La  “LIDU” su procedimenti disciplinari in campo sanitario

By on 12 Aprile 2017

Può il medico e più in generale il personale sanitario essere considerato alla stessa stregua di un qualsiasi altro impiegato o dirigente di  pubblica amministrazione? E in un’ottica di diritto alla cura sancito dalla Costituzione a vantaggio di ogni cittadino, quanto può essere adeguata a tale scopo la legge Brunetta che riforma tutta la macchina della pubblica amministrazione? A questi interrogativi l’Osservatorio Politiche Sanitarie della Lidu onlus, presieduto dal dott. Cosimo Gambardella, ha dato ampia risposta nell’ambito del convegno ‘Le modifiche al procedimento disciplinare introdotte dalla riforma Brunetta. Quali ricadute per il sistema sanitario pubblico’ che ha avuto luogo il 31 marzo presso l’Auditorium Cosimo Piccinno del  Ministero della Salute.

Sono intervenuti: Nicola De Marinis (consigliere della Corte di Cassazione, sezione lavoro), Roberto Bonfili (responsabile nazionale UIL Medici), Donato Antonellis (delegato sindacato ANAAO Regione Lazio), Cosimo Gambardella (presidente Osservatorio politiche sanitarie LIDU), Giuseppe Lavra (presidente Ordine dei medici di Roma), Margherita Maria Leone (presidente della IV Sezione Lavoro del Tribunale di Roma), Anna Buttafoco (avvocato del senior partner Studio Fiorillo), Antonio Stango (presidente della Lega italiana dei diritti dell’uomo (LIDU)), Andrea Manto (direttore del Centro per la Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma).

“Il mondo soffre per carenza di pensiero – ha esordito nel suo saluto Andrea Manto (direttore del Centro per la Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma), – tutti facciamo il nostro dovere per concorrere al bene comune” E ricordando l’enciclica Populorum Progressio di PaoloVI  emanata 50 anni fa, ha voluto indirizzare le personalità coinvolte nel convegno, provenienti dal mondo della sanità e della magistratura, con questo indirizzo di riflessione “ se noi non abbiamo il coraggio di osare un pensiero alto, finiremo con il diventare dei tecnici che hanno perso il senso del fine delle cose”

“La Lidu assegna una grande importanza alle questioni del mondo sanitario. – ha spiegato Antonio Stango presidente della Lidu onlus, nel suo iniziale intervento di saluto ai presenti, –  La riforma Brunetta, che riguarda tutti i dipendenti pubblici, comprende il comparto della sanità. Una riforma che nasce con lo scopo di un miglior rapporto con il cittadino in termini di trasparenza e produttività. Uno dei punti che hanno portato l’Osservatorio per le politiche sanitarie della Lidu, ad approfondire la funzione pubblica del comparto sanità in ordine a tale legge, è proprio cercare di capire  come il medico possa essere efficacemente tutelato, per meglio svolgere il suo lavoro che ha una peculiare specificità professionale, già ampiamente descritta dalla deontologia della categoria.  Dal punto di vista del diritto umanitario internazionale l’Italia non è in regola in diversi campi compreso quello della salute pubblica. Infatti e’ di due settimane fa la richiesta al Governo italiano  da parte del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite di spiegare fra l’altro perché nel nostro paese sono in aumento gli aborti clandestini”.

Ma c’è di più, i cambiamenti avvenuti in campo sanitario nazionale negli ultimi 16 anni hanno ricadute che evidenziano una congestione delle strutture sanitarie pubbliche come riferito da Cosimo Gambardella, che ha introdotto i lavori del convegno “Possiamo individuare tre passaggi legislativi a partire dal ’99 che hanno contribuito a svilire la professione del medico a svantaggio non solo della professione, ma dell’utenza che si rivolge a strutture pubbliche: la legge Bindi che assimila la figura del medico a quella del dirigente, la riforma del titolo V della Costituzione  che trasferisce competenze alle Regioni in campo sanitario, e, terzo passaggio nel 2009, la riforma Brunetta, che introduce elementi di performance valutativi ma anche la possibilità del direttore di un dipartimento di applicare sanzioni disciplinari in autonomia. Il risultato di questi tre passaggi ci ha portato ad una sanità a macchia di leopardo, abbiamo Regioni eccellenti e altre commissariate, ma soprattutto assistiamo ad un profondo conflitto che vede il presidente di una qualsiasi Regione decidere cariche dirigenziali,  mentre il medico passa sempre attraverso un concorso pubblico”. Il risultato è che i tempi di attesa nella sanità pubblica si sono dilatati oltre ogni limite: in molte Regioni italiane commissariate, per una visita endocrinologica o neurologica così come per una ecografia o mammografia o qualsivoglia esame strumentale, il paziente si vede prenotato con un tempo di attesa che può arrivare anche a 365 giorni. Naturalmente non è il medico che determina queste liste di attesa, ma le subisce per la cattiva governance politica in queste Regioni. Ma i pazienti non lo sanno e aumenta il disappunto e la protesta verso il personale medico. “Spesso il direttore generale risponde ad un criterio politico per la nomina del direttore del dipartimento e del primario, nomine che non avvengono per meriti professionali e quindi non condivise dall’equipe medica, che le subisce. Il risultato è che il dirigente–primario utilizza strumenti messi a disposizione della legge Brunetta per governare il reparto. Unico caso in controtendenza rispetto a questa realtà diffusa, una sentenza del marzo 2016 della Corte dei conti della Toscana che condanna il dirigente pubblico che usa le sanzioni disciplinari con superficialità”.

