L’ Ultimo Democristiano.

By on 5 Maggio 2013

Lettadi Cristiano Ottaviani (*)

IQ. 05/05/2013 – L’ Ultimo Democristiano.

Il Governo appena nato è un compromesso tra un partito in crisi e senza leadership, il Pd, ed una forza politica in ascesa, ma con un capo alle prese con problemi personali, il Pdl.

Berlusconi ha avuto una grande vittoria con l’elezione presidenziali, ma sta affrontando beghe giudiziarie che costituiscono un serio pericolo per il suo potere. Se si votasse domani molto probabilmente il Cavaliere sarebbe di nuovo Capo del Governo o forse Presidente della Repubblica; una parte del Pdl lo sa e spinge in questa direzione, ma B, come al solito bravissimo giocatore di poker, tiene a freno questa fazione, dosandola per aumentare il suo potere contrattuale sugli equilibri governativi. E’ possibile che B stia aspettando il momento giusto per portare il Paese alle urne e abbia bisogno di un governo condiviso e della pacificazione, con ciò che resta della sinistra, per legittimarsi e risolvere, nella maniera più solida possibile, alcune sue pubbliche e private difficoltà. La “cambiale” IMU del resto sembra già pendere come una spada di Damocle sul nuovo esecutivo. Sicuramente nei prossimi mesi le micce per dare fuoco alle polveri a Berlusconi non mancheranno e probabilmente ciò avverrà prima dell’ascesa di Renzi a leader del partito.

Enrico Letta si trova alla guida di un governo di cui nessuno sa la durata. Il nuovo Presidente del Consiglio, a differenza di Monti, non ha passato tutta la vita a rapportarsi con poteri finanziari più che politici e, altro dato positivo, il suo esecutivo ha una certa presenza diretta di politici, elemento che dovrebbe essere garanzia di responsabilità. Letta è una persona seria, per bene e preparata. Non è uno sciocco, anche se non mi sembra spiccare per perspicacia e capacità di visione. E’un “euro acritico”, per lui come per il suo maestro Andreatta, non esiste futuro per il nostro Paese senza moneta unica.

Nel suo discorso programmatico Letta ha detto tutto e il contrario di tutto, unendo tra loro una serie di frasi che sarebbero state perfette in bocca ad una candidata a Miss Italia. Ovviamente il Premier non è una reginetta di bellezza e quando parla di Imu, non aumento dell’Iva e salari minimi, lo fa, sia pure corretto dal lessico giovanile e dalla sicura dizione del brillante accademico, rifacendosi all’antica scuola democristiana.

Letta infatti, come suo zio Gianni che milita nel Pdl, prima di essere del PD, è un democristiano doc e del “vecchio”, “immortale” partito di Andreotti e Moro ha linguaggio e stile. I democristiani, grandi maestri del potere guelfo, parlavano, con rarissime eccezioni guardate con sospetto, con gli stessi ipnotici bizantinismi del nuovo Presidente del Consiglio. Certo i tempi sono cambiati: il linguaggio involuto dei notabili dello scudo crociato era da tv in bianco e nero, un po’ diverso rispetto a quello più assertivo del giovane Letta, ma identico è il gusto per virgole e punti sospensivi, capaci di essere interpretati, a secondo degli interlocutori, in mille maniere diverse. Questo stile è stato ed è la vera arma dei DC che così si sono sempre aperti la strada ad infinite possibilità di mediazione e temporeggiamenti.

Personalmente non amo nella politica come nella vita chi è troppo indiretto, preferisco uno stile franco soprattutto quando all’occorrenza non esclude, ma anzi dichiara, circospezione. L’involuzione della democrazia italiana si deve anche alla visione paternalistica del linguaggio adottato dai politici verso il popolo a cui si dice in un modo, ma si fa in altro. Una visione più che realistica, cinica, che alla lunga vizia l’idea di rappresentanza, allontanandola dallo spirito di servizio e alimentando l’autoreferenzialità dei potenti.

La situazione che stiamo vivendo tuttavia non permette sfumature e se Letta, ultimo democristiano, riuscisse, sia pure a modo suo, a risolvere i problemi del Paese ne sarei lieto. La difficoltà tuttavia mi sembra più sostanziale: per realizzare la politica proposta da Letta servono tra i 15 e i 30 miliardi, soldi che ovviamente non ci stanno. Il problema è l’Euro e i lacci imposti dall’Europa, cose che l’azzimato e politicamente “bigotto” virgulto dc non dirà mai.

Cominciano a registrarsi, sia pure in maniera flebile, segni di speranza: i giapponesi comprano con facilità titoli di stato, i tassi di interesse scendono e la Spagna ha ottenuto una proroga di due anni per rispettare i diktat di Bruxelles. I tedeschi non stanno digerendo bene la ribellione che serpeggia verso l’austerity e, in vista dell’elezioni decisive di settembre, cercano una nazione dal “ventre molle” su cui effettuare una “spedizione punitiva”.

Tra la fine di maggio e i primi di giugno ci saranno i primi segnali per capire se l’UE prorogherà, e in che modo, anche all’Italia i famosi “compiti a casa”.

Se ciò dovesse avvenire la strada del governo Letta, o di chi verrà, sarà in discesa, anche se in un contesto a dir poco transitorio in cui la necessità di costituire un nuovo ordine europeo non potrà più essere rimandata. Se ciò non si realizzasse sarebbe corretto tirare le somme sulla acritica politica pro euro e chiedere agli italiani stremati se vogliono un governo coloniale, pronto a distruggerli per la moneta unica, o se preferiscono essere un popolo sovrano.

Nel caso in cui ci dovessimo trovare ad affrontare un simile dilemma a ognuno la sua scelta, senza più giochi di parole.

 (*) Giornalista Pubblicista – Vicecaporedattore IQ

http://cristianottaviani.tumblr.com/

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