Visto da Lontano

By on 9 Maggio 2013

Giulio-AndreottiIQ. 09/05/2013 – di Cristiano Ottaviani (*)

“Ad Adelio maestro di politica e di stile. Ad un’epoca che non sipose mai l’obiettivo di fare l’Italia grande, ma che mai la rese piccola.”

Fino ai primi anni della mia adolescenza era il “ potentissimo”, simbolo di un mondo che si considerava immutabile e a cui ingiustamente, quelli che si affacciavano alla vita come me, imputavano colpe eccessive. Eravamo convinti che il nostro Paese grazie al “ nuovo che avanza” sarebbe stato migliore e finalmente degno dell’Europa moderna; non avevamo capito nulla. Abbiamo vissuto così venti anni di rimpianti da generazione illusa e sconfitta, che se mai un giorno risorgerà, non potrà farlo senza tener conto umilmente dell’insegnamento dell’ Italia di ieri.

Giulio Andreotti nasce a Sora, in Ciociaria, nel 1919 quando Pontefice è Benedetto XV e la grande guerra, con i suoi milioni di morti, è appena finita. Muore sotto Papa Francesco, 94 anni dopo, durante la più grave crisi del capitalismo moderno. Casualmente è vissuto sotto l’imberbe Italia unità di cui è stato per 22 volte ministro e sette Presidente del Consiglio.

Dicono che avrebbe voluto fare il medico per aiutare gli altri, ma non poté permetterselo per motivi economici. Giovanissimo si laurea in diritto e inaspettatamente la “Provvidenza” l’indirizza verso la carriera politica: a 27 anni è deputato, a 28 importante membro del governo, lo resta quasi permanentemente per più di quattro decenni. Dà subito prova di essere uomo di politico finissimo, felpato nel tratto, talentuoso nell’italianissimo gioco del “catenaccio” e nel “contropiede”.Andreotti era al tempo stesso un supermanager del potere governativo, un fine tessitore di rapporti e un singolare leader e comunicatore.

Quando lo vidi, un po’ meno da lontano, per l’unica volta nella mia vita, stava per compiere novanta anni e da quasi venti era lontano da ogni incarico. Oramai molto curvo conservava uno sguardo vivacissimo e un’intelligenza che ancora colpiva per lo scintillante umorismo. Sentirlo era uno spettacolo. Parlava in modo rassicurante, ovattato, quasi monocorde, ma era maestro nell’arte della pausa e degli effetti con cui, a getto continuo, sfornava aforismi. Attore di classe incideva le parole nell’aria senza sforzo, quasi pigro, con il volto immobile e gli occhi intensissimi. Andreotti, come Disraeli e Talleyrand, Mazzarino e alcuni personaggi di Shakespeare, era un volto atavico del comando, che aveva ascendente sugli altri, proprio attraverso il controllo di se.

Stimato dai grandi del mondo e temuto in Italia, la sua gente erano i tanti italiani come lui scettici verso gli ideologismi, ma attenti alle piccole cose e al concreto. Il suo elettorato,post ideologico e già postfascista in piena prima repubblica, desiderava ordine, guadagnare e lavorare in pace con le proprie famiglie, senza il peso di uno stato asfissiante. A Roma come nel frusinate sono ancora molte le persone che ricordano i suoi incontri che munifico concedeva a chi prestava dovuta richiesta . In queste occasioni faceva beneficienza, dava consigli, metteva buone parole per posti di lavoro o per agevolare carriere oppure aiutava imprenditori e commercianti, anche piccoli, in difficoltà.

Non fu un Santo nè Belzebù, ma tutte e due le cose insieme.

Da un lato, al di là degli spietati giochi di palazzo a cui era costretto dalla sua non facile “ vocazione”, fu uomo autenticamente religioso dal carattere probo e onesto, padre e sposo esemplare. Non rubò mai né mostrò attaccamento al denaro e allo sfarzo. Lavoratore instancabile, anche quando fu nei suoi ultimi anni al centro del processo per mafia, offrì il suo dolore a Dio dicendo agli intimi “ il Signore mi ha steso un tappeto rosso per gran parte della vita, oggi è giusto che mi chieda questa sofferenza”.

Per altro verso Andreotti amava il potere, sentito cattolicamente come forma di “carità”, ma concepito anche in maniera cinica e spregiudicata oltre che come parte integrante di se.

Per capire questa contraddizione bisogna sapere che i veri romani talvolta si dividono in due categorie quelli che avversano il Papa e quelli che ancora , segretamente, lo sentono Re.

Nella prima troviamo poeti, briganti e dannati. Nella seconda molti recitanti, spesso mediocri e sguaiati che fingono devozione per indole servile,ma anche tante persone sincere che, quando percepiscono fino in fondo l’essenza della loro ispirazione, entrano in perfetta sintonia con una particolare natura della loro città.

Questi “iniziati” sentono nella Chiesa l’alfa e l’omega di una storia millenaria senza avvertire contrasto tra il potere pagano dei Borgia e l’amore cristiano di un San Filippo Neri.

Tra i tanti spiriti di Roma ne “gronda” uno che rende coloro che lo assorbono grandi principi di un potere spesso immobile e pigro, più per umiltà ed esperienza che per cinismo.

Andreotti era tra quelli che questo spirito conoscevano bene ma era anche,come tanti Barberini e Colonna succedutesi in venti secoli di storia papale, un personaggio in “ermellino”, vissuto, per ironia della sorte da lui ripagata con la stessa salacità, in epoca di carbone e plastica.

Scettico sul mondo terreno fu per cultura e natura più un uomo di governo che statista, tattico prima che stratega. Non era un creatore di sistemi né un leader capace di prendere di petto gli eventi, ma un sommo gestore di poteri leciti e occulti che, con un’intelligenza creativa fuori dal comune, combinava in bizzarre, non sempre solide, architetture.

Da cattolico romano si sentiva votato più ad accompagnare e aggiustare la storia che a farla.

La sua parabola, tra luci e ombre di vicende che ancora attendono gli studi, resta enigmatica, mentre certo è il benessere che l’Italia visse nella sua epoca, poco per dare un giudizio, abbastanza per suggerire domande e cautela.

Se ne è andato in un giorno di temporale, la sua Roma lo ha congedato con il rumore burbero dei tuoni e le battute salaci dei lampi, ma forse tra le tante gocce di pioggia, pudica, si è anche commossa. La Città Eterna in questo modo ha salutato un suo figlio, senza neanche fermarsi , proseguendo a regnare costante tra furfanti e papi, mentre nel cielo sperduto vola il ricordo tra vecchi tetti ed il sorriso saggio dei gatti.

(*) Giornalista – Pubblicista

 Il blog del nostro Vicecaporedattore IQ: http://cristianottaviani.tumblr.com/

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