Moussa Konaté, L’impronta della volpe – La Recensione

By on 10 Dicembre 2012

La Recensione di Paola del Zoppo

Roma, Del Vecchio Editore 2012, trad. di Ondina Granato, pagg. 200, euro 13

IQ. 10/12/2012 – Il genere poliziesco, già dagli anni ’30 del secolo passato, cioè dopo pochi anni dalla sua definizione tende a rappresentare la complessa realtà del periodo. Gli scrittori preferiscono scardinare il modello del detective macchietta, strumento di una ratio che fa anche da garante al limitato cosmo fittizio dei romanzi, e modellare dei personaggi realistici ma personaggi realistici. Così facendo, la stessa essenza del romanzo poliziesco, la tensione per la scoperta dell’assassino, cambia oggetto, e si avvicina di più alla tensione generata dalla partecipazione al destino dei personaggi, dell’umanità ritratta nei testi. Rispetto al romanzo tout court il romanzo poliziesco permette un gioco differente di angoli prospettici rispetto al crimine, che sempre rimane il centro narrativo. Questo permette allo scrittore di romanzi polizieschi, come suggeriva Friedrich Glauser, di stimolare «la riflessione e la meditazione» durante la lettura anche con le sue «modestissime forze» e i suoi «modestissimi mezzi».

Il personaggio maschile e sicuro di sé nato con Auguste Dupin e Sherlock Holmes e sviluppato in Hercule Poirot e in Miss Marple (che altro non è che un Poirot in veste femminile con alcune caratteristiche legate allo stereotipo dell’anziana signora inglese) vede uno sviluppo nel detective umano e fallibile di Georges Simenon e Friedrich Glauser. Progressivamente, questa umanità e fallibilità avvicinano il detective proprio a quegli elementi sociali che spesso si trovano al centro di crimini ed efferatezze, siano essi i colpevoli o meno. I detective, sottili conoscitori dell’animo umano e non più solo delle connessioni di causa-effetto tra gli eventi, si fanno talvolta eroici difensori di chi altrimenti non viene difeso, ponendo al servizio dei più deboli la loro capacità investigativa, spesso scagionando individui che, rappresentando anelli deboli delle società o modi lontani dall’impostazione del sistema dominante, ingiustamente viene accusato di crimini che non ha commesso, per comodità e conferma delle regole. Le regole stesse divengono rappresentazioni di un sistema di regole che, talvolta con più evidenza, viene rappresentato come espressione e strumento di una sola parte della società. Non muta, in sostanza, il ruolo del detective, che rimane un servitore della giustizia, ma muta o si definisce l’idea stessa di giustizia, che non rimane disgiunta da un senso più profondo di giustizia sociale.

Molti tra i migliori scrittori, nel corso del Novecento, rendono il poliziesco uno dei più significativi generi di protesta: in ambito femminile, ad esempio, il poliziesco si presta alla critica sociale, e molte scrittrici si ribellano alla supremazia maschile, mettendo in scena detective donna ed evidenziando i problemi e gli stereotipi legati alle differenze di genere. In altro casi il poliziesco si accosta alle problematiche dell’integrazione culturale, le difficoltà, le resistenze, ancora una volta la supremazia dello stereotipo e della banalizzazione su una visione più composita delle relazioni e dei rapporti. Quest’ultima operazione, recentemente, ha visto un enorme successo di pubblico e critica, permettendo la definizione di un sottogenere, il romanzo poliziesco «multiculturale» o cross-cultural. Ovviamente, non si tratta di romanzi che utilizzano l’esotico come espediente estetico, divenendo «showcase windows to exotic cultures», ma di romanzi in cui il contesto e l’interazione tra due o più culture è tanto importante quanto l’azione investigativa in sé.

