Simona Zecchi e il suo giornalismo d’inchiesta: una scelta di campo

By on 1 aprile 2018

Simona Zecchi e il suo giornalismo d’inchiesta: una scelta di campo

Dopo il debutto con il libro inchiesta “Pasolini massacro di un poeta” edito dalla Casa  Editrice Ponte  alle Grazie 2015, Simona Zecchi torna a far discutere su un caso , il caso Moro: una sorta di un 11 Settembre  che ha destabilizzato la scena della storia repubblicana.

La giornalista e scrittrice Simona Zecchi esce allo scoperto nuovamente con il libro “La criminalità servente  nel Caso Moro” edito dalla casa editrice La Nave di Teseo, dove l’autrice raccoglie dati, aneddoti, analisi, fotografie di vita, articoli di giornale, atti giudiziari, fatti poco conosciuti, e soprattutto inserisce un elemento che altri non avevano approfondito in modo radicale, quale la ‘Ndrangheta, che ha avuto un ruolo primario  nei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, lo statista pugliese.

Una Zecchi oculata, precisa e puntuale non abbandona le sue inchieste, i suoi racconti scomodi per certi versi, ed in particolare non lascia mai il suo giornalismo di inchiesta. In questa prima fase focalizzeremo l’attenzione sulla nuova matrice di indagine e di inchiesta, partendo dai suoi nuovi passi e fatiche nel tempo.

“Attraversare i fatti e seppellire gli stereotipi” è il  tuo modus operandi, uno dei passaggi salienti che ti porta a condurre le tue inchieste. Quando hai capito che il “giornalismo investigativo”avrebbe assunto un ruolo centrale nella tua vita?

L’ho capito mano a mano che studiavo il “caso” Pasolini, l’uomo e il letterato nonché il giornalista Pier Paolo Pasolini. Dapprima attraverso la cronaca che ha costellato il “caso” e in parallelo studiando le differenze e le analogie con l’attualità. Prima oggetto di studio e poi passione per me dunque. C’è un aspetto del Pasolini giornalista che è poco conosciuto; è piuttosto visto in quella fase della sua vita, l’ultima, come polemista saggista e ovviamente corsaro. Dimenticando una cosa fattuale: quando è stato ritrovato il corpo dello scrittore martoriato, quella domenica mattina presto del 2 novembre, con sé Pasolini aveva anche la tessera da giornalista che molti oggi sbandierano come fosse un orpello di forma e che invece lui onorava. L’altro aspetto del Pasolini giornalista, invece, verrà presto ricordato durante un convegno che si terrà i prossimi 13 e 14 aprile nella sua Casarsa. Il Convegno  dal titolo “Pasolini e il giornalismo. Parte seconda: dagli anni ’60 al 1975” è organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia per la curatela di Luciano De Giusti e Angela Felice, con l’adesione della Fondazione per la Critica Sociale (Firenze) e con il patrocinio delle Università di Udine e Trieste, nonché dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia e di Pordenone e dell’Ufficio scolastico regionale. La prima parte si era svolta a marzo. In questo convegno, dove sarò tra i relatori, saranno affrontati tutti gli anfratti di quella che per lui fu anche una professione per la quale ricercava un nuova forma insieme letteraria e  saggistica e nuovi linguaggi.

La rete, il web, il mondo online hanno una triplice valenza nel mondo dell’informazione veloce, ma quando si fa giornalismo di inchiesta tutto cambia. Cosa è cambiato per te, in questi anni ?

– Posto che secondo me è possibile farlo anche on line, ormai bisogna pensare che questa forma di giornalismo include anche quella tradizionale. Sono solo cambiati gli strumenti che al contrario bisogna fare propri e integrarli con le attività che sempre contraddistinguono questo mestiere e che non spariranno mai nemmeno se si andrà a vivere sulla Luna per dire: la verifica delle fonti, l’allineamento dei fatti, la capacità di collegarli o al contrario escluderne il collegamento, l’analisi e anche il coraggio di andare oltre i fatti accertati dopo averli attraversati. Questo rimarrà sempre, spero e credo. Io comunque continuerò in questo senso.

Aver scelto di orientare la tua scrittura in questa direzione, ti porta a stare lontana da casa, dai tuoi affetti, oppure togliere del tempo ad alcune attività. Cosa ti manca della tua vita di prima, se ti manca qualcosa ovviamente?

