Nella nostra società servono i Padri

By on 29 Giugno 2014

L’Angolo della Psicologa Dott.ssa Marisa Nicolini

Viviamo in un’epoca in cui nascono pochi figli, i genitori presto si separano, le donne vogliono/devono giocare molti ruoli nelle nuove famiglie monogenitoriali. L’assenza (voluta o forzata) del Padre – è nei fatti – sta avendo un impatto terribile sulla nostra società.

Il figlio ha bisogno, nei primi mesi di vita, di una simbiosi profonda con la madre, indispensabile per la sua nascita psicologica oltre che fisica, e permarrebbe volentieri in questa situazione di sazia passività indefinitivamente. Ma così il figlio non diverrebbe mai se stesso e resterebbe per sempre un’appendice della madre. La presenza e l’intervento del padre, invece, lo ‘costringono’ e lo aiutano ad iniziare il suo autonomo viaggio nel mondo.

I cambiamenti sociali hanno imposto, in questi ultimi decenni, drammatiche “evoluzioni” nelle famiglie, che sempre più spesso hanno visto i padri lontano dalla quotidianità dei figli. I rapporti padri/figli sono sempre più frequentemente mediati da madri anticipatrici dei bisogni di questi ultimi, in crisi con l’uomo/marito e arroccate pervicacemente a mantenere un potere sui figli, anche in loro danno.

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Figli di un genitore minore

Sempre più spesso giovani di 20-30 anni si presentano nei nostri studi di psicologi con il loro carico di dolore in quanto figli e figlie cresciuti senza padri.

L’assenza della figura paterna rende più difficile l’ingresso nella società e l’assunzione delle responsabilità che la vita adulta comporta. Il giovane che non ha avuto il padre o figure sostitutive del padre può portare con se un ‘vuoto’ che deve colmato e come conseguenza può diventare più facilmente preda della società dei consumi e dei suoi prodotti: dall’alcool alle sostanze stupefacenti, dalle immagini della televisione e del computer ai prodotti alimentari. Per non parlare della difficoltà di accettare la frustrazione derivante dai “no”, tipicamente somministrati da una coppia genitoriale coesa e funzionale, ossia in presenza di una madre presente e di un padre altrettanto presente e attivo.

Per quanto riguarda le differenze di genere si può affermare che  il maschio senza padre, se ne è privo fin da piccolo a seguito, ad esempio, di una precoce separazione dei genitori, fatica a sentire e a ben gestire le proprie potenzialità maschili. La madre infatti può trasmettergli tutto, con il suo amore e la sua presenza affettuosa, ma non l’istinto maschile di cui non è dotata. La femmina è, invece, colpita maggiormente negli aspetti psicologici profondi. Fa più fatica ad orientarsi nella relazione con gli altri e ad affrontare il mondo del sociale e del lavoro. Può trovare difficoltà nell’incontrare un uomo da amare e con cui costruire una relazione profonda.

E’ importante precisare che ogni storia è a sé e non è detto che tutti i figli cresciuti senza la presenza affettiva di un padre si trascineranno, nel corso del loro sviluppo, importanti conseguenze psicologiche, tuttavia possiamo affermare con certezza che questa figura è preziosa per l’edificazione di una struttura psicologica salda e autonoma nei figli.

Il mal compreso (e peggio gestito) senso di onnipotenza del “materno” ha posto in seria difficoltà il “paterno”, ha messo in crisi l’identità dell’uomo che si è, così, reso passivo.

Che ne è dello sviluppo psicologico dei figli in simili situazioni?

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Dalla competizione alla collaborazione

 

Il padre e la madre, dunque, sono figure fondamentali che apportano elementi diversi e apparentemente discordi nella vita dei figli, elementi che invece, in un gioco di collaborazione e di armonia, conducono il bambino ad uno sviluppo psicologico soddisfacente.

La madre rappresenta prima di tutto la nascita e la sopravvivenza fisica e psicologica; dal concepimento il bambino sopravvive come tutt’uno con il ventre materno che soddisfa ogni bisogno di crescita. Dopo la nascita, invece, questa relazione di bisogno reciproco prende le forme di una necessaria simbiosi che permette al piccolo di vivere e di relazionarsi alla mamma.

Questo rapporto totalizzante mostra risvolti importanti anche nello sviluppo psico-affettivo del fanciullo che, accolto nei suoi bisogni immediati, pone le basi per la propria sicurezza, per la propria serenità, iniziando ad amare se stesso e di conseguenza gli altri.

Il bambino, quindi, vive in una bolla di soddisfazione totale: la madre è per lui fonte di godimento indifferenziato. Quando però si esce dall’ambito della pura sopravvivenza le cose cambiano, la natura mette il bambino in condizione di operare un distacco dalla propria madre (fine dell’allattamento, dentizione, deambulazione, sviluppo del linguaggio, comportamento sociale, scolarizzazione, ecc.) per cominciare a muoversi nel mondo. La rottura della simbiosi permetterà la nascita di capacità nuove e funzionali allo sviluppo persona.

