Terzo Rapporto Annuale del Consorzio Tiberina

By on 20 Marzo 2013

consorzio tiberinaIQ 20/03/2013 – Nota Conclusiva al Terzo Rapporto Annuale del Consorzio Tiberina

Giuseppe Maria Amendola

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Ma quale lavoro? Secondo uno o più modelli generali democraticamente condivisi? Si può dire che l’Art.1 della nostra Costituzione è soddisfatto semplicemente nel caso di piena occupazione o comunque di aspirazione alla piena occupazione? Qualche ipotesi, per realizzare tali obiettivi: i lavoratori nelle fabbriche inquinanti – i lavoratori a lustrare la grande industria motoristica, largamente automatizzata, energivora e scintillante, senza una goccia d’olio per terra, che tanto piacerebbe agli artisti futuristi di cent’anni fa – i lavoratori in una sorta di camuffato pensionamento, che intasano le strade, raggiungono al mattino gli uffici, trascorrono le giornate senza essere indirizzati ad alcunché di costruttivo da chi dovrebbe, reintasano le strade al ritorno a casa, per aver diritto a un assegno mensile – i lavoratori in aziende ad alto rischio di stress per l’eccessiva pressione esercitata dal contesto – i lavoratori costipati in un call-center – e via dicendo.

La competizione internazionale pone la questione della continua revisione della struttura produttiva del nostro Paese, per “tenere il passo”, come si suol dire. Ma l’organizzazione internazionale è assai debole ed è pura utopia – almeno al momento – pensare di poter dare in tutto il Mondo regole condivise “verso l’alto” relativamente alla tutela del lavoro: per cui o ci adeguiamo “verso il basso” (ad evitare che, nella loro libertà d’investimento, gli imprenditori vadano altrove) o ci inventiamo qualcosa di nuovo e di diverso, che ci dia un vantaggio competitivo.

Abbiamo il nostro territorio, unico. Abbiamo le nostre diversità culturali, una grande ricchezza, forse sottovalutata (si pensi all’enfasi sulla biodiversità in ecologia). Abbiano tante “regioni” con la “r” minuscola (anche se, come ho sottolineato nella mia Nota Introduttiva, la regione del Tevere non è una qualunque). Si può conservare il senso dell’apertura pur sottolineando le diversità, cooperando anche per evitare l’omogeneizzazione culturale.

E dunque, se anche avremo in futuro sempre più bisogno di qualche investimento straniero (con connazionali ad investire nel contempo all’estero), sarà poi così grave se le mura non saranno “nostre”, ove invece il lavoro in Italia sia improntato a un “modello italiano”? Di certo un modello diverso da quelli su descritti. Dovessero mancare le nuove mura, tutt’al più resteremmo o torneremmo al foro o nel borgo, a studio o in bottega, in pensatoio o in laboratorio. Per fare cose vecchie e nuove, coniugare tradizione e innovazione, realizzare qualcosa di unico al Mondo e di grandissima qualità, esportare in tutto il Mondo forse anche una filosofia e un sistema, come nel Mediterraneo facemmo negli scorsi millenni: ma occorrono l’intelligenza, l’umiltà e l’onesta di qualcuno che ci ha preceduti su questi suoli, per essere protagonisti di una nuova reale “modernizzazione” con l’uomo al centro.

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