MANDRAKE IN PARADISO.

By on 13 Novembre 2020

* Di Cristiano Ottaviani

E’ stato suo il primo spettacolo che ho visto a teatro. Ero piccolissimo, inizi anni ottanta. Ricordo il pubblico seduto come in una grande chiesa con il palcoscenico al posto dell’altare, il sipario invece dell’organo e gli applausi e le risate che sostituivano le preghiere.

Al centro del palco c’era un giovane magro, alto con i capelli neri e una camicia bianca, che parlava e scherzava. Pensavo fosse prete di una strana confessione, un matto o un mago, poi qualcuno mi disse, “è Gigi Proietti, l’attore”.

Mi chiedevo come fosse possibile che un uomo somigliasse a uno dei miei cartoni animati, in seguito compresi che quei dubbi facevano parte dei misteri di quello strano rito chiamato Teatro e dell’arte della sua stregoneria.

Morto Albertazzi era l’ultimo grande mostro sacro del palcoscenico italiano. Un grande mattatore, tecnicamente impeccabile, in grado di recitare Sofocle, Shakespeare o Rostand.

Nato a Roma nel 1940, il giovane Gigi non sognava di diventare teatrante. Era un universitario spensierato che amava cantare e fare pianobar. Il destino però è difficile da evitare quando si è scelti dalle muse.

Quasi per caso frequenta il centro di recitazione dell’ateneo dove ha docente, tra gli altri, Arnoldo Foà . Bravo a cantare, ballare e suonare, dopo le tante serate nei Nightclub, lascia giurisprudenza per dedicarsi al “mestiere”.

Debutta con Aristofane Per tutti gli anni sessanta va avanti facendo il comprimario e per stipendiarsi partecipa a qualche sceneggiato della tv. Recita ovunque, guadagnando quel tanto che basta per vivere in quella strana Italia che velocemente stava diventando diversa.

Ne 1970 a sorpresa il successo con Alleluja Brava Gente. L’Italia scopre il talento di questo giovane artista dalla vena scanzonata e leggera, ma capace di virtuosismi istrionici e con i mezzi scenici degni del miglior Gassman.

One man show, dopo aver duettato con Carmelo Bene, realizza uno spettacolo adatto alle sue corde “A me gli occhi, please ” dove si esibisce in monologhi, barzellette e imitazioni dando spazio a tutto la sua poliedrica e brillante bravura.

Il recital ottiene così tanto clamore che viene replicato per anni ed è ancora oggi, nell’immaginario collettivo, lo spettacolo che lo identifica di più.

Il cinema non gli dà grandi riconoscimenti, eccezion fatta per alcune pellicole. Meo Patacca e soprattutto Febbre da Cavallo ne consacrano le doti grottesche.

Il suo Mandrake è un “uomo fumetto”, pieno di denti, brio e capelli, con un eloquio torrenziale e funambolico più veloce delle corse e delle scommesse del film; quanto più lontano insomma dai protagonisti delle amarissime commedie all’italiana.

Probabilmente se Proietti fosse stato americano la Disney gli avrebbe fatto vincere un’infinità di oscar, ma Gigi era figlio del nostro tempo e dei limiti del disincanto che ci ha portato a ritenere astratti i racconti dell’infanzia.

Qualcuno ha detto che aveva il realismo romano smussato dall’ironia. Nulla di più falso.

Proietti di Roma aveva tutto, meno il cinismo. La sua città eterna era quella delle favole, del candore e dell’allegria e per questo i suoi personaggi erano surreali o, se ricondotti alla normalità, uomini retti, santi, eroi perché troppo puri e colorati per non avere nobiltà e poesia.

Una delle sue interpretazioni cinematografiche più belle non a caso è proprio quella del patriota Cavaradossi nella Tosca di Luigi Magni.

Il suo dialogo con Roma, che invita a insorgere e a “pija er cortello” contro la prepotenza e l’ingiustizia, ha la risposta che la città, cuore di tutto il nostro popolo, quasi sempre ha dato nel corso della storia.

Il famoso “sei troppo sbaraglione” non è un semplice espediente scenico, ma il richiamo atavico di un demone antico.

Imbolsita da duemila anni di potere papale, Roma ha sempre visto gli eroi come ingenui ma essendo bellissima, umana e vedova di antica grandezza, non riesce a fare a meno di innamorarsene sia pure in modo tragico e breve.

La Roma di Proietti non è quella realista di Sordi a cui si era arreso anche il tragico Gassman. Non ha il disincanto amaro di Manfredi, la consapevolezza di Fabrizi o la furia tragica di Anna Magnani; la sua città eterna è quella innocente dei fanciulli che guardano le marionette al Gianicolo e dei primi scalcagnati e romantici amori che un tempo si cantavano con gli stornelli.

La sua anima da antico cantastorie e da menestrello innamorato della vita e degli altri, rendeva la realtà più bella, incantandoci come bimbi che guardano le magie del genio di Aladin o che sentono leggere da un dolce papà la malinconica Ninna Nanna di Trilussa.

Personaggio eclettico, Proietti è stato oltre che attore di teatro, del grande e piccolo schermo, anche musicista, cantante, conduttore televisivo, regista e direttore teatrale.

Ha scritto sonetti e memorie. Famoso il suo saluto al grande Alberto Sordi nel giorno del funerale. Importanti i doppiaggi. Ha dato la sua voce, da gigante smilzo e buono, a Rocky nei primi due film, a De Niro, Richard Burton, Dustin Hoffman e Marlon Brando ma anche a Gatto Silvestro, Robin Williams, Gandalf e ha sostituito quella di Sean Connery in un film di draghi.

E’ stato l’uomo del caffè nelle pubblicità, cantante a San Remo, uno strampalato Cirano, fino all’ ultimo ruolo, il Mangiafuoco nel Pinocchio di Garrone.

Maestro di attori, molti suoi allievi oggi famosi hanno di lui un ricordo commosso e importante.

La televisione, meno ideologica e più popolare, gli ha voluto più bene del cinema e gli ha dato grande successo con personaggi come il Maresciallo Rocca, o con i film in costume dove ha interpretato tra gli altri San Filippo Neri o il monsignore dell’Ultimo Papa Re.

Attore e istrione purissimo, aristocratico come sa essere tutto ciò che è poetico, intenso e antico, non fu mai volgare anche quando il copione gli imponeva di non essere forbito.

Proietti sarà ricordato come un moderno Fregoli e l’erede di Petrolini con l’imponenza sacrale delle grandi maschere capitoline, ma la sua dote più grande resterà sempre il tono candido e libero di chi alla seriosità del potere ha “preferito il Paradiso”

* Cristiano Ottaviani, Giornalista Pubblicista, Caporedattore Nazionale Giornale Informazione Quotidiana

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