“Cantare è proprio di chi ama”. La frase di Sant’Agostino, stampata sulle magliette nere dei partecipanti, riassume lo spirito della grande masterclass corale guidata da Riccardo Muti l’1 e 2 giugno al Pala De André di Ravenna. Nell’ambito del progetto Le vie dell’amicizia, il Ravenna Festival ha radunato 3.116 coristi da tutta Italia – 104 cori strutturati e 1.202 partecipanti singoli – per un’esperienza collettiva dedicata a Giuseppe Verdi, alla coralità e alla condivisione musicale.
Dai bambini di quattro anni agli ottantasettenni, dalle voci bianche ai bassi, i coristi sono arrivati da ogni regione, “dall’Alpi alle Piramidi”, come ha commentato Muti, colpito dalla risposta straordinaria all’iniziativa. In programma, alcune tra le più celebri pagine corali verdiane: Va’ pensiero da Nabucco, Patria oppressa! dal Macbeth, Gerusalem! da I Lombardi alla prima crociata.
L’esecuzione iniziale di Va’ pensiero è travolgente, ma Muti interviene subito: “Tutti sotto voce, lo ha scritto Verdi”. Invita a cantare “con spirito musicale” e, con l’ironia che lo contraddistingue, ricorda che il celebre coro non può essere elevato a inno nazionale: “È il canto di schiavi che sognano la libertà. Bellissimo, ma dura cinque minuti: i giocatori si addormentano prima di iniziare la partita”.
La due giorni si trasforma in una vera lezione di stile, tecnica e visione. Muti insiste sulla precisione: “Ogni parola, ogni accento ha un significato. Anche la pausa deve essere piena di angoscia”. Difende l’opera italiana dall’idea di spettacolo leggero: “Sono stufo di vedere il mondo ascoltare Mozart o Wagner con dedizione, mentre la nostra musica è trattata come puro intrattenimento”. E cita Verdi: “Il coro è un’entità di individui. Il bravo direttore non cancella le personalità, le armonizza”.
Spazio anche all’Inno di Mameli – “senza il ‘sì’ finale, che non esiste nel manoscritto e suona volgare” – e a qualche bandiera tricolore tra gli spalti. Ma il cuore dell’iniziativa rimane il lavoro sul suono, sulla parola, sull’intenzione. Con passaggi che diventano dichiarazioni di poetica: “Mettete teatro nei suoni. In ‘fatale’, ad esempio, c’è già una ragione drammatica”.
Lo stile è quello consueto del maestro: energia, ironia, passione. Cita Toscanini, Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo (“Ogni sforzo dell’uomo per dare un senso alla vita è teatro”) e conclude con una riflessione che dà il senso all’intera esperienza: “Questa unità nasce dall’amore. È un vero miracolo. Sono felice di aver vissuto tutto questo prima di andare al di là”.
Una festa corale, ma anche una lezione civile e musicale. Perché, come Muti non smette di ripetere, “il nostro terreno è fertilissimo, ma i fiori vanno annaffiati”.
Fonte: connessiallopera.it
