A volte sembra tristemente vera la frase dei Dire Straits, quando affermano che “noi abbiamo un solo mondo, ma viviamo in uno diverso” come se non ci rendessimo conto della devastazione, come se le guerre fossero eternamente distanti, qualcosa di ultraterreno, quando invece sono nocive per noi, per il pianeta, per la vita. Quelle che iniziano questa sera all’Arena di Verona sono della Paralimpiadi che mai come in questa edizione prendono piede in tempi drammatici per la storia umana, in un clima di guerra che coinvolge tutti i continenti, in un’atmosfera in cui la tanto invocata tregua olimpica non solo non è rispettata ma è pienamente ignorata anche internamente ai giochi stessi. Saranno dei giochi atipici, che forse richiamano con un velo di inquietudine quelli di Mosca 1980 dove gli atleti non sfilarono, proprio per l’assenza nella cerimonia dei protagonisti della manifestazione. Il Comitato Parlimpico internazionale ha deciso che non ci saranno bandiere, non ci saranno neanche portabandiera e che lo speaker non annuncerà l’ingresso dei 56 paesi qualificati, spiegando questa decisione senza precedenti con l’idea di consentire agli atleti di non allontanarsi troppo dalle loro sedi di gara alla vigilia del primo giorno in cui si assegneranno medaglie. Come una maschera pirandelliana forse la scelta del comitato del Comitato Internazionale Parlalimpico Andrew Parsons cela qualcosa di più, nasconde probabilmente la volontà di non far andare in scena una cerimonia sottotono, dimezzata a causa dei boicottaggi. Proprio così, proprio quell’azione che rese unici in senso negativo i giochi di Mosca 1980, Los Angeles 1984 e in parte anche Montreal 1976. Il CIP aveva annunciato il reintegro delle bandiere e degli inni di Russia e Bielorussia, un ritorno per la Nazione di Putin che non sente risuonare il proprio inno e non vede sventolare il proprio vessillo con tre strisce orizzontale bianca blu e rossa dal 2014, da Sochi. I simboli nazionali del paese vennero prima banditi a casa della squalifica imposta dalla WADA, l’agenzia mondale antidoping che con il contributo di Gregory Rodchenkov aveva scoperto il meccanismo che ha falsato le Olimpiadi invernali che si tennero nella cittadina affacciata sul Mar Nero. Al termine di tale squalifica però la Russia, pochi giorni dopo la chiusura di Pecino 2022, ha invaso l’Ucraina scatenando una guerra che doveva essere un conflitto breve e rapido e invece dopo quattro anni ancora porta morte e devastazione al centro dell’Europa. La reazione del mondo sportivo è stata chiara, squalificare tutti gli atleti Russi e anche Bielorussi, ma adesso, con le guerre nel mondo che si sono moltiplicate (la Palestina messa a ferro e fuoco dall’ennesimo conflitto mediorientale, l’Iran entrato in una fase di incertezza dopo la morte dell’Ayatollah Khamenei e la conseguente risposta con missili lanciati nelle lussuose regge di Dubai e sono solo due dei 56 conflitti attivi al mondo) la votazione del comitato Paralimpico ha portato al reintegro di bandiera e inno russi e bielorussi cosa che potrebbe aprire il dibattito anche per la loro reintroduzione in altre grandi manifestatoni sportive internazionali. Al di là della complessa situazione di geopolitica sportiva, the show must go on e già da domani le prime medaglie saranno assegnate e splenderanno ancora come il braciere di Milano Cortina.
