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Formula 1, le fenici della velocità: il Bahrain rievoca i ricordi.

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Subito un punto interrogativo. La prima qualifica della stagione non era iniziata da neanche mezz’ora e dalla rossa SF-23 è subito volato un frammento non identificato e poi il Q3 diventa mistero; Leclerc slaccia il suo casco e scende dalla macchina rinunciando all’ultimo giro e consegnando l’intera prima fila alla Red Bull. Sono le sette di sera e la notte inizia a circondare il circuito, Verstappen ha conquistato la prima pole della stagione, mentre un ricordo si aggira per Shakir. I tempi in cui la stagione delle quattro ruote iniziava nell’isola continente australiana -come accade con tennis e ciclismo- si stanno allontanando e il teatro della prima bandiera a scacchi stagionale è il Bahrain è il Bahrain, un luogo che ha sempre saputo regalare brividi, emozioni, gioie e anche paure. Sì, esattamente, anche paure, perché ormai sarà difficile per tutti dimenticare quanto accaduto nel 2020 quando si verificò un miracolo nel deserto.

Le fenici risorgono dalle loro ceneri; è quanto ci ha insegnato la mitologia simbolica greca, che, attenzione, va differenziata da quella araba poiché nel mito ellenico l’uccello porpora è capace di riemergere dalle fiamme, mentre in quello egizio il volatile cenerino -noto come Bennu- risorge dalle acque annunciano un nuovo periodo di fertilità terrestre.

Due uomini della velocità vengono subito in mente, loro stessi come fenici sono riemersi allontanando lo spettro della morte, sconfiggendo fiamme e maree: Alberto Ascari nel 1955 diventa protagonista del brivido quando durante il Gran Premio di Monaco, lanciato a tutta velocità all’uscita dall’iconico tunnel, ignaro dell’incubo nascosto dietro la curva successiva, perde il controllo alla chicane del porto e la Lancia D50 affonda, letteralmente, nelle acque del principato trascinando il pilota nell’abisso. Sono attimi di terrore, il mare che inghiotte la vettura appare calmo e soprattuto silenzioso quando improvvisamente la fenice egizia della Formula Uno riemerge sfuggendo alla tragedia. Purtroppo il dramma si consuma solamente una settimana dopo, al tempio della velocità brianzolo dove Ascari trova la morte testando una Ferrari 750 Monza.

Trascorrono 65 anni, lo sport motoristico ha fatto notevoli passi in avanti nella tecnologia per accrescere la sicurezza, ma il volto oscuro della velocità ciclicamente ricorda la sua vera natura da killer. A Sakhir si corre il Gran Premio del Bahrain 2020, solamente pochi chilometri dopo il via viene esposta la bandiera rossa, tutti i piloti sono scossi e spaventati: “Ho visto il bagliore delle fiamme nello specchietto” afferma Leclerc, “È stato come nelle esplosioni dei film” racconta Russell, ma cosa è successo quel 29 novembre del 2020?

La Haas di Grosjean all’inizio del rettilineo si intraversa a causa di un contatto che la indirizza contro il guardrail; l’impatto è talmente violento che l’abitacolo oltrepassa l’acciaio e la vettura viene squarciata in due pezzi proprio in prossimità del serbatoio; l’incendio è inevitabile e il francese è ancora intrappolato nella vettura quando l’esplosione lo circonda e lo inghiotte nelle fiamme aprendo una finestra terrena sull’inferno.

Non ho mai avuto paura, in un primo momento pensai di essermi ribaltato perché non riuscivo ad uscire. Quando ho visto le fiamme tentai di alzarmi ma la caviglia era incastrata, capii che quella sarebbe stata la mia ultima gara e il mio corpo iniziò a rilassarsi; ho pensato che sarei morto, mi sono persino chiesto quale parte del mio corpo sarebbe bruciata per prima. Ma poi la mente ha dedicato un pensiero ai miei figli, non potevo lasciarli, ho girato il casco a sinistra e muovendo la spalla sembrava potessi uscire ma, già, il piede era incastrato ed ero ancora seduto nell’inferno… tirai con tutta la mia forza e il piede uscì dalla scarpa, replicai lo stesso movimento già tentato e riuscii ad uscire. Curiosamente vidi il mio guanto, di solito rosso, che in quel momento era nero ed è li che provai dolore, il calore lo aveva fuso e la mia mano stava bruciando tra le fiamme, ma ero vivo, ero uscito e non ero più da solo”. Così Romain Grosjean ha raccontato a Martin Brundle per Sky Sport, la sua esperienza di 28 secondi all’inferno a seguito dei quali è riemerso dalle fiamme, come una fenice, intesa seguendo questa volta il mito greco. Si immaginava avvolto dal fuoco anche mentre camminava, come l’uomo fiammeggiante in giacca e cravatta ritratto dai Pink Floyd sulla copertina di Wish You Were Here, ma proprio grazie al miracolo nel deserto ha potuto raccontare e ricordare il coraggio, che i 20 uomini al volante delle monoposto portano in pista semplicemente svolgendo il loro lavoro.

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