QUANDO IL CALCIO È L’AUTOBIOGRAFIA DI UNA NAZIONE

By on 25 Giugno 2014

di Cristiano Ottaviani (*)

L’Italia è stata eliminata dai mondiali.  E’ la seconda volta di seguito che veniamo cacciati a calci nel sedere da squadrette di dubbio livello al primo girone della coppa del mondo. Suarez the Cannibal e l’arbitro Moreno Secondo non bastano per nascondere la figuraccia di una formazione senza nervo e idee. E’ vero che all’estero come club  non abbiamo mai vinto molto. Ciò è dipeso un pò dagli arbitri, che ci hanno sempre “buggerato”, un pò dalla pigrizia e dalla pancia piena, ma anche dalla stanchezza che comportava un campionato difficile come era il nostro. Fino a qualche anno avevamo ancora qualche barlume planetario di orgoglio italiota perché quasi tutte le nostre squadre di seria A erano forti grazie a ben pagati fuoriclasse stranieri, coccolati mercenari di cui finivamo persino di  innamorarci  talvolta   corrisposti . La crisi ci ha tolto anche questa ancestrale, sibaritica soddisfazione e oggi il nostro harem calcistico è spoglio di  “fenomeni”, magari anche quelli di casa nostra, che invece vanno all’estero, attirati dai contratti stratosferici, offerti da squadre di nababbi o  aiutate dallo stato, che noi senza soldi e istituzioni funzionanti non possiamo  più offrire.

L’Italia però non è stata sempre ostriche e fuoriclasse, ma anche sobria  e dignitosa. Ha avuto, anche in altri momenti della sua difficile storia, crisi e austerity e proprio quando ridotta all’osso, non solo nel calcio , ha dato il meglio di sé. Gli azzurri, se non i più forti, sono sempre stati una squadra di livello. Senza contare le coppe Rimet degli anni trenta e la difficile ricostruzione, in cui perdemmo quell’autentica poesia del calcio che fu il Torino del grande Valentino Mazzola, gli azzurri di Rivera, Riva e poi ancora di Scirea, Baggio e Del Piero sono sempre stati dei campioni. Poteva capitare anche in passato un Cesarone Maldini, la Corea o l’arbitro Moreno, ma non due eliminazione di fila al primo girone del mondiale con squadre poco più che professionistiche. Il calcio italiano, così come lo abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa, con Totti, Vieri, Maldini e prima ancora con  Baresi ,Zoff  e Cabrini non esiste più. Pirlo e Buffon, non a caso nati entrambi negli anni settanta, sono gli scampoli dell’ultima grande generazione di fuoriclasse azzurri, quella che ha vinto il campionato del mondo del 2006 e che avrebbe meritato, dagli europei del 2000, perlomeno un altro grande titolo.

Il problema non sembra tanto essere la mancanza di  talenti, ma che non si sa individuarli e valorizzarli. Il sistema di selezione dei calciatori non va. Le squadre di serie A hanno troppi  stranieri, spesso inutili, e non sanno fare spazio a ciò che hanno in casa . All’estero non avviene  così. In Francia c’è un patto d’onore tra i dirigenti calcistici per valorizzare i giovani calciatori. In Spagna esiste un secondo e apprezzato campionato, rispetto a quello della serie A, riservato ai migliori  ragazzi del vivaio, che da noi invece  ingabbiati nella  quasi ignorata primavera.

Prandelli è un allenatore colto ed elegante, un perfetto uomo immagine, ma  sembra più attento al politicamente corretto e a certi equilibri, che coraggioso e pratico. Solo così si spiega la convocazione di giocatori imbarazzanti e che gli azzurri migliori siano stati i più  “vecchi”. Non avere voluto  ostinatamente portare al mondiale giocatori come Pasqual, Gamberini, Astori, Santon, Criscito, Maggio, Florenzi, Gilardino, Destro, Romulo, Toni, Rossi o non farne giocare attivamente altri come Cerci, non è stato  coraggioso né lungimirante. Il nostro commissario tecnico  ha preferito puntare  su un giocatore tecnicamente molto forte come Balotelli, che però non ha carattere ed è viziato. Difetti gravi che non fanno il leader, ne tantomeno  chi è degno di portare a prescindere dal suo ruolo la maglia azzurra. Maradona, il cui paragone con il nostro centravanti è offensivo, poteva avere tutti i difetti del mondo, ma in campo dava cuore. Balotelli è un narciso ed è stato abituato da stampa e istituzioni, le chiamiamo con supremo sacrificio ancora così, a batterei i piedi e piangersi addosso.  La retorica, che ha trasformato questo ragazzo,   certo non esempio positivo per i giovani,  in un personaggio di De Amicis, a causa dei fischi  ricevuti da dei cretini per il colore della sua pelle, è insopportabile.  Basterebbe pensare a come, nel nostro strano paese di chiacchiere e bolle di sapone, un campione vero come Francesco Totti sia stato insultato dalla stampa  solo perché romano, per capire come si è smarrito il senso delle verità.