Da Roma a Milano Cortina inseguendo il record di Nagano e Lillehammer
L’intuizione nacque dalla mente di un ebreo di origine tedesca naturalizzato inglese sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, che si lanciò in prima persona nell’organizzazione di una serie di competizioni dedicate a chi nel conflitto aveva riportato delle menomazioni fisiche o danni alla colonna vertebrale. Ludwig Guttmann diede così il via alla storia dei giochi di Stoke Mandeville, accendendo il sacro fuoco anche per gli atleti che non potevano partecipare alle Olimpiadi anche se si dovette attendere il 1960, a Roma, sempre in Italia, prima di vedere i primi giochi parlimpici che vennero riconosciuti come tali solo a posteriori, nel 1984. Furono un’intuizione di Antonio Maglio, portare Stoke Mandeville a Roma e poi successivamente a Tokyo. Tuttavia dopo due edizioni, nel 1968 a Città del Messico il governo non riuscì ad organizzare questa rassegna parallela che inziò ad essere itinerante e discordante con la sede olimpica, si andò in Israele ad esempio, ad Heidelberg, a Toronto, Arnhem in Olanda e anche a New York. Qualcosa di simile accadde per l’edizione invernale. A causa del gap tecnico che separava gli sport estivi da quelli invernali si dovettero attendere 14 anni dopo Roma 60 prima di vedere i giochi paralimpici invernali la cui realizzazione fu possibile grazie alla figura di Sepp Zwincknagl uno sciatore austriaco che sperimentò lo sci con le protesi e da li l’industria tecnica iniziò ad elaborare strumenti per permettere ai portatori di disabilità di competere. Nel 1974 ci fu il primo mondiale di sci per disabili e di conseguenza ad Ornskoldvisk in Svezia si svolsero i primi giochi paralimpici invernali due anni dopo. Si dovettero attendere diversi anni però per vedere anche qui l’allineamento con i giochi olimpici: quegli estivi si disputarono nel 1988 a Seoul come i giochi olimpici, ma quell’anno per quanto riguarda i giochi invernali non risultò pronta Calgary ad ospitarli e quindi si tornò ad Innsbruck dove il sacro fuoco di Stoke Mandeville era già passato quattro anni prima. Quella fu l’edizione in cui l’Italia ottenne la prima medaglia d’oro, anzi le prime tre medaglie d’oro, mentre quattro anni prima sempre in Austria fu di Bruno Oberhammer il primo podio italiano alle paralimpiadi invernali. CIO e IPC decisero solo nel 2001 di allineare le candidature e di obbligare i paesi volenterosi di ospitare i giochi olimpici di dover presentare la candidatura anche per quegli paralimpici, ma in realtà già dal 1992 si ottenne una corrispondenza totale delle sedi: L’eredità di Stoke Mandeville era entrata stabilmente nel quadriennio olimpico e da lì si consolidò la doppia organizzazione nello stesso anno e nella stessa città di Olimpiadi e Paralimpiadi. L’Italia è ancora a Lillehammer che ritorna andando a cercare la sua edizione più vincente, quella in Norvegia quando arrivarono tredici medaglie, ma nessuna di esse d’oro. Ecco perché ci si riferisce a Nagano 1998 come l’edizione del record per l’Italia, un record che a Milano Cortina proverà a superare anche se non sarà facile, considerando che in Norvegia i podi raggiungibili erano 133, a Nagano 122 e stavolta solo 79, pur avendo 45 rappresentanti. Quello che secondo il presidente del Comitato Paralimpico Italiano è raggiungibile e superabile è il risultato di Pechino 2022, 7 medaglie due delle quali d’oro ottenute dal fenomeno azzurro dello sci alpino Giacomo Bertagnolli, che ottenne anche due argenti. Non solo lui cercherà il bis a Milano Cortina, ma tante speranze sono riposte anche in Renè De Silvestro, nel curling misto di Orietta Bertò e Paolo Ioratti, in Giuseppe Romele bronzo a Pechino nel fondo, ma anche nello sci di Federico Pellizzari, Chiara Mazzel e Martina Vozza. Farà poi il suo debutto anche Emanuel Perathoner, snowboarder che ha partecipato ai Giochi Olimpici di Vancouver 2010 e a quelli di Pyeongchang 2018 prima di un grave infortunio ceh lo ha costretto ad una protesi e quindi a dedicarsi allo snowboard parlimpico. Non mancheranno le star internazionali, Oleksandra Kononova che per l’Ucraina andò a podio anche a Vancouver 2010 e troverà nel biathlon anche Oksana Masters ucraina di nazionalità americana figlia di Chernobyl nata con malformazioni e amputata a due gambe che a Parigi 2024 vinse nel ciclismo para ciclismo. Cercherà il record di tre vittorie di fila nel curling la Cina di Wang Haitao, e proverà a riprendersi lo scettro dell’ice hockey la nazionale statunitense del mito Declan Farmer, senza dimenticare di prestare attenzione alla caccia di record di Jesper Pedersen. Tante storie da raccontare, atleti che hanno vinto le loro battaglie, che si sono reinventati sfruttando al massimo quest’unico mondo, quest’unica vita della quale siamo in possesso.
