IMHOTEP, L’UOMO CHE COSTRUI’ L’ETERNITA’ (Terza parte: la divinizzazione, il mistero della tomba e il confronto con Leonardo da Vinci)

Come un uomo divenne un dio e perché, dopo cinquemila anni, il suo ultimo segreto è ancora nascosto sotto la sabbia

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Imhotep, divinizzato, riceve gli omaggi dei fedeli. Immagine generata dall’AI

Quando un uomo diventa eterno

Architetto, sapiente, sacerdote, funzionario del faraone Djoser e, secondo una tradizione sviluppatasi nei secoli, medico e guaritore: la sua figura emerge dalle profondità dell’Antico Regno come una delle più straordinarie della storia dell’umanità. A lui viene tradizionalmente attribuita la concezione del complesso funerario di Saqqara e della prima grande piramide costruita in pietra. Ma forse la parte più sorprendente della sua vicenda non riguarda solo ciò che costruì durante la sua vita, ma ciò che accadde dopo.

Infatti, mentre i secoli cancellavano il ricordo di sovrani, dinastie e potenti funzionari, il nome di Imhotep continuò a sopravvivere. Generazione dopo generazione, la memoria dell’architetto si trasformò. Il costruttore divenne un sapiente. Il sapiente divenne un guaritore. E, infine, l’uomo divenne un dio. Come fu possibile?

Questa terza parte del nostro viaggio alla scoperta di Imhotep affronta proprio questo straordinario percorso attraverso quasi cinquemila anni di storia. Dalla nascita del suo culto ai pellegrinaggi nei santuari dedicati al “figlio di Ptah”, dall’identificazione con il dio greco Asclepio fino alla leggenda della Stele della Carestia, seguiremo la lunga trasformazione di un uomo reale in una delle figure più venerate dell’antico Egitto.

Ma c’è un paradosso che rende la sua storia ancora più affascinante. Conosciamo il suo nome. Conosciamo la grande opera che gli viene attribuita. Conosciamo la venerazione che lo accompagnò per oltre duemila anni. Eppure non sappiamo dove sia sepolto. La tomba di Imhotep è ancora oggi uno dei grandi misteri dell’archeologia. Potrebbe trovarsi nascosta sotto la sabbia di Saqqara, forse non lontano dalla piramide del faraone al quale dedicò la propria vita. Da oltre un secolo archeologi ed egittologi cercano tracce di quella sepoltura. Finora, senza una risposta definitiva.

La vicenda di Imhotep non parla soltanto dell’antico Egitto. Parla del potere della conoscenza, della capacità umana di immaginare ciò che ancora non esiste e di trasformare un’idea in qualcosa destinato a sopravvivere al proprio creatore. Non fu un conquistatore, non guidò eserciti e non fondò nemmeno una dinastia. Ma costruì. E attraverso ciò che costruì cambiò per sempre il modo in cui l’umanità avrebbe immaginato l’architettura, la tecnica e l’eternità.

In questa terza ed ultima parte dell’articolo della Rubrica “La Stele di Rosetta”, pubblicato da IQ, incontreremo dunque Imhotep sotto una nuova luce: non soltanto come l’uomo che costruì la prima piramide, ma come un simbolo universale dell’intelligenza creativa. Un uomo che, per molti aspetti, può essere accostato — pur attraverso l’immensa distanza di quarantasei secoli — a un altro genio capace di attraversare i confini delle discipline: Leonardo da Vinci. Due uomini lontanissimi nel tempo, due mondi incomparabili, ma una stessa, straordinaria capacità: guardare oltre ciò che esiste e immaginare ciò che ancora nessuno ha costruito.

Benvenuti, dunque, nell’ultima e forse più sorprendente tappa del viaggio dedicato a Imhotep, l’uomo che costruì l’eternità. Buona Lettura!

In questa immagine di fantasia generata dall’AI, Imhotep illustra all’Autore dell’articolo il progetto del complesso funerario di Saqqara
INDICE DEI CONTENUTI

DA UOMO A DIO: LA STRAORDINARIA DIVINIZZAZIONE DI IMHOTEP

LA TOMBA PERDUTA, IL PIU’ GRANDE MISTERO ANCORA APERTO SU IMHOTEP

L’UOMO CHE INVENTO’ IL FUTURO: L’EREDITA’ DI IMHOTEP, IL PRIMO GRANDE GENIO DELLA STORIA

IMHOTEP E LEONARDO DA VINCI: DUE GENI SEPARATI DA QUARANTASEI SECOLI

CONCLUSIONE: TRA LE PIETRE DI SAQQARA

BIBLIOGRAFIA

DA UOMO A DIO: LA STRAORDINARIA DIVINIZZAZIONE DI IMHOTEP

“Un’invocazione a Imhotep, il dio egizio della medicina” (An invocation to I-em-hetep, the Egyptian deity of medicine), un dipinto a olio realizzato intorno al 1912 dal pittore britannico Ernest Board. Il dipinto è conservato presso la Wellcome Library (o Wellcome Collection) di Londra e raffigura un rito di guarigione o una preghiera rivolta a Imhotep, celebre architetto e saggio dell’antico Egitto poi divinizzato nei secoli successivi.