Tutto questo ha come conseguenza un peggioramento nel rapporto tra il medico ed il pubblico “La sospensione disciplinare di un medico si riflette sulla collettività, ad esempio su tutte quelle operazioni che sono state calendarizzate, interventi chirurgici, visite, – spiega  Anna Buttafoco avvocato del senior partner Studio Fiorillo –  che non si possono più svolgere in una data certa perché c’è stata la sospensione di un medico. In questo modo non si colpisce solo il medico ma anche l’utenza. Le funzioni del medico non sono attività manageriali, ruolo  che nulla ha a che vedere con la professione, cioè con la  cura del paziente. Tutt’al più il medico può avere delle attitudini manageriali che gli consentono quindi di ottenere incarichi di responsabilità, per esempio di determinate strutture, ma in realtà il compito del medico e quello di curare il paziente”. Ma la legge Brunetta introduce il principio di obbligatorietà dell’azione disciplinare.  “Il medico in questo modo può essere distratto, fraintendimenti possono portare a sanzioni. – continua Anna Buttafuoco – Ad esempio un chirurgo dopo ore di interventi, con tutta la tensione che questo comporta, poi ha un alterco con l’utenza, quindi può essere sanzionato, ma in realtà solo un altro medico può cogliere tutti gli aspetti del caso. E’ necessario garantire al medico la serenità , egli non deve essere nervoso per il fatto di avere un rapporto conflittuale con l’azienda dove lavora”. Nell’esamina della legge Brunetta l’avvocato Buttafuoco intravede spazi per una contrattazione collettiva che porti ad un ufficio dei procedimenti disciplinari all’interno dell’azienda sanitaria per garantire “che l’articolazione delle sanzioni e delle infrazioni avvenga nel rispetto di un principio di proporzionalità e di gradualità. Oppure ancora inserire ulteriori elementi di valutazione, che possono essere l’intenzionalità del comportamento la gravità del danno e soprattutto quello di confermare e, laddove possibile, anche di precisare ulteriormente la specificità”

In un momento storico di grandi scandali quasi tutti riconducibili ai furbetti del cartellino, cioè al dipendente di pubblica amministrazione che truffa sull’orario di lavoro, la riforma Brunetta voleva introdurre l’obbligo della diligenza, fedeltà ed obbedienza.  “Chi eroga prestazioni sanitarie deve essere diligente, non c’è bisogno di una normativa di legge per essere diligenti, lo si è in scienza e coscienza. – ha spiegato nel suo intervento Roberto Bonfili responsabile nazionale UIL Medici, puntando il dito sulla spicciola e superficiale informazione che anche i media fanno di un argomento così pregnante come quello della salute –  23miliardi è il costo della corruzione in sanità, il problema vero non è chi timbra o no il cartellino come spesso si vede nei tg. Il paziente è diventato aggressivo nei confronti degli operatori sia medici che infermieri,  perché le prestazioni sono spesso insoddisfacenti, liste di attesa, burocrazia lunga, la stessa litigiosità tra colleghi e tra medici ed infermieri. Spesso in un reparto non funziona la leadership, spesso il primario è solo quello che ha trovato la strada più facile. In alcuni reparti, la maggior parte forse, quello che viene definito ‘il primario’ non è riconosciuto come il riferimento degli operatori, perché invece di essere il primo inter pares, è quello che ha trovato la strada migliore per essere nominato primario, per cui non ha il giusto  spessore clinico. A questo si aggiunge il fatto che, ad esempio, nel suo piano  di rientro la Regione Lazio ha perso undicimilacinquecento operatori tra medici infermieri . Come si può ottenere un abbattimento delle liste d’attesa con più di 11mila unità in meno?