Tenendo ben presente quanto appena accennato riguardo al ruolo materno, si comprenderà meglio ciò che di differente porta con sé la figura paterna, quel padre simbolico che oggi sta scomparendo con effetti importanti e devastanti sulla crescita dei ragazzi.

Il primo atto fondamentale del padre è la trasmissione del nome al proprio figlio; nel nome, infatti, il bambino può riconoscersi, può ricostruire la propria storia, rintracciare le radici della sua appartenenza. Senza nome non c’è identità, mentre l’origine materna è nel ventre, quella paterna è nel nome. A ben riflettere, oggi si sta cercando di integrare questa apparente dicotomia padre/madre autorizzando la prole ad usare i cognomi di entrambi i genitori, ma non si costruisce un’altrettanto importante integrazione tra ruoli genitoriali psicologici!

Insomma, come detto all’inizio, il dono più grande che un figlio può ricevere dal padre è la “separazione”, il taglio del cordone ombelicale che rischia di perdurare a livello mentale con la madre: una sorta di iniziazione alla vita.

Il padre prende simbolicamente per mano il proprio figlio per guidarlo nel mondo, per portarlo fuori dall’infanzia traghettandolo nell’età adulta. Il padre, come terzo, deve entrare nell’idillio madre/figlio retto da un bisogno reciproco di onnipotenza e dire il suo no: “Non siete una cosa sola e ci sono anch’io!”.

Questo è il ruolo simbolico che oggi il padre stenta a ricoprire, tanto che spesso troviamo giovani coppie che entrano in crisi alla nascita del primo figlio: nel passaggio da coppia a triade i giovani maschi italiani stanno incontrando sempre più difficoltà a gestire il doppio ruolo di marito/padre autoaffermandosi all’interno della diade madre/figlio, trovando il suo spazio di uomo in una relazione fusionale (quello madre/figlio, appunto) che basta a se stessa. Questi giovani padri soffrono per aver perduto il primato nel cuore e nella testa della donna/moglie – che ora è anche madre – e diventano gelosi, si ombrano, non di rado mollano come se “non ci fosse più spazio per loro”.

A mio avviso anche le tragiche relazioni familiari che sfociano sempre più frequentemente in casi di cronaca nera, lo stalking, la violenza di genere, il femminicidio, sono i frutti perversi dell’assenza di Padre di cui soffre la nostra civiltà.

Dove manca il padre portatore di limiti mancano le regole, regna l’anarchia, il bambino non esce dal ventre materno, non mette in atto la necessaria separazione perché è scomoda. Anche se può essere, nelle sembianze, un adulto!

Grazie al limite paterno il bambino esce dall’involucro che lo cullava nei bisogni e scopre altri mondi possibili oltre sua madre, scopre di non poter avere “tutto-e-subito” e si libera dall’impulsività che ne consegue, si arma di motivazioni e tenacia per giungere alla soddisfazione – lecita e legittima – dei propri desideri.

Il piccolo che non vive il limite e la regola diventa incontrollabile per mancanza di contenimento, non ha uno spazio e un tempo organizzati e così sfida l’adulto per ottenere un’azione regolativa che plachi la sua angoscia. E quando, da adulti, non avranno o non accetteranno che altri adulti giochino con loro il ruolo del contenitore di angosce, potranno scatenare la propria rabbia e l’impulsività cercando di tacitare

L’appello al padre è che torni a considerare i figli in quanto uomini e in quanto donne in divenire, per far sì che il suo sguardo (utile alla crescita) e la sua mano (utile al senso di sicurezza) possano essere presenti con forza e determinazione nelle fasi più delicate della vita dei figli.

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Dott.ssa Marisa Nicolini

La Dott.ssa Marisa Nicolini è psicologa e psicoterapeuta, abilitata all’insegnamento della Psicologia Sociale e Consulente Tecnico d’Ufficio del Tribunale di Viterbo.

Collabora, tra l’altro, con la Casa di Cura “Villa Rosa” di Viterbo e con la “Clinica Parioli” di Roma e riceve presso lo Studio di Psicologia Clinica e Giuridica in Via A. Polidori, 5 – Viterbo, cell. 3288727581, e-mail m_nicolini@virgilio.it

Collabora con le Associazioni AIAF (Avvocati di Famiglia e Minori) e Donne per la Sicurezza onlus.

Potete conoscere meglio le sue attività al seguente link:

www.marisanicolinipsicologaviterbo.freshcreator.com

Inoltre potete seguire le sue attività consultando la pagina Facebook http://www.facebook.com/pages/Studio-di-Psicologia-Clinica-e-Giuridica-Drssa-Marisa-Nicolini/177076385739068?ref=ts&fref=ts

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