Un genere particolare di romanzo poliziesco interculturale è a sua volta quello che nasce in contesti postcoloniali, che si fa testo di resistenza nello stravolgimento dato dalla riappropriazione e rielaborazione delle regole del genere, fortemente codificate. Mentre il romanzo poliziesco partecipa delle regole basilari che lasciano spazio alle competenze dei lettori, alcuni testi resistono intenzionalmente a queste aspettative narrative, operando con strategie pensate appositamente per rivelare l’“incompetenza” del lettore rendendo difficile l’accesso alla cultura ritratta. Il lettore si trova così continuamente spiazzato perché il testo lo rende consapevole di un’episteme alternativa, di cui il sistema di valori occidentale non solo non funziona, ma può essere addirittura d’intralcio nello svelamento dell’atto criminale. Il poliziesco postcoloniale, dunque, usa il “format” della detective story in modo molto aderente al modello proprio per costruire una storia di “social detection”, la narrazione di un’indagine sulla società. Tende così a mettere in crisi anche e soprattutto la validità dei metodi di indagine tradizionali, legati a pratiche occidentali, e, infine, anche lo stesso concetto di legge e intento criminale, e quindi di legittimità del crimine e di punizione, dunque di giustizia. Come afferma l’ispettore Alì di Driss Chraibi: «“L’abitudine è una seconda natura”, diceva il sociologo Ibn Kaldoun. La formula è logica. Io la inverto: “La natura è una seconda abitudine”».

Moussa Konatè, con il suo L’impronta della volpe, segue questa scia. Lo scrittore ripete spesso di sentirsi influenzato da Simenon, e nel suo ritratto di società e sistemi lontani, si spinge in profondità, forse un passo avanti a molti contemporanei, scardinando anche le certezze del detective culturalmente affine al contesto. In questo romanzo, il commissario Habib e l’ispettore Sosso, protagonisti di tutti i gialli di Konatè, vengono inviati ad indagare su un delitto avvenuto nel villaggio Dogon di Pegui. I Dogon, un popolo con radici ben salde e tradizioni antichissime, vivono nella regione della falesia di Bandiagara, a sud del fiume Niger, in villaggi edificati con il fango. Oggetto di studio di diversi antropologi, sono descritti anche nelle indagini ben note di Frantz Fanon, che Konaté implicitamente rivaluta e critica nella messa in scena del trauma del crimine perpetrato nel villaggio, della lacerazione della cultura che ferisce, addolora e mette in pericolo la conservazione di una tradizione difesa, amata e vissuta con convinzione. A Pegui tre ragazzi hanno trovato la morte in poche ore, e ogni abitante del villaggio sembra sapere chi è stato, e insieme non riconoscere davvero il colpevole. L’indagine poliziesca si fa un’immersione completa nella vita dei Dogon: colori, suoni, abiti, maschere, riti, le interazioni tra gli abitanti. Nel villaggio le credenze animistiche, i riti di divinazione, le pratiche legate alla magia hanno grande rilevanza, e il commissario non può che prenderne atto.

Una delle caratteristiche chiave del romanzo a enigma, riprese e mantenute nel giallo postcoloniale, è la “gara” tra il lettore e il detective nello svelamento del crimine. Nei precedenti romanzi di Konatè (L’assassino di Banconi, L’onore dei Keita, Del Vecchio Editore, Il Dio del fiume, E/O), il vantaggio di Habib e Sosso sul lettore, era, appunto, la mancata padronanza di quest’ultimo delle regole culturali del contesto dell’indagine. In L’impronta della Volpe Konatè disloca anche i due detective, che si trovano ad agire a loro volta in un contesto sconosciuto e in un certo senso ostile. L’indagine è un’indagine dell’altro sull’altro, in un gioco di specchi e rifrazioni che evidenzia come non sia possibile parlare di centro, di margine, di culture “presenti” e “altre”. Così, sullo sfondo di una battaglia di interessi economici, in questo caso “nascosti in evidenza” sotto idee di progresso e autodeterminazione dei popoli, si snoda la trama gialla del romanzo di Konatè. La critica all’eurocentrismo o alla supremazia occidentale si fa critica alla pretesa stessa dell’esistenza di un centro, qualunque esso sia e comunque venga generato, foss’anche nell’animo di un singolo essere.

E dove l’ispettore Alì di Chraibi si vantava e beffava dei colleghi occidentali nel saper usare i loro metodi meglio di loro stessi, Habib si rende intimamente conto del meccanismo insito in ogni distinzione anche solo di “migliore” e “peggiore”, o anche solo di simile e diverso: «Senza rendermene conto, la disprezzavo, questa gente. Mi sono formato alla scuola occidentale, che mi ha insegnato la razionalità, il cartesianesimo. Quelli con cui abbiamo a che fare qui non appartengono al nostro universo e non osiamo confessare che li consideriamo, dal punto di vista del pensiero, come primitivi. Non si tratta, infatti, di far finta di capirli, ma di ammettere che hanno il diritto di avere il loro proprio universo».


 

 

About Redazione

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.