Quando Imhotep morì – probabilmente verso la fine del regno di Djoser – nulla lasciava presagire che il suo nome avrebbe attraversato quasi cinquemila anni di storia. Come tutti i grandi funzionari dell’Antico Regno, doveva essere ricordato dai familiari, dagli scribi di corte e da coloro che avevano collaborato con lui. Era un uomo di straordinario prestigio, certo, ma pur sempre un uomo.

Eppure, con il trascorrere dei secoli, qualcosa di inatteso accadde: la memoria del costruttore sopravvisse alla memoria di molti faraoni. Mentre intere dinastie cadevano nell’oblio, il nome di Imhotep continuava a essere pronunciato, non più come quello di un architetto, ma come quello di un sapiente. Poi di un guaritore e, infine, di un dio. Si tratta di un processo eccezionale, che merita di essere ricostruito con attenzione, distinguendo sempre ciò che appartiene alla storia da ciò che nasce dalla tradizione religiosa.

La lunga memoria dell’Egitto

Il famoso Zodiaco di Dendera, un’antica mappa celeste egizia risalente al I secolo a.C. Si trovava sul soffitto di una cappella dedicata al dio Osiride nel tempio di Hathor a Dendera, in Egitto. È stato scolpito intorno al 50 a.C., durante il periodo di dominazione greco-romana e mostra una volta celeste con i segni dello zodiaco, le costellazioni e trentasei spiriti chiamati decani che simboleggiano i giorni dell’anno. L’opera originale è esposta a Parigi nel Museo del Louvre. Foto: HERVÉ LEWANDOWSKI / RMN-GRAND PALAIS

L’antico Egitto possedeva un rapporto con il passato molto diverso dal nostro. Per gli Egizi, infatti, il tempo non era una linea retta, ma un ciclo. Il presente acquistava valore perché ripeteva il gesto originario degli dèi. Anche gli uomini eccezionali potevano continuare a esercitare un’influenza dopo la morte.

Nei primi secoli, il ricordo di Imhotep rimase probabilmente confinato agli ambienti sacerdotali e agli architetti di corte. La Piramide a Gradoni continuava a dominare Saqqara come una testimonianza concreta della sua opera. Ogni generazione di costruttori poteva osservare quel monumento e riconoscere che tutto era iniziato da lì. Fu questa continuità materiale a impedire che il suo nome scomparisse.

Quando nasce il culto?

Fedeli che si recano a venerare Imhotep ormai divinizzato. Immagine generata dall’AI

Una delle domande più dibattute riguarda l’origine del culto di Imhotep. La risposta è meno semplice di quanto possa sembrare. Non esistono prove che egli fosse venerato come divinità subito dopo la morte. Anzi, tutto lascia pensare che per molti secoli fosse ricordato soltanto come un uomo straordinario.

La sua progressiva divinizzazione sembra svilupparsi soprattutto durante il Periodo Tardo (VII-IV secolo a.C.), raggiungendo il culmine in epoca tolemaica. È un intervallo enorme, quasi duemila anni. Questo dato ci ricorda quanto lentamente si costruiscano le grandi tradizioni religiose.

🔎Approfondimento: può un uomo diventare un dio?

Nel pensiero egizio il confine tra umano e divino era meno rigido di quanto immaginiamo oggi. Il faraone era già considerato una figura divina durante la vita.

Alcuni grandi saggi, sacerdoti o benefattori potevano essere progressivamente elevati a uno status sovrumano grazie alla memoria collettiva e alla loro reputazione. Imhotep rappresenta il caso più celebre di questo fenomeno.

Statua in granodiorite del dio egizio Ptah, risalente al Nuovo Regno (XVIII dinastia, regno di Amenhotep III, circa 1390-1353 a.C.) e conservata al Museo Egizio di Torino

Il figlio di Ptah

Con il consolidarsi del culto, Imhotep viene associato al dio Ptah, signore di Menfi e patrono degli artigiani. La scelta non è casuale: Ptah era il dio che, secondo la teologia menfita, aveva creato il mondo attraverso il pensiero e la parola. Era il dio della creazione intellettuale. Quale figura poteva rappresentarne meglio lo spirito se non il più grande architetto dell’Egitto?

Nei testi tardi Imhotep viene persino definito “figlio di Ptah”. Naturalmente non si tratta di una parentela storica, ma un modo simbolico per affermare che la sua sapienza aveva origine divina.

I templi di Imhotep

Nell’articolo precedente, abbiamo visto che tra il IV e il I secolo a.C. sorsero numerosi santuari dedicati a Imhotep. Riassumiamo i più importanti che si trovavano a:

  • Saqqara, presso la necropoli di Djoser;
  • Menfi, centro del culto di Ptah;
  • File, dove il suo nome compare accanto ad altre divinità;
  • Deir el-Bahari, in alcuni contesti votivi di epoca tarda in seguito alla creazione di un santuario e “sanatorium” a lui dedicato all’interno del Tempio funerario di Hatshepsut.
Deir el-Bahari con i templi di Hatshepsut, Thutmosis III e Mentuhotep II, Luxor, Egitto

Questi luoghi non erano semplici monumenti commemorativi, ma mete di pellegrinaggio. Uomini e donne vi si recavano per chiedere guarigioni, protezione e consiglio. Sono state rinvenute migliaia di piccole offerte votive: statuette, iscrizioni, stele e oggetti lasciati dai fedeli come segno di gratitudine. Il costruttore della prima piramide era ormai diventato un intermediario tra gli uomini e gli dèi.