Sono spesso lontana da casa soprattutto per la mia collaborazione con Euronews, la TV di allnews europea,  a Lione in Francia, attività che ho iniziato da poco e che al contrario del giornalismo investigativo ti aiuta a non perdere di vista ciò che succede a livello internazionale ai fatti stretti della politica e della cronaca o della economia. Ti aiutano ad avere uno sguardo più ampio e a non pensare che tutto giri intorno a te o al tuo lavoro. E poi offre spunti anche per quello che può essere un altro lavoro futuro d’inchiesta di cui ora non mi sento di parlare. Quando svolgo attività di inchiesta non è detto sia fuori la mia città, la città in cui ho scelto di vivere e che è la mia base, Roma. Può capitare di viaggiare e di anticipare economicamente i costi spesso mai rientrandovi. Questo non dovrebbe essere come invece succede dato per scontato. Dovrebbe essere compreso che questo tipo di giornalismo va supportato. Il tempo invece sicuramente è quello che manca sempre quando accumuli più attività per vivere anche ma anche per il tipo di vita che si è scelti. Cerco di sfruttare nel modo migliore il tempo che resta e di ricavarne altro per i miei cari.

Simona, nel tuo lavoro di “ispezione dei fatti” capita di incontrare la paura, il rischio e il pericolo. Hai pensato alle conseguenze che ne sarebbero derivate da questo tua scelta di campo. Ci sono più rischi o soddisfazioni personali ed umane?

Ci sono colleghi che rischiano molto più di me ogni giorno nei giornali di provincia soprattutto, oppure guardiamo a quello che sta succedendo in questo periodo nel cuore vivo dell’Europa con due giornalisti uccisi a distanza di poco tempo l’una dall’altro prima a Malta (Daphne Caruana Galizia) e poi in Slovacchia Jan Kuciak (morto in un attentato insieme alla sua fidanzata che lo accompagnava), entrambi erano dietro a inchieste che si collegavano tra loro. Mi permetto di indicare per i lettori un link a un servizio-intervista da me svolto per Euronews al magistrato Otello Lupacchini in cui parliamo di questi temi. http://it.euronews.com/2018/03/22/i-tentacoli-della-criminalita-organizzata-italiana-sulla-scena-internazionale

Le soddisfazioni ci sono pur mettendo in conto cose spiacevoli e pericolose che possono derivarne.

Cosa deve contenere a livello tecnico un libro di inchiesta, se ti va di svelare qualcosa.

Ognuno ha il suo metodo, io credo che fare di un fatto prima di tutto tabula rasa per ricostruirlo dall’inizio (eliminando poi le cose che seppur interessanti non aggiungono al cuore del fatto stesso) sia tra le tecniche insite in questo metodo quella che meglio aiuta  a liberarsi da  molti pregiudizi e stereotipi. Poi bisogna sacrificare un pò l’anima commerciale di un lavoro o trovare un modo per accomunarli entrambi se questo è necessario per farlo arrivare a una fetta di pubblico più grande.

Cosa ti aspetti da questa nuova pubblicazione. A quale pubblico ti sei rivolta?

Mi sono rivolta anche a chi del Caso Moro non sa nulla o sa poco, oppure a chi ha sempre e solo visto altri aspetti (che pure ho sondati anche io stessa), alla magistratura agli storici. Mi aspetto, come spero sia accaduto per l’inchiesta svolta da me sul massacro a  Pier Paolo Pasolini, di aver messo puntelli forti e inattaccabili  a questa parte di storia recente e che siano spunto anche per investigazioni successive (questo per Pasolini non è avvenuto ma non mollo).

Le tue nuove esplorazioni , tipiche di un giornalismo esplorativo, di inchiesta e di investigazione hanno fatto di te una professionista del settore. Ti senti responsabile dei messaggi che dai, delle informazioni che contiene il tuo operare.

Credo che ogni giornalista che non perda di vista il cuore del mestiere possa occuparsi in questo modo dei fatti anche quando c’è poco tempo, le parole che si utilizzano il modo in cui si raccontano piccoli fatti di cronaca sono tutti importanti e possono essere un supporto notevole per chi poi approfondisce come è anche capitato ma soprattutto per l’opinione pubblica. C’è una responsabilità in tutti coloro che si occupano di comunicare e informare che non sta solo nella semplice considerazione che si debbano comunicare i fatti e verificarli, perché dopo averlo fatto appunto si deve avere il coraggio di andare oltre e questo consta di molta responsabilità. Sì ogni volta che scrivo un rigo o una parola diversa dalle solite e la accosto agli eventi sento questa responsabilità.  Nel libro “La Criminalità servente nel Caso Moro” appunto sento questa forte responsabilità e dopo aver raccolto quei fatti così ben descritti nel tuo cappello a questa intervista vado oltre con un’analisi e una sintesi: è del giornalismo d’inchiesta il punto più alto e insieme il più complesso.

Hai qualche nuovo progetto per il futuro, magari un format televisivo su basi investigative.

Mi piacerebbe e non è detto che  sia lontano!

 

a cura di Matteo Spagnuolo

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