accogliendo in sé e amplificando in linguaggio ad altissima, se non parossistica tensione le sollecitazioni foniche e semantiche dei versi, le timbriche rinascimentali, i richiami ad antiche giostre, le fanfare di matrice medievale impiegando un vero e proprio esercito di ottoni (corni, trombe e tromboni tutti per quattro più due tube) e timpani (quattro strumenti per quattro esecutori, per un totale di sedici calderoni tonanti), più quartetto d’archi.
Dalla selva impervia e dai pentagrammi ripidi giù verso il fondo dell’opera Inferno saltano dunque fuori con dinamiche estreme e salti funambolici, tanto per l’ottima Orchestra della Fondazione diretta con precisione assoluta da Tito Ceccherini quanto per il Coro – giù in buca, possente e abilissimo – preparato con ogni dovizia da Ciro Visco, tutti i rumori del fosco paesaggio governato dal silente Lucifero: strida e lagrime, compianti, guai e sospiri delle anime dannate al pari dei tremori della terra, dello spirare dei venti, di un mugghiare simile al mare in tempesta, di bollori dei fiumi, del martellare delle piogge ghiacciate. Fino al mostruoso batter d’ali, alla discesa in ascensore di Lucifero, tanto simile a quello dell’uccello nero percepito in volo visionario e meccanico sulla reggia da Erode nell’ultima Salome straussiana data al Costanzi.

E poi, qual colpo d’aquila reale, il repêchage di una forma sperimentale e senza futuro quale fu il madrigale drammatico tardo-rinascimentale, tentativo ultimo di far convivere in commedia harmonica polifonia e teatro. In tal caso in che modo? Sovrapponendo e innestando sulla linea recitante articolatissima del Dante di Tommaso Ragno il canto di un quartetto vocale maschile (controtenore, tenore, baritono e basso) formato dall’eccellente Ensemble Neue Vocalsolisten (Daniel Gloger, Martin Nagy, Guillermo Anzorena e Andreas Fischer), ideale interprete per il linguaggio musicale contemporaneo, che al contempo è foresta del dubbio, voce dell’autore e flusso di coscienza – pari tra l’altro a un coro tragico dell’antica Grecia – costantemente in scena a geometria variabile. Un dedalo della psiche, insomma, dove è facile perdersi ma dove è anche possibile ritrovarsi dinanzi ai tanti specchi di un Inferno autoritratto, fatto di ferocia e rabbia, di violenza, di cedimenti e folle ira. Ma anche di passioni, particolarmente sentite e condivise dal poeta Dante. E a svelarcelo, oltre ai versi, è ancora una volta la musica di Lucia Ronchetti. È il caso del sentimento puro scivolato in lussuria attraverso la forza della parola scritta, così come narrato da Francesca da Rimini sciogliendo fra le asperità variegatissime di timbro e di estensione un canto vocalizzato, poi a bocca chiusa quindi in forma di chanson d’amore ma sempre unito, come in abbraccio simbiotico, al melos vibrante del violoncello (Andrea Noferini) nell’oscillare al moto rapinoso della bufera infernal che mai non resta. E così, in via analoga, il canto espanso di Ulisse non è che il coraggio dello stesso autore di spingersi oltre le colonne del sapere del tempo. Poi, a mo’ di vezzo e a chiave, la singolare orchestrazione per ottoni in stile medievale di un cult d’amore anni Settanta: “And You and I” degli Yes, a sigla dell’affetto reverenziale di Dante per il suo mentore e modello ser Brunetto, pur poi punito (senza notizie né prove del tempo) fra i sodomiti sul sabbione rovente.
Tanti gli applausi al termine, a teatro praticamente pieno, per tutti gli artisti al proscenio. Si replica fino al 7 marzo.
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione lirica 2025/26
“Doppio Sogno”
INFERNO
Opera per soli, attori, ensemble vocale maschile, coro misto,
quartetto d’archi, ensemble di ottoni, ensemble di percussioni
Libretto da Inferno di Dante
con un epilogo di Tiziano Scarpa
Musica di Lucia Ronchetti
Dante Tommaso Ragno
Francesca da Rimini Laura Catrani
Ulisse Leonardo Cortellazzi
Lucifero Andreas Fischer
Caronte Fabio Ulleri
Minosse Carlo Guglielminetti
Filippo Argenti Alessandro Onorati
Cavalcante de Cavalcanti Ignazio de Ruvo
Pier delle Vigne Aurelio Mandraffino
Brunetto Latini Eugenio Krauss
Alessio Interminei Matteo Magatti
Vanni Fucci Francesco Kolijas
Ugolino della Gherardesca Patrizio Cigliano
Ensemble Neue Vocalsolisten
Andreas Fischer
Guillermo Anzorena
Martin Nagy
Daniel Gloger
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Tito Ceccherini
Maestro del coro Ciro Visco
Regia David Hermann
Scene Jo Schramm
Costumi Maria Grazia Chiuri
Luci Fabrice Kebour
Drammaturga Mareike Wink
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Prima esecuzione assoluta
della versione italiana commissionata
dal Teatro dell’Opera di Roma
Paola De Simone