Il dio della medicina

È soprattutto in questo periodo che Imhotep assume il ruolo di grande guaritore. Nei santuari dedicati al suo culto i malati trascorrevano la notte sperando di ricevere, attraverso il sogno, un’indicazione terapeutica.

Questo fenomeno, noto come incubazione sacra, era diffuso anche nel mondo greco. Il sogno non era considerato un prodotto della mente, ma un messaggio inviato dalla divinità. Il sacerdote interpretava la visione e suggeriva cure, preghiere o rituali.

L’incubazione sacra. Immagine generata dall’AI

È importante sottolineare che queste pratiche appartengono alla religiosità del Periodo Tardo e non possono essere retrodatate alla vita di Imhotep. Tuttavia, testimoniano quanto fosse ormai profonda la fiducia riposta nella sua figura.

L’incontro con i Greci

Imhotep e Asclepio. Immagine generata dall’AI

Quando Alessandro Magno conquistò l’Egitto nel 332 a.C., il mondo greco entrò in contatto con una civiltà antichissima. Gli studiosi ellenici rimasero affascinati da Imhotep e non tardarono a identificarlo con Asclepio, il loro dio della medicina. L’assimilazione era quasi naturale: entrambi erano guaritori, considerati uomini sapienti elevati a dignità divina che ricevevano offerte da parte dei malati. Questa identificazione contribuì a diffondere ulteriormente il culto di Imhotep anche nel Mediterraneo orientale.

🏺Lo sapevi? Un culto durato oltre duemila anni

Tra la vita di Imhotep e gli ultimi pellegrinaggi documentati nei suoi santuari trascorsero più di due millenni.

Pochissime figure storiche dell’antichità possono vantare una continuità di culto tanto lunga.

La Stele della Carestia

Uno dei testi più celebri associati a Imhotep è la cosiddetta Stele della Carestia, incisa sull’isola di Sehel, nei pressi di Assuan. Il racconto narra che, durante il regno di Djoser, una terribile carestia colpì l’Egitto per sette anni a causa della mancata piena del Nilo. Il faraone, disperato, si rivolse a Imhotep. Fu il sapiente a suggerire di interrogare il dio Khnum, signore delle sorgenti del Nilo. Dopo aver onorato la divinità, il fiume tornò a inondare la valle e la prosperità fu ristabilita.

La Stele della carestia, un’epigrafe in geroglifici incisa su una roccia di granito sull’isola di Sehel, vicino ad Assuan in Egitto. Si pensa sia stata scolpita in epoca tolemaica (332-31 a.C.), ma il testo racconta una grave carestia durata sette anni avvenuta durante il regno del faraone Djoser (III dinastia). La parte superiore raffigura il faraone insieme alla triade di divinità locali: Khnum, Satet e Anuqet

Il racconto è affascinante, ma gli storici invitano alla prudenza: la stele fu incisa in epoca tolemaica, oltre duemila anni dopo gli eventi descritti. Essa, pertanto, non costituisce una cronaca contemporanea. È piuttosto un testo religioso che utilizza personaggi storici per trasmettere un messaggio teologico. Il suo valore, dunque, non è tanto documentario quanto culturale, mostrandoci come gli Egizi immaginavano Imhotep.

L’uomo che divenne simbolo

Il vero miracolo di Imhotep non è tanto la Piramide a Gradoni, quanto ciò che essa rappresentò nei secoli. Ogni generazione vide in lui qualcosa di diverso: gli architetti ammiravano il costruttore, gli scribi il sapiente, i sacerdoti il teologo, i medici il guaritore, i pellegrini il protettore.

È raro che una stessa figura riesca a incarnare tanti significati. Ed è probabilmente questa straordinaria capacità di parlare a epoche diverse che rese possibile la sua divinizzazione.

👨‍🎓L’opinione degli egittologi

Dietrich Wildung ha mostrato come il culto di Imhotep sia il risultato di un lungo processo di costruzione della memoria religiosa, sviluppatosi soprattutto nel Periodo Tardo. Jan Assmann ha sottolineato che gli Egizi trasformavano alcuni personaggi storici in modelli culturali, più che in semplici eroi. Per Barry Kemp, la fortuna di Imhotep dimostra come il prestigio della conoscenza potesse, in casi eccezionali, superare persino quello del potere politico.

LA TOMBA PERDUTA, IL PIU’ GRANDE MISTERO ANCORA APERTO SU IMHOTEP

Ed eccoci al più grande mistero. L’uomo che costruì la prima piramide della storia, il genio che progettò uno dei monumenti più celebri del pianeta, il sapiente venerato come un dio, conosciamo il nome, le opere, perfino il culto, ma, paradossalmente, non conosciamo la sua tomba.

