PAOLO VI, BEATO

By on 20 Ottobre 2014

di Cristiano Ottaviani (*)

Paolo VI è un nuovo beato della Chiesa cattolica. La severa congregazione per le cause dei santi ha attribuiti a Papa Montini il miracolo legato al caso di un bambino  americano che nel 2001 ancora in pancia della mamma è inspiegabilmente guarito da una grave malformazione dopo preghiere di intercessione rivolte al pontefice. Non poteva esserci momento migliore per rievocare Paolo VI e ricordare cosa questo grande pontefice, complesso ma dalla fede granitica, ha rappresentato per la storia della Chiesa.

Giovanni Battista Montini  nasce a Concesio in provincia di Brescia il 26 settembre 1897, figlio di un colto e importante avvocato legato al partito popolare. Ben educato alla Fede e alla democrazia dalla sua famiglia sin dalla più tenera età, il futuro Paolo VI  prende i voti nel 1920. Laureato in diritto canonico e filosofia, brillante e di indubbie capacità politiche viene avviato dalla Santa Sede  alla carriera diplomatica. Particolarmente vicino alla F.U.C.I, che nel ventennio raccoglie ciò che resta del cattolicesimo non legato al regime,  ha modo di divenire padre spirituale dei giovani che poi saranno leader della Democrazia Cristiana.

Legato a Pio XII, da stretto collaboratore del pontefice, fece di tutto, con la principessa Maria  Josè durante gli anni bui della guerra, per allontanare il nostro paese da Hitler e avere una pace separata, capace di evitare gli orrori seguiti poi all’8 settembre.Insieme a Papa Pacelli ha modo di adoperarsi per salvare migliaia di ebrei dalle persecuzioni naziste. Anticomunista, per coerenza democratica e di Fede, alla fine del conflitto appoggia il governo centrista e riformista di De Gasperi, anche quando ciò gli  costa nei primi anni cinquanta le antipatie di alcune fazioni di curia che lo allontano da Roma, facendolo “promuovere” nel 1954 arcivescovo di Milano. A contatto con la città più moderna d’Italia, ha  modo dopo tanti anni di diplomazia di dare prova di tempra pastorale. Di fronte all’ateismo e al marxismo che scuotono l’antica diocesi di Sant’Ambrogio, la prima ad essere toccata dalla secolarizzazione, risponde con il tentativo di ricristianizzare i lavoratori  e incoraggia gli sudi e le politiche sociali di scuola cattolica.

Popolarissimo, appena nominato pontefice, San Giovanni XXIII lo fa cardinale. Attivamente coinvolto  nel concilio Vaticano II, dopo la morte del “ Papa buono”, viene scelto come Capo della Chiesa.

Paolo VI assume un’ eredità importante. Decide di portare avanti il concilio, ma capisce i rischi legati ad un eccessivo stravolgimento delle tradizioni. Con la sua consueta pazienza e abilità  si mostra risoluto sia con quei “ progressisti”, convinti che la storia della chiesa fosse iniziata con il concilio, sia con i “tradizionalisti” alla Lefebvre ostili ad ogni innovazione.

Uomo semplice e riservato, compie gesti clamorosi che saranno esempio per i suoi successori. Anticipando San Giovanni Paolo II, è il primo Papa che viaggia all’estero. Nel 1964 in Terrasanta abbraccia il patriarca di Costantinopoli Atenagora I e insieme a lui un anno dopo revoca la scomunica che la Chiesa cattolica e l’ortodossa si erano reciprocamente date  nel 1054.Celebra la messa di Natale del 1968 per la prima volta in fabbrica tra gli operai nelle acciaierie di Taranto. Trasforma il Sant’Uffizio in Congregazione per la dottrina della fede e abolisce, attento ad una nuova pastorale incentrata sul valore della coscienza, l’indice dei libri proibiti. Incoraggia ufficialmente lo studio della psicologia e delle scienze convinto che la fede non debba temere la ragione.  Si mostra attento ai più deboli, allo sviluppo e alla pace. Sensibile e complesso, come il suo novecento, scrive un’enciclica sulla “ gioia” e arriva a dire che “gli animali sono la parte più piccola della creazione divina, ma noi un giorno li rivedremo nel mistero di Cristo”. E’ lui che riforma l’antica liturgia, preferendo la lingua corrente al latino  e una religiosità attenta, come in oriente, tanto alla Passione, quanto alla Resurrezione. Paolo VI nei suoi quindici anni di pontificato fu inviso sia agli ultrà conservatori, perché convinto che la libertà sia un mezzo importante attraverso cui far vivere lo Spirito, sia ai teologi “liberal” attratti dal modernismo, dalla cattiva sociologia e dal progressismo ingenuo e buonista.

Il suo pontificato, terminato cupamente con la sua scomparsa il 6 agosto del 1978 poco dopo l’assassinio del suo fidato discepolo Moro, segna la fine di un’ epoca. La grande speranza, nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale, basata sulla convinzione che la democrazia sociale emancipando gli uomini dai loro bisogni materiali li potesse rendere migliori, vive il suo ultimo atto.

Pochi mesi dopo San Giovanni Paolo II, nella cerimonia di intronizzazione del suo lungo pontificato, dirà “ non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua divina potestà”. Inizia, sia pure tra difficoltà e contraddizioni non ancora finite,  una nuova epoca in cui l’idea prometeica della modernità comincia a mostrare i segni della sua sconfitta e l’uomo riscopre il valore del Sacro e di Dio.

Fu Paolo VI un uomo del suo tempo, ma Papa di santità, capace di andare oltre l’ordinario. Durante il suo pontificato i sogni, dell’inafferrabile crescita legata all’evoluzione umana dopo le asprezze della guerra e della dittature, cedono il passo al volere dello Spirito che lo chiama a reggere tra le tempeste il timone della nave di Pietro. E’ lui, in piena rivoluzione sessuale, il pontefice profetico dell’ ”Humanae Vitae”, enciclica con cui oppone alle politiche di sterilità, “desiderate dai ricchi per i poveri”, l’idea di paternità responsabile e della sessualità cristiana, sempre unita all’amore e alla apertura alla dimensione “sacra” e “benedetta” da cui nasce la vita. Saggio e fermo fu per queste sue virtù  abbandonato dagli ambienti progressisti che lo avevano accolto con simpatia da vescovo e nei primi anni di papato.

E’ morto triste, martire dell’insofferenza e dell’incomprensione dei tempi, ma sicuro nel profondo della sua anima di aver fatto quanto la sua coscienza gli chiedeva per il bene della Chiesa.

Come lui Papa Francesco sa,  fedele all’insegnamento di amore verso tutti di Gesù ma anche ai principi eterni dell’ordine di Dio e della sua armonia, che gli uomini possono togliere l’apparente popolarità, lo Spirito può ridare in gloria il loro  retto esempio a chi poi verrà.

Questa è la storia del primo Papa, oggi Beato, che tornò ad essere, come il principe degli apostoli, senza tiara e a farsi seppellire in una semplice bara di legno, con sopra il vangelo;  questa è la storia di chi crede che vino e pane possano trasformarsi in sangue e carne del Redentore e che il tempo si china e cessa di fronte al “vento che soffia dove vuole, senza farci sapere da dove viene, né dove va” mentre noi resteremo “omnes cum Petro ad Iesum per Mariam”, tutti con Pietro a Gesù per Maria.

(*) Giornalista Pubblicista – Vicecaporedattore Informazione Quotidiana

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