Alla fine, con una squadra senza talenti e senza  carattere, allegramente sostituito  dal quieto vivere degli equilibrismi della politica calcistica, pieni di retorica  e senza  autenticità, dove volevamo andare? Nella nostra storia l’Italia Campione ha sempre avuto una sola fisionomia. Centrocampo e difesa d’acciaio, lucidità tattica, insinuante ed elegante capacità manovriera, più basata sull’osservazione che sulla furbizia, e ancora attacco coriaceo e fulminante. Siamo sempre stati nel gioco come in guerra,  quelli della barriera del Piave e degli assalti audace di un Garibaldi o di un Guillet mentre le abbiamo prese di brutto ogni volta che ci siamo atteggiati ad eleganti damerini.

Nell’Italia del Re, dove lo Stato esisteva, abbiamo vinto due mondiali. Gli azzurri allora  erano lieti di giocare per la maglia e se per caso se ne dimenticavano Vittorio Pozzo, e chi in quel tempo comandava, ne avrebbe saputo trarre, manganello a parte, le dovute conseguenze . In quella repubblicana, quella delle consorterie e delle mafie,  abbiamo sollevato due altre coppe quando gli  azzurri, grandi individualisti, hanno avuto paura e stizza per le mega inchieste di corruzione che in alcuni casi li riguardava. Se il merito non è premiato ma il demerito punito qualcosa può funzionare. Ora più modestamente, in questo triste epilogo del 2014, anche la paura della vergogna è finita. La crisi si è fatta stabile e la nostra antica arte di arrangiarsi si accomoda sonnolenta in panciolle, immune persino ai crampi della carestia. Finiti gli sgargianti anni novanta e i primi del duemila, la ricca Italia del decennio precedente, le illusioni e i sogni e prima ancora la solidità di quando le partite erano in bianco e nero  o radiofoniche e stentoree, resta il 3d con insopportabili  giochi e parole virtuali e inconcludenti,  vuoto nulla del presente che, purtroppo,  non è solo calcistico.

Si perdoni il paragone con la politica, ma le ” caste” dei grandi club “ che riescono ad ottenere la maglia azzurra per giocatori che non la meritano e una classe dirigente inadeguata, raccomandata e individualista suggeriscono più di qualche analogia.

Non siamo più il Paese che eravamo ma abbiamo meno del nostro vero valore. I grandi del mondo non solo i politici, ci trattano come scaccia nervi su cui ogni imbecille può fare sgarbi, “ mordere”, inveire. Qualche solone ci dice che e’ colpa nostra o che è “tutta” colpa altrui perché come Calimero siamo brutti e scuri, più realisticamente forse, come direbbe quel grande commentatore calcistico mancato che fu Francesco Guicciardini , abbiamo il problema che chi dovrebbe fare i nostri  interessi fa solo i propri, al punto da concedere ogni cosa alla prepotenza estera pur di non vedere messo in discussione  il proprio “particulare”. Da questo punto di vista, senza maliziosi giochi di parole, non esiste grande differenza tra il faccione di Blatter e il “lato B” della  Merkel , i nemici che “alimentiamo” sono gli stessi. Ora è tempo di rabbia , tra qualche giorno torneremo allenatori e sapremo cosa fare. Può piacerci o no ma il calcio alla fine noi italiani lo ameremo sempre perché il pallone, a cui dicendo male vogliamo  bene e  di cui già sogniamo rivincita, della nostra nazione è autobiografia.

* Giornalista Pubblicista – Vicecaporedattore Informazione Quotidiana

http://cristianottaviani.tumblr.com/post/89867133363/quando-il-calcio-è-lautobiografia-di-una-nazione

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