Archeologi al lavoro per scoprire la tomba di Imhotep. Immagine generata dall’AI

È uno dei grandi enigmi dell’archeologia egizia. Da oltre un secolo gli studiosi la cercano. Molti credono che sia nascosta da qualche parte nella necropoli di Saqqara. Altri propongono localizzazioni differenti. Nessuna ipotesi, finora, ha trovato conferma definitiva.

Se un giorno la tomba di Imhotep venisse scoperta, potremmo trovarci di fronte a una delle più importanti scoperte archeologiche del XXI secolo. Non soltanto per il valore dei reperti, ma perché ci permetterebbe, forse per la prima volta, di incontrare davvero l’uomo dietro la leggenda.

Dove avrebbe dovuto essere sepolto?

La logica suggerisce una risposta apparentemente semplice: Imhotep trascorse gran parte della propria vita a Menfi e lavorò nella necropoli reale di Saqqara. È quindi naturale immaginare che anche la sua sepoltura si trovi in quell’area.

La necropoli di Saqqara si estende però per oltre sette chilometri lungo il margine occidentale della valle del Nilo! Non si tratta di un singolo cimitero, ma di una vera e propria città dei morti, utilizzata per oltre tremila anni: sotto la sabbia si sovrappongono tombe appartenenti a epoche diverse, spesso costruite una sopra l’altra. Localizzare una sepoltura specifica in un simile contesto equivale a cercare un ago in un pagliaio.

Estensione della necropoli di Saqqara, dalla quale si intuisce la difficoltà degli archeologi a ritrovare la tomba di Imhotep. Fonte: unvasopienodiparole

Il candidato più probabile

La maggior parte degli studiosi concorda su un punto: se la tomba di Imhotep esiste ancora, è molto probabilmente nascosta nelle immediate vicinanze del complesso funerario di Djoser. Questa ipotesi si basa su considerazioni sia pratiche sia simboliche.

I più alti dignitari dell’Antico Regno desideravano infatti essere sepolti accanto al sovrano che avevano servito. La vicinanza alla piramide garantiva prestigio, protezione religiosa e una partecipazione simbolica al culto funerario del faraone. Per Imhotep questa aspirazione sarebbe stata ancora più naturale: avendo dedicato la propria vita alla costruzione della dimora eterna di Djoser, è difficile immaginare che desiderasse riposare altrove.

Jean-Philippe Lauer e una vita dedicata a Saqqara

Jean-Philippe Lauer mentre ispeziona i lavori di restauro nel complesso della piramide a gradoni di Djoser Fonte: Alchetron

Nessun nome è legato a Saqqara quanto quello dell’egittologo francese Jean-Philippe Lauer. Arrivò in Egitto negli anni Venti del Novecento e vi rimase praticamente tutta la vita. Per oltre settant’anni studiò, restaurò e documentò il complesso di Djoser. Camminò migliaia di volte tra le sue gallerie, conobbe ogni muro, ogni blocco, ogni frattura.

Lauer era convinto che la tomba di Imhotep dovesse trovarsi nei pressi della piramide. Tuttavia, non riuscì mai a individuarla e la sua ricerca rimase incompiuta.

È uno di quei casi in cui un’intera esistenza dedicata a un luogo non basta a esaurirne i misteri.

🔎Approfondimento: chi era Jean-Philippe Lauer?

Jean-Philippe Lauer a Saqqara. Fonte: Jean-Luc MANAUD / Gamma-Rapho via Getty Images

Nato a Parigi nel 1902, Jean-Philippe Lauer è considerato il massimo studioso del complesso funerario di Djoser. Arrivato in Egitto nel 1926 su invito dell’egittologo Pierre Lacau, Lauer dedicò oltre 70 anni della sua vita allo studio, allo scavo e al restauro della Piramide a gradoni del re Djoser, l’opera monumentale progettata dall’architetto Imhotep, contribuendo alla comprensione delle sue diverse fasi costruttive. Essendo un architetto di formazione, applicò con precisione scientifica, attraverso il metodo dell’anastilosi, la ricomposizione dei blocchi originali crollati nel corso dei millenni. Grazie a lui, la parete di cinta del complesso e diversi colonnati di Saqqara sono stati parzialmente ricostruiti ed è possibile ammirarli oggi.

Oltre al lavoro architettonico, condusse importanti scavi sotterranei sotto la piramide, scoprendo gallerie funerarie, rilievi del re Djoser e oltre 40.000 vasi in pietra dura risalenti alle prime dinastie.

Lavorò sul campo quasi fino alla sua scomparsa, avvenuta all’età di 98 anni nel 2001. Gli egiziani lo consideravano una figura leggendaria del sito, affettuosamente ribattezzato “il guardiano di Saqqara“. Ancora oggi le sue opere rappresentano un punto di riferimento imprescindibile per qualsiasi studio su Imhotep.

Walter Emery e le gallerie sotterranee

Il celebre egittologo britannico Walter Bryan Emery (1903–1971). Nella fotografia, scattata nel 1968, viene immortalato con la sua iconica pipa mentre analizza un reperto. Fonte: pressreader

Negli anni Cinquanta e Sessanta un altro grande egittologo, Walter Bryan Emery, concentrò la propria attenzione su alcune vaste gallerie sotterranee situate nella parte settentrionale della necropoli. Gli scavi portarono alla luce una serie di ambienti enigmatici. Tra questi figuravano numerose sepolture di ibis e babbuini.