Ma anche su questi punti e sui cattivi o buoni funzionamenti delle autonomie regionali va fatta chiarezza come specificato da Donato Antonellis del sindacato Anaao: “Esiste un servizio sanitario che va dalla Toscana in su e viceversa, molte responsabilità sono locali e regionali, e quasi tutte le regioni commissariate sono nel sud. La dirigenza, l’abbiamo voluta noi, questa legge si inserisce nell’ambito della dirigenza. Abbiamo esempi in questa Regione dove direttori amministrativi o sanitari che si sono opposti a deliberazioni proposte dal direttore generale, sono stati rimossi dall’incarico perché si interrompe il rapporto fiduciario. Ma chi è che controlla questi comportamenti?
La sanità  è migliorata nelle sue prestazioni se vogliamo, abbiamo molti più strumenti e il paziente è sottoposto ad esami sempre più accurati, quindi dovrebbero rallentare i percorsi clinici, ma diminuiscono i medici per cui questi percorsi clinici non possono essere assicurati in modo esaustivo”.

Il presidente dell’Ordine dei medici di Roma Giuseppe Lavra, sostiene che il tema non è “Quali sanzioni o quali provvedimenti disciplinari noi dobbiamo adottare per governare le professioni . Il tema è che noi dobbiamo stabilire quali sono e quali debbono essere i comportamenti . E noi medici probabilmente siamo i primi in assoluto su tutto il versante delle società ad avere un percorso che ha più di duemila e cinquecento anni in cui abbiamo scritto quale deve essere il comportamento, siamo gli unici e negli ultimi cento anni abbiamo rinnovato, ammodernato e aggiornato tutte le regole che sovrintendono i nostri comportamenti, quindi subire una legge da parte di questo Ex ministro , povero di idee, anche di idee un po’, come dire, balzane, è una cosa che ci umilia anche come cittadini”. Senza mezzi termini e forte dell’etica che da sempre contraddistingue la professione medica, che va ricordato si occupa di curare le persone, il presidente Lavra asserisce con forza “non c’era bisogno né di Brunetta né di nessuno, bastava ritirare fuori i vecchi consigli di disciplina e adattarli alle situazioni da valutare. Gli aspetti del comportamento di un medico e gli eventuali riflessi di carattere disciplinare secondo me devono viaggiare su un Codice, e non ci possono essere cento mila codici. Noi abbiamo un codice che è di una civiltà e  di una tradizione a prova di bomba . Allora usiamolo anche perché, ripeto e concludo, non è stato scritto per i medici, è stato scritto per i pazienti.

Urge un ripensamento complessivo di tutta questa materia – conclude Nicola De Marinis, consigliere della Corte di Cassazione, sezione lavoro, – Negli anni ‘90 abbiamo assistito a un rovesciamento della concezione dello Stato, passando da uno Stato che esercitava funzioni pubbliche ad un altro in cui il problema è il mercato e la soddisfazione del mercato. Ma alcune professioni non fanno il mercato.  Il problema è che in queste professioni è incamerata una funzione pubblica, un interesse pubblico che prescinde anche dall’essere privato o pubblico il modo di erogarlo quel servizio. E’ una funzione che guarda direttamente l’utente, che è il beneficiario di una prestazione che riguarda la sua salute.  E allora su questo punto è vero quello che diceva il presidente Lavra, esistono delle regole di comportamento, cioè esiste una possibilità di misurare la effettività di questa prestazione in relazione a qualche cosa che è un’attività che non può valutare nessuno, se non chi la fa. Ecco la necessità di ripensare al Consiglio dell’Ordine come una struttura di difesa e valorizzazione della professione. Solo  chi è dentro quei comportamenti, chi li ha vissuti, li ha pensati, rinnovati e modificati,  ci dà la sicurezza della funzione. Voglio dire che non ci sono mestieri che vanno fatti fare . Non si possono adeguare protocolli estratti che non attingono alla vera capacità professionale della persona. Forse questo coinvolgimento dell’ordine è quello che può garantire il medico prima di tutto in quanto medico, prima di essere dipendente pubblico o privato. E di conseguenza il paziente.

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