Intervista della Web Radio TV FINCOPP alla psicoterapeuta e psicologa giuridica Dott.ssa Roberta Costantini per il Convegno sul Dopo di Noi del 7 luglio 2026 a Roma.

0
La Dott.ssa Roberta Costantini

Dottoressa Costantini, lei lavora da anni accanto alle famiglie che vivono la disabilità in casa. Spesso i genitori hanno ansie, paure, dubbi sul futuro, ma anche il desiderio di vedere crescere autonomia e autostima nei propri figli. Da dove si può cominciare, concretamente?

Si può cominciare da un punto molto semplice, ma non sempre facile: riconoscere che l’autonomia non nasce all’improvviso e non coincide con il “fare tutto da soli”. L’autonomia è un percorso, fatto di piccoli passi, di esperienze ripetute, di fiducia costruita nel tempo. E per molte famiglie questo passaggio è emotivamente complesso, perché proteggere un figlio fragile è naturale. Ma a volte l’eccesso di protezione, pur nato dall’amore, rischia di limitare le possibilità di crescita.

Il primo lavoro, quindi, è con la famiglia. Bisogna ascoltare le paure dei genitori, non giudicarle. La domanda “che cosa accadrà dopo di noi?” è una domanda carica di angoscia. Ma può diventare anche una domanda generativa, se viene trasformata in progetto: quali abilità possiamo rafforzare oggi? Quali esperienze possiamo introdurre gradualmente? Quali relazioni possiamo costruire intorno alla persona?

La scuola è un luogo decisivo, perché può educare all’autonomia e non solo all’apprendimento. Lo sport è importantissimo, perché aiuta il corpo, la socialità, le regole, l’autostima. Anche l’inserimento lavorativo, quando possibile e ben accompagnato, non è solo una questione economica: è identità, ruolo sociale, riconoscimento.

Il metodo deve essere realistico e personalizzato. Non esiste un modello uguale per tutti. Per alcuni ragazzi autonomia significa imparare a muoversi meglio nel quartiere; per altri significa gestire piccoli compiti domestici; per altri ancora partecipare a un’attività sportiva, fare un tirocinio, sperimentare qualche giorno fuori casa.

Ogni piccolo passo va visto, nominato e valorizzato. Perché l’autostima cresce quando la persona sente di poter incidere sulla propria vita. Il nostro compito, come adulti e come professionisti, è creare contesti sicuri ma non chiusi, protettivi ma non bloccanti, capaci di accompagnare ciascuno verso il massimo grado possibile di libertà.

Dottoressa Costantini, nell’impostazione del convegno del 7 luglio, coordinato anche da lei, si insiste molto sull’idea che il “Dopo di Noi” debba essere preparato già nel “Durante Noi”. Dal punto di vista psicologico, qual è il passaggio più delicato per una famiglia che deve iniziare a immaginare un figlio con disabilità fuori da una protezione esclusivamente familiare?

Il passaggio più delicato è accettare che protezione e autonomia non sono due parole opposte. Molti genitori vivono il tema del “Dopo di Noi” con un’angoscia profonda, comprensibile: pensano al futuro del figlio o della figlia e temono che ogni distacco possa essere una perdita, un rischio, quasi un tradimento della propria funzione genitoriale.

In realtà, il lavoro psicologico serve proprio a trasformare questa paura in un percorso. Non si tratta di dire alla famiglia: “dovete lasciare andare”. Sarebbe una frase troppo semplice e anche ingiusta. Si tratta invece di accompagnare i genitori a capire che si può restare presenti anche preparando gradualmente l’autonomia. Si può continuare ad amare, proteggere e sostenere, ma senza chiudere tutte le possibilità di crescita.

Il distacco, quando è ben preparato, non è abbandono. È una nuova forma di fiducia. Può iniziare con esperienze molto piccole: una giornata in un contesto diverso, un’attività fuori casa, un weekend assistito, un laboratorio, un’esperienza sportiva, un gruppo di pari, fino a forme più strutturate di coabitazione o vita autonoma assistita.

La famiglia va aiutata a tollerare l’incertezza. Perché nessun progetto di vita può essere scritto una volta per tutte. Le persone cambiano, crescono, scoprono desideri, limiti, competenze. Anche le persone con disabilità hanno diritto a sperimentare, a scegliere, a sbagliare, a essere accompagnate senza essere sostituite.

Dal punto di vista clinico, questo è un passaggio molto importante: lavorare non solo sulle abilità della persona con disabilità, ma anche sulle emozioni dei genitori. Paura, senso di colpa, stanchezza, ipercontrollo, solitudine: sono vissuti che devono essere accolti. Una famiglia sostenuta psicologicamente riesce più facilmente a sostenere l’autonomia del proprio figlio.

Il “Durante Noi” significa proprio questo: non aspettare l’emergenza, ma costruire fiducia mentre la famiglia è ancora presente.

Dottoressa, sia il Presidente Deiana sia il Presidente de Meo di CONFASSOCIAZIONI  sottolineano l’importanza di una RETE  tra istituzioni, Terzo Settore e professionisti. Quale contributo specifico possono dare psicologi e psicoterapeuti nei progetti di vita previsti per le persone con disabilità e per le loro famiglie?

Psicologi e psicoterapeuti possono dare un contributo fondamentale, perché il progetto di vita non è soltanto un atto amministrativo o un insieme di servizi. È prima di tutto un percorso umano, relazionale, emotivo. Riguarda la persona con disabilità, ma riguarda anche i genitori, i fratelli, gli operatori, la scuola, il lavoro, il contesto sociale.

Il nostro compito è aiutare a leggere i bisogni profondi, non solo quelli dichiarati. A volte una famiglia chiede semplicemente “una soluzione”, ma dietro quella richiesta ci sono anni di fatica, di paura, di rinunce, di aspettative non dette. Allo stesso modo, una persona con disabilità può manifestare un disagio, una chiusura, una resistenza, ma dietro quel comportamento può esserci il bisogno di essere ascoltata, riconosciuta, coinvolta nelle scelte.

Nel progetto di vita è essenziale che la persona non sia trattata come destinataria passiva di interventi decisi da altri. Per quanto possibile, deve essere protagonista. Anche quando la comunicazione è difficile, anche quando la disabilità è complessa, esistono modi per osservare preferenze, desideri, paure, reazioni, risorse. La personalizzazione parte da qui.

Lo psicologo può aiutare la rete a non ridurre tutto alla prestazione: ore di assistenza, posto in una struttura, contributo economico. Sono aspetti importanti, ma non bastano. Bisogna chiedersi: questa persona sta crescendo in autostima? Ha relazioni significative? Ha occasioni di scelta? Si sente più sicura? La famiglia è meno sola? Gli operatori stanno lavorando in modo coerente?

C’è poi un tema di prevenzione. Se il progetto viene costruito troppo tardi, quando i genitori sono anziani o in una situazione di emergenza, tutto diventa più doloroso. Invece il supporto psicologico può favorire passaggi graduali, ridurre conflitti, accompagnare il cambiamento e aiutare tutti ad avere aspettative realistiche ma non rinunciatarie.

La rete serve proprio a questo: tenere insieme competenze diverse, ma con un centro chiaro, la dignità e la libertà possibile della persona. In questo senso, il contributo psicologico non è accessorio: è una parte essenziale del “Durante e Dopo di Noi”.

Laura Diomede

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.