Perché proprio questi animali? La risposta conduce nuovamente a Imhotep. Durante il Periodo Tardo l’ibis e il babbuino erano entrambi associati al dio Thot, patrono della sapienza e della scrittura. Molti studiosi ipotizzarono quindi che quell’area potesse appartenere a un grande santuario dedicato anche a Imhotep. L’idea era affascinante: se il santuario era lì, forse anche la tomba del sapiente doveva trovarsi nelle vicinanze. Ma ancora una volta mancò la prova decisiva.

Le ricerche di Zahi Hawass

Zahi Hawass

Negli ultimi decenni le indagini sono proseguite grazie alle missioni del Supreme Council of Antiquities, guidate in varie fasi da Zahi Hawass.

L’utilizzo di nuove tecnologie ha permesso di individuare strutture sotterranee, pozzi ancora inesplorati e vaste aree della necropoli mai scavate sistematicamente. Hawass ha più volte dichiarato di ritenere possibile la scoperta della tomba di Imhotep. Secondo l’egittologo egiziano, essa potrebbe trovarsi ancora nascosta sotto metri di sabbia e detriti accumulati nel corso dei millenni.

È un’ipotesi prudente, ma non priva di fondamento. Saqqara continua infatti a restituire ogni anno nuove tombe appartenenti all’Antico Regno. La necropoli è tutt’altro che completamente esplorata.

🏺Lo sapevi? Saqqara continua ancora oggi a sorprendere gli archeologi

L’esposizione di 59 sarcofagi in legno antichi e sigillati, risalenti a circa 2.600 anni fa, scoperti nella vasta necropoli di Saqqara. I sarcofagi integri sono stati rinvenuti all’interno di pozzi funerari profondi e appartenevano a sacerdoti, alti funzionari e personalità di spicco della XXVI dinastia. Molti dei cofani lignei hanno mantenuto i colori originali e le decorazioni intatte dopo oltre ventisei secoli sottoterra. Insieme alle bare sono state ritrovate decine di statuette lignee del dio Ptah-Sokar-Osiride e amuleti funerari. Fonte: travelworld

Negli ultimi vent’anni la necropoli di Saqqara ha restituito centinaia di sarcofagi, statue, papiri, laboratori per la mummificazione e tombe perfettamente conservate. Ogni nuova campagna dimostra quanto questo sito sia ancora lontano dall’aver rivelato tutti i suoi segreti.

Per molti archeologi, la tomba di Imhotep potrebbe essere ancora lì, in attesa di essere scoperta.

Perché è così difficile trovare la tomba di Imhotep?

Come abbiamo visto sopra, la risposta risiede nella storia stessa di Saqqara. Per oltre tremila anni la necropoli fu continuamente riutilizzata. Nuove tombe vennero costruite sopra quelle più antiche, i pozzi funerari attraversarono strutture precedenti, i blocchi delle tombe furono riutilizzati e intere aree cambiarono funzione. A ciò si aggiunsero i saccheggi dell’antichità, i terremoti, il crollo di gallerie sotterranee e l’accumulo di enormi quantità di sabbia.

In alcuni punti gli archeologi devono scavare per decine di metri prima di raggiungere i livelli dell’Antico Regno. Ogni intervento richiede anni di lavoro!

Vista dall’alto della necropoli di Saqqara Fonte: Anubi Magazine

Che cosa potremmo trovare?

Immaginiamo, per un istante, che la tomba venga finalmente individuata. Che cosa potrebbero rivelare gli scavi? Gli archeologi sperano soprattutto in tre elementi. Il primo sarebbe naturalmente il sarcofago. Il secondo, eventuali iscrizioni autobiografiche. Il terzo, gli strumenti del mestiere.

Nel caso di Imhotep, anche un semplice set di strumenti da architetto, una tavoletta di misurazione o un’iscrizione relativa ai suoi incarichi avrebbe un valore storico incalcolabile. Potremmo comprendere meglio l’organizzazione del cantiere di Saqqara, le tecniche di progettazione e il ruolo concreto svolto da questo straordinario funzionario. Naturalmente è anche possibile che la tomba sia stata saccheggiata già nell’antichità, ma persino una sepoltura vuota potrebbe fornire informazioni decisive.

Una teca del Museo Egizio di Torino che racchiude una collezione di antichi strumenti da lavoro in legno e pietra risalenti all’Antico Regno d’Egitto, tra cui una livella a piombino che serviva a verificare la perfetta verticalità e il livellamento. Nella parte superiore sono disposti diversi mazzuoli di legno con manico, impiegati dai carpentieri e dai costruttori. Sul ripiano inferiore si notano piccoli scalpelli in metallo o pietra e altri strumenti appuntiti usati per la lavorazione dei materiali. 

