Marco Pannella non fu mai un demagogo. Anche negli anni di Tangentopoli, quando gran parte del Paese sembrava affidare alla magistratura la propria richiesta di rigenerazione morale, continuò a difendere il Parlamento, il primato della politica e la necessità di non sostituire la crisi dei partiti con scorciatoie giudiziarie o tecnocratiche.
Proprio per questo la sua parabola post-1989 è interessante e problematica. Pannella colse con lucidità i rischi della democrazia bloccata, ma non comprese fino in fondo quanto la finanziarizzazione crescente, la disintermediazione sociale e un europeismo sempre più sganciato dai luoghi concreti della rappresentanza avrebbero potuto indebolire quella stessa democrazia sostanziale che egli voleva rafforzare.
La contraddizione antropologica
È qui la grande contraddizione del pannellismo maturo.
Pannella immaginava una società composta da individui autonomi, critici, emotivamente strutturati e capaci di cooperazione spontanea. La sua antropologia era più vicina a un umanesimo libertario che all’individualismo competitivo anglosassone. Tuttavia, il contesto storico dentro cui l’ultimo radicalismo si mosse produsse spesso effetti opposti. Il declino dell’economia reale, la trasformazione della comunicazione, la crisi dei grandi partiti e l’indebolimento dei corpi intermedi trasformarono progressivamente il cittadino in uno spettatore isolato, più esposto al mercato, ai media e alla tecnocrazia.
Fino alla sua morte, il leader radicale continuò a immaginare cittadini autonomi e responsabili, capaci di costruire dal basso cooperazione civica e reti comunitarie. Il suo colto e progressista attivismo venne però a scontrarsi con il crescente disinteresse consumistico e con una nuova emotività tribale.
Convinto del primato del diritto, della politica e della responsabilità individuale, e diffidente verso ogni lettura sociologica che potesse trasformarsi in ideologismo, Pannella non si interrogò abbastanza sulle condizioni storiche, economiche e comunitarie necessarie perché il civismo libertario da lui auspicato non degenerasse in isolamento sociale.
In altre parole, Pannella combatté con lucidità lo Stato autoritario, ma, a mio avviso, non vide con la stessa chiarezza i pericoli di un’economia sempre più sganciata dalla democrazia.
Probabilmente il suo limite fu quello di ritenere possibile che il volontarismo civico potesse affermare libertà reale e democrazia sostanziale quasi automaticamente. Diritti individuali e mobilitazione referendaria, peraltro sempre più disertata nell’ultima fase della carriera politica di Pannella, non bastano. Sembra invece sempre più chiaro che per non esaurire la cittadinanza in protesta intermittente, ci sia bisogno di democrazia economica e partecipata e di un welfare efficiente
A ciò si aggiunge un tema che il radicalismo pannelliano colse solo in parte: l’ecologia non come semplice tutela ambientale, ma come valore pedagogico e civile.
La libertà, senza questa trama, non forma cittadini ma abbandona individui. Il problema non è limitarla, ma renderla capace di produrre responsabilità, legami civili e vita democratica.
La mobilitazione civica radicale presupponeva un individuo adulto, informato, responsabile, capace di scegliere e di agire. Ma proprio questo individuo non nasce spontaneamente. Ha bisogno di scuola, comunità, partiti non degradati a comitati elettorali, corpi intermedi e pratiche quotidiane di responsabilità.
Senza queste condizioni, la libertà rischia di restare un diritto astratto, giuridicamente proclamato ma socialmente impotente. E il civismo libertario può rovesciarsi non in cittadinanza attiva, ma in una moltitudine di individui isolati, mobilitabili di volta in volta da risentimenti e appartenenze tribali.
Il confronto comparativo sembra confermarlo. L’uomo libero immaginato da Pannella nasce meglio dove la libertà non è abbandonata al solo mercato, ma sostenuta da fiducia pubblica, coesione sociale e partecipazione. Non è decisiva la formula astratta del sistema: liberale e federale come in Svizzera, socialdemocratica come in Scandinavia, o mista come in parte dell’Olanda. Ciò che conta è la densità democratica.
I modelli anglosassoni più competitivi, al contrario, rivelano più facilmente i limiti della libertà senza legami come polarizzazione, frammentazione e sfiducia. In altre parole, il Pannella più profondo, quello che per tutta la vita volle chiamare i propri militanti “compagni”, perde forza quando la sua libertà viene consegnata al neoliberismo del molto individuo e del poco cittadino.
Il partito radicale di massa
Torna di attualità la profezia di Augusto Del Noce sulla futura egemonia del “partito radicale di massa”. A distanza di decenni, e ad anni dalla morte di Marco Pannella, quella previsione appare almeno in parte corretta. Non perché il radicalismo abbia conquistato il potere politico in senso tradizionale, ma perché molte categorie culturali un tempo minoritarie sono progressivamente divenute senso comune dell’Occidente contemporaneo.
Resta tuttavia da capire se il “partito radicale di massa” rappresenti davvero il compimento storico del pannellismo oppure soltanto la sua versione parziale e degenerata, priva di quella dimensione civica e pedagogica che costituiva, a mio avviso, il nucleo necessario per rendere operativa la visione laico-democratica e libertaria del suo leader.
Pannella ebbe certamente molti limiti, ma non fu un utopista. Da laico non avrebbe mai immaginato un uomo perfetto o astrattamente “nuovo”. La sua idea di individuo libero, capace di autoregolare la propria vita attraverso la coscienza, rimane ancora oggi uno degli ideali più alti della tradizione liberaldemocratica, sfida realistica perché fondata sul rispetto della natura umana, non sulla sua negazione.
Da questo punto di vista, la lezione di questo eretico del Novecento, sopravvissuto quasi accidentalmente al nostro secolo, resta un’eredità preziosa.
Note.
- Il concetto di “democrazia sostanziale” è qui utilizzato non in senso dirigista o illiberale, ma come capacità delle istituzioni democratiche di rendere effettiva la partecipazione civica attraverso pluralismo associativo, fiducia sociale, autonomie territoriali e vitalità dei corpi intermedi.
- I dati comparati sulla fiducia sociale e sulla fiducia nelle istituzioni sono ricavati principalmente da OECD Trust Survey, World Values Survey e Democracy Index.
- Cfr. Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione e gli scritti sul “partito radicale di massa”.
- Sul rapporto tra individualismo avanzato, crisi dei legami sociali e declino della partecipazione civica si vedano anche Robert Putnam, Bowling Alone, e Christopher Lasch, La cultura del narcisismo.
