Sarah Scazzi. Il crimine che ancora fa audience

By on 8 Marzo 2013

misseri_famiglia IQ 08/03/2013 di Stefania Paradiso

La procura di Taranto ha chiesto l’ergastolo per Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano, accusate dell’omicidio di Sarah Scazzi, 9 anni per il padre di Sabrina, Michele Misseri, e 8 anni per il nipote di questi Cosimo. Appena si è venuti a conoscenza della richiesta da parte della procura sono ricominciate trasmissioni e approfondimenti sull’omicidio di una ragazzina che dall’agosto 2010 è presente in tutti i media. Ci sono tante, troppe verità nel caso della povera Sarah Scazzi: sempre aggiornate a uso e consumo dei mass media di Michele Misseri, quelle del duo Sabrina e Cosima Misseri e poi quelle, dei pm.

Sono stati proprio questi ultimi a dire che “le parole di Misseri valgono zero”. Spettacolo, colpi di scena, interviste, accuse. Tutto ad uso e consumo anche delle persone che continuano a guardare questo scempio. Peccato che alla bambina, appunto, a parte la magistratura nessuno pensi più. “La classe non è acqua” e nemmeno il giornalismo dovrebbe esserlo. Si potrebbe anche dire che chi il giornalista lo sa fare, e nessuno si offenda, sa come trattare certi argomenti. Antonello Piroso, giornalista a La7, ha detto: “Siamo adulti e vaccinati, siamo liberali e democratici, abbiamo la libertà d’espressione tutelata dalla Costituzione, e giù le mani dal diritto di cronaca. Ma c’è un confine – segnato dall’umana pietà – che non dovrebbe essere varcato, per non mortificare (mai termine risultò più calzante) la nostra stessa dignità davanti all’Evento Supremo. Dobbiamo forse vedere in un video un pedofilo molestare un bambino per provare, suscitare o raccontare il disgusto? Dobbiamo diventare noi stessi ostaggi del guardonismo mediatico – contemplando le immagini dei fondamentalisti islamici che sgozzano i loro ostaggi per provare, suscitare o raccontare l’orrore e la ripulsa per quella ideologia di morte? Lo sappiamo: è facile fare la morale, ancora più facile ergersi a moralisti. Ma sarebbe bello, una volta soltanto, che noi giornalisti trovassimo non solo l’orgoglio di alzare la voce (quando lo troviamo…), ma il faticoso coraggio di rimanere in silenzio. Un principio su tutti, il diritto di cronaca nulla a che fare con la pornografia del dolore che fino a oggi abbiamo visto in Tv a proposito della tragedia della ragazzina di Avetrana”. E se proprio molti media non riescono o non possono farlo, perché non proviamo noi “fruitori” finali a porre fine a questo obbrobrio cambiando canale o mezzo per far calare l’audience? Il caso “tira” come si dice. Peccato che si sia del tutto rimosso il rispetto per la morte di una ragazzina. E se quello che produce ascolto è il pubblico che esso si ricordi di cosa si sta parlando prima di appassionarsi in maniera morbosa. L’uccisione di una bambina.

 

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