L’ultimo enigma di Imhotep

Forse è giusto che il più grande architetto dell’antico Egitto continui a custodire almeno un segreto. La sua opera è sopravvissuta quasi intatta, il suo nome non è stato dimenticato, la sua fama ha attraversato i millenni. Solo il luogo del suo riposo rimane nascosto, come se la Storia avesse voluto ricordarci che nessuna conoscenza è mai definitiva. E non è forse questa l’essenza dell’archeologia, in cui ogni scoperta apre nuove domande e ogni risposta genera nuovi misteri?

👨‍🎓L’opinione degli egittologi

Barry Kemp ha osservato che l’assenza della tomba di Imhotep non diminuisce affatto la sua importanza storica; al contrario, contribuisce a mantenere vivo l’interesse scientifico verso Saqqara. Dietrich Wildung ritiene che una sua eventuale scoperta rappresenterebbe uno degli eventi più significativi dell’egittologia moderna. Zahi Hawass ha più volte espresso la convinzione che la necropoli menfita conservi ancora scoperte destinate a modificare la nostra conoscenza dell’Antico Regno.

Barry Kemp (1940-2024) in navigazione sul Nilo. Ph. Anna Hodgkinson

L’UOMO CHE INVENTO’ IL FUTURO: L’EREDITA’ DI IMHOTEP, IL PRIMO GRANDE GENIO DELLA STORIA

La vicenda di Imhotep si svolge quasi cinquemila anni fa, in un Egitto ancora giovane, quando le grandi piramidi di Giza non erano state nemmeno immaginate e gran parte delle civiltà che oggi popolano i libri di storia dovevano ancora nascere. Eppure, osservando la sua opera, è impossibile non provare una sensazione sorprendente: Imhotep ci appare straordinariamente moderno, di certo non perché pensasse come noi, ma perché affrontò problemi che ancora oggi appartengono a ogni grande progettista ovvero come trasformare un’idea in materia, come coordinare migliaia di persone, come unire tecnica, estetica e funzionalità, e come costruire qualcosa destinato a durare più della propria vita.

Non sorprende, quindi, che la distanza di quarantasei secoli sembra, improvvisamente, ridursi.

Imhotep riceve l’apprezzamento degli operai di Saqqara. Immagine generata dall’AI

Il primo architetto della storia

Prima di Imhotep esistevano indubbiamente costruttori, artigiani e maestranze esperte.

Ma con lui compare, per la prima volta, una figura nuova: l’architetto come concepiamo oggi questa professione. Non un semplice esecutore, quindi, ma un uomo capace di immaginare un’opera nella sua interezza, di coordinarne ogni fase, di prevederne i problemi e di integrare aspetti tecnici, religiosi e simbolici in un unico progetto. In questo senso, Imhotep non costruì soltanto una piramide, ma, lo ripetiamo, inventò un modo nuovo di costruire.

Djoser si congratula con Imhotep per il compimento dell’impresa. Immagine generata dall’AI

L’ingegnere dell’impossibile

Ogni epoca possiede le proprie sfide tecnologiche. Se per il XXI secolo sono le missioni spaziali, l’intelligenza artificiale, la fusione nucleare, per il XXVII secolo a.C. era la pietra. Nessuno aveva mai tentato di utilizzarla per realizzare un complesso monumentale di simili dimensioni. Imhotep trasformò questo limite in un’opportunità. Fece della pietra il linguaggio dell’eternità.

Senza la sua intuizione, probabilmente, non avremmo avuto le grandi piramidi di Snefru, di Cheope, di Chefren e di Micerino. L’intera stagione dell’architettura monumentale egizia nasce dalla sua esperienza.

Il potere della conoscenza

L’aspetto più sorprendente della sua vicenda è che Imhotep non fu ricordato per aver conquistato territori, non guidò eserciti, non fondò dinastie e nemmeno fu celebrato per le vittorie militari.

La sua fama nasce dalla conoscenza. È, questa, una circostanza rarissima nella storia antica: gli Egizi decisero di divinizzare un uomo non perché fosse il più potente, ma perché era il più sapiente. È un messaggio che attraversa i millenni: la conoscenza può lasciare un’eredità più duratura della forza.

Un esempio per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca in cui la velocità sembra prevalere sulla durata. Ad esempio, basti pensare che le tecnologie cambiano nell’arco di pochi anni, gli edifici vengono progettati per essere efficienti, ma non sempre per attraversare i secoli e le informazioni si moltiplicano, mentre il sapere rischia talvolta di frammentarsi.

Imhotep ci ricorda una lezione diversa: ogni grande opera nasce dalla pazienza, dallo studio e dalla capacità di guardare oltre l’immediato. La Piramide a Gradoni non fu costruita per stupire i contemporanei, ma per parlare all’eternità, ciò che esattamente ciò che continua a fare.

Il fascino del mistero

L’archeologia: ogni scoperta genera nuove domande. Immagine realizzata dall’AI

Esiste, tuttavia, un ultimo insegnamento. L’archeologia non è la scienza delle certezze, è la disciplina delle domande. Più studiamo Imhotep, più ci rendiamo conto di quanto ancora ignoriamo. Dove si trova la sua tomba? Quale fu realmente il suo ruolo nella medicina? Quali testi scrisse? Quanto influenzò i suoi successori? Ogni risposta apre nuove piste di ricerca.

Ed è proprio questa incompiutezza a rendere la storia tanto affascinante: se conoscessimo già tutto, non esisterebbe più il desiderio della scoperta.

Una lezione per l’archeologia

Come abbiamo già detto in un recente articolo sull’uso dell’AI, negli ultimi decenni la tecnologia ha trasformato profondamente la ricerca archeologica: radar che penetrano nel terreno, scanner laser tridimensionali, fotogrammetria digitale, analisi isotopiche, intelligenza artificiale applicata alla ricostruzione dei reperti.

Eppure, nonostante questi strumenti straordinari, il lavoro dell’archeologo continua a fondarsi sulla stessa qualità che guidava Imhotep: l’osservazione, la capacità di porre le domande giuste e la pazienza.

In questo senso, il primo architetto continua ancora oggi a insegnare agli studiosi del XXI secolo.

Lo spirito di Imhotep ispira il futuro. Immagine generata dall’AI

Perché continuiamo ad ammirare Imhotep?

Difficile rispondere a questa domanda. Forse perché Imhotep rappresenta qualcosa che supera l’antico Egitto. È il simbolo dell’intelligenza creativa, dell’uomo che osserva un problema e immagina una soluzione che nessuno aveva mai concepito, dell’innovazione che nasce dal rispetto della tradizione e del sapere messo al servizio della collettività.

In un mondo spesso affascinato dagli eroi della guerra, Imhotep ci ricorda che esistono anche gli eroi della conoscenza e che, talvolta, sono proprio loro a cambiare il corso della storia.

IMHOTEP E LEONARDO DA VINCI: DUE GENI SEPARATI DA QUARANTASEI SECOLI

Se si volesse individuare, nella storia dell’umanità, una figura capace di incarnare un ideale di sapere paragonabile a quello di Leonardo da Vinci, il nome di Imhotep sarebbe probabilmente il primo candidato.

Naturalmente il paragone va utilizzato con cautela. Leonardo operò nell’Italia del Rinascimento, in una società profondamente diversa dall’Egitto dell’Antico Regno. Le conoscenze scientifiche, gli strumenti, il metodo sperimentale e perfino il concetto stesso di ricerca erano radicalmente differenti. Eppure, al di là della distanza di oltre quarantasei secoli, emergono sorprendenti analogie.

Entrambi furono uomini capaci di superare i confini della propria disciplina. Nessuno dei due si limitò a essere un semplice tecnico. Imhotep fu contemporaneamente architetto, ingegnere, visir, sacerdote, astronomo, amministratore e, secondo la tradizione, medico. Leonardo fu pittore, ingegnere militare, anatomista, architetto, inventore, scenografo e instancabile osservatore della natura. In entrambi i casi, il sapere non era suddiviso in compartimenti stagni, ma costituiva un sistema unitario nel quale ogni conoscenza contribuiva a illuminare le altre. Questa è forse la loro caratteristica più moderna.

La forza dell’osservazione

Sia Imhotep sia Leonardo fondarono il proprio lavoro sull’osservazione.

L’architetto egizio dovette comprendere il comportamento della pietra, studiare il terreno di Saqqara, calcolare pesi, spinte e stabilità di strutture che nessuno aveva mai costruito. Leonardo osservava con la stessa attenzione il corpo umano, il moto dell’acqua, il volo degli uccelli, il funzionamento delle macchine. Per entrambi, l’innovazione non nasceva dall’improvvisazione, ma dalla capacità di leggere la natura.

La progettazione prima dell’opera

Un altro elemento li accomuna: entrambi pensavano l’opera prima ancora di realizzarla. Le ricostruzioni archeologiche suggeriscono che la Piramide a Gradoni non nacque come progetto definitivo, ma fu il risultato di una serie di modifiche pianificate durante il cantiere. Imhotep dimostrò una straordinaria capacità di adattare il progetto alle esigenze costruttive senza perdere la visione complessiva.

Allo stesso modo, Leonardo riempì migliaia di fogli di schizzi, studi preparatori e disegni tecnici prima di affrontare qualsiasi realizzazione. In entrambi i casi, il progetto precede la costruzione.

L’uomo e il potere

Qui emergono invece profonde differenze. Imhotep operava all’interno dello Stato faraonico, e di conseguenza il suo sapere era al servizio del sovrano e della religione. La Piramide a Gradoni era, prima di tutto, un monumento destinato a garantire l’eternità del faraone Djoser e a riaffermare l’ordine cosmico rappresentato dalla Maat.

Leonardo, invece, lavorò per diversi committenti — dai Medici agli Sforza, da Cesare Borgia al re di Francia Francesco I — ma conservò sempre una maggiore autonomia intellettuale. Molti dei suoi progetti non avevano finalità religiose, bensì artistiche, scientifiche o militari.

Due modi diversi di lasciare un’eredità

Esiste anche una differenza sostanziale nel modo in cui la loro memoria è giunta fino a noi. Leonardo ha lasciato migliaia di pagine manoscritte, dipinti e disegni che permettono di seguire direttamente il suo pensiero.

Di Imhotep, invece, non possediamo alcun testo certamente autografo. La sua grandezza emerge attraverso le opere che progettò, le iscrizioni dei contemporanei e il ricordo custodito dalla tradizione religiosa egizia. È una presenza che si percepisce più nelle pietre che nelle parole.

Il primo “uomo universale” della storia?

Se Leonardo viene spesso definito il simbolo dell’Uomo Universale del Rinascimento, Imhotep potrebbe essere considerato il primo grande esempio di questa figura nella storia dell’umanità.

Entrambi dimostrarono che il progresso nasce dall’incontro tra discipline diverse, trasformando la conoscenza in innovazione e cambiando il modo di concepire il proprio mestiere. La differenza è che Leonardo poteva guardare a quasi duemila anni di storia dell’architettura. Imhotep, invece, quella storia doveva ancora inventarla.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui, a distanza di quasi cinque millenni, il suo nome continua a occupare un posto unico nella storia della civiltà.

👨‍🎓L’opinione degli egittologi

Molti studiosi moderni hanno definito Imhotep il primo grande intellettuale della storia di cui conosciamo il nome. Pur evitando paragoni diretti con Leonardo da Vinci, egittologi come Jean-Philippe Lauer, Barry J. Kemp e Dieter Arnold riconoscono in lui una figura eccezionale, capace di unire competenze tecniche, capacità organizzative e visione progettuale in misura senza precedenti. Se Leonardo rappresenta il culmine dell’ideale rinascimentale dell’uomo universale, Imhotep ne costituisce, per molti aspetti, il più remoto antecedente: il primo uomo di cui la storia ricordi non soltanto il potere o il rango, ma soprattutto il genio creativo. Proprio per questo il confronto, pur con tutte le dovute cautele storiche, risulta tanto affascinante quanto significativo.

CONCLUSIONE: TRA LE PIETRE DI SAQQARA

Siamo ormai giunti alla fine di questo ampio articolo dedicato ad Imhotep e anche il sole tramonta sull’altopiano di Saqqara, facendo assumere alla Piramide a Gradoni una tonalità dorata, mentre le ombre si allungano sulle antiche corti. Il vento del deserto scorre tra le colonne scolpite quasi quarantasette secoli fa e, per un istante, il tempo sembra fermarsi. È in quel silenzio che si comprende la vera grandezza di Imhotep, non perché abbia costruito un monumento gigantesco, ma perché ha insegnato all’uomo che le idee possono sopravvivere ai loro creatori.

Le pietre della sua piramide non raccontano soltanto la storia di un faraone: raccontano la nascita di una nuova maniera di pensare. Ogni blocco parla di metodo, ogni colonna parla di osservazione, ogni cortile di armonia, ed ogni galleria parla della ricerca dell’eternità. Dopo quasi cinque millenni, continuiamo ancora a pronunciare il suo nome: non tanto per una inevitabile nostalgia del passato, ma perché il futuro, qualche volta, nasce molto prima di quanto immaginiamo.

Imhotep non fu soltanto il primo grande architetto della storia: fu uno dei primi uomini a dimostrare che il sapere, quando è guidato dall’ingegno e dalla visione, può diventare immortale.

BIBLIOGRAFIA

Ecco una bibliografia essenziale ma autorevole, composta dalle opere che costituiscono i principali riferimenti scientifici sull’argomento.

📚Opere fondamentali

  • Lauer, Jean-Philippe, Le Mystère des Pyramides, Presses de la Cité, Parigi.
  • Lauer, Jean-Philippe, La Pyramide à Degrés. L’architecture, Institut Français d’Archéologie Orientale (IFAO), Il Cairo.
  • Lehner, Mark, The Complete Pyramids, Thames & Hudson, Londra.
  • Verner, Miroslav, The Pyramids: Their Archaeology and History, Atlantic Books.
  • Kemp, Barry J., Ancient Egypt: Anatomy of a Civilization, Routledge.
  • Assmann, Jan, The Mind of Egypt. History and Meaning in the Time of the Pharaohs, Harvard University Press.
  • Wildung, Dietrich, Imhotep und Amenhotep. Gottwerdung im Alten Ägypten, Deutscher Kunstverlag.

📚Fonti e studi sulla religione egizia

  • Hornung, Erik, Conceptions of God in Ancient Egypt: The One and the Many, Cornell University Press.
  • Wilkinson, Richard H., The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt, Thames & Hudson.
  • Shaw, Ian (a cura di), The Oxford History of Ancient Egypt, Oxford University Press.
  • Dodson, Aidan, The Royal Tombs of Ancient Egypt, Pen & Sword.

📚Studi archeologici e di contesto

  • Baines, John – Málek, Jaromír, Cultural Atlas of Ancient Egypt, Facts on File.
  • Wilkinson, Toby A. H., Early Dynastic Egypt, Routledge.
  • Arnold, Dieter, Building in Egypt. Pharaonic Stone Masonry, Oxford University Press.
  • Spencer, A. Jeffrey, Early Egypt: The Rise of Civilisation in the Nile Valley, British Museum Press.

📚Riviste scientifiche consigliate

  • Journal of Egyptian Archaeology (JEA) 
  • Bulletin de l’Institut Français d’Archéologie Orientale (BIFAO) 
  • Studien zur Altägyptischen Kultur (SAK) 
  • Egyptian Archaeology (Egypt Exploration Society)

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