In this grave hour

By on 1 Marzo 2013

Parlamentodi Rocco Longo

IQ. 01/03/2013 – Prendendo in prestito il celeberrimo incipit del celebre discorso di Re Giorgio VI al suo Regno, mi pare il caso di spendere qualche parola sull’esito delle appena trascorse elezioni politiche con un’importante ed imprescindibile premessa: non sono uno scienziato della politica, non sono un politologo né un sociologo.

Non ho pretesa alcuna di proporre analisi politiche né spunti di riflessione; per molti aspetti ero –e probabilmente sempre lo sarò- un visionario ma soprattutto ero e resto un osservatore del mondo e di tutto ciò che mi accade davanti ed intorno.

“In questa grave ora” mi pare davvero appropriato: e se non è grave il tempo in cui la fragilissima Democrazia di una Repubblica ancora più fragile conosce, forse, uno dei suoi momenti più oscuri ed incerti, ditemi voi qual è!

“In questa grave ora” molti di noi hanno un po’ l’impressione che alcuni gangli, e certamente tra quelli più vitali, possano essersi inceppati: le urne ci hanno consegnato un Paese probabilmente diverso da come l’avremmo voluto o, almeno, da come ce lo saremmo immaginato fino ad un attimo prima dell’inizio delle scrutinio.

 I dati oggettivamente incontrovertibili:

– Un preoccupante calo dell’affluenza ci dice che quasi un italiano su tre ha scelto di disertare l’appuntamento con il futuro della nostra Nazione; il dato è in costante e continua progressione e di certo non dovrebbe lasciare sonni tranquilli ad ogni cittadino che abbia a cuore le sorti dell’Italia, che sia un politico o un quisque de populo;

– Sembra ormai inconfutabile che il corpo elettorale abbia definitivamente messo al bando ogni estremismo, qualsiasi movimento ed espressione politica ispirati da visioni fuori dalla realtà ed inconciliabili con una modernità che sappia assecondare la crescita sociale e quella civile: dalle ali più esterne (Forza Nuova, Casa Pound, Partito Comunista dei Lavoratori) fino a quelle meno marcatamente oltranziste (Sel, La Destra). Pare gli italiani non vogliano più sentir parlare di forze politiche così radicali e dirompenti;

– Decisamente annacquata, se non del tutto abbandonata, quell’”aurea medietas” di un centro che non ha più ragione di esistere, almeno non nelle sembianze con le quali sinora siamo stati abituati a riconoscerlo; credo si possa affermare con un buon margine di ragionevolezza che, ormai, l’eredità democristiana si sia riposizionata e percorra dinamiche e binari non più riconducibili a quelli di trent’anni fa. L’esperimento di Monti e del suo per nulla elegante “rassemblement” di cariatidi (e non che in tutti gli altri schieramenti non ce ne fossero, anzi!) non ha sortito l’effetto sperato fermandosi molto al di qua di quelle che erano le aspettative del bocconiano più illustre e di tutta la cinta di imprenditori e banchieri snob ed illuminati che pensavano di salvare la Patria dalla cupio dissolvi;

– Il Partito Democratico sembra non porre fine al suo inarrestabile calo di consensi, un’emorragia continua che attraversa ogni competizione elettorale e che non riesce ad invertire la tendenza: un terzo di voti in meno rispetto alle precedenti politiche, scarsa presa su un elettorato sempre più intransigente (con chiunque) e sempre più attento a scegliere proposte che sappiano veramente parlare alla pancia del Paese e che, soprattutto, non si avvitino su sé stesse o intorno a fumose ed inutili elucubrazioni. Eppure, soltanto qualche mese fa la vittoria era nelle tasche di Renzi, se soltanto gli avessero consentito di gareggiare, ma perfino in quelle di Bersani se fosse stato più coraggioso e meno pavido.

– Il Popolo della Libertà (!!!) in cinque anni perde la metà dei suoi consensi e ciononostante riesce ancora a catalizzare le preferenze di quegli italiani che non vogliono sposare le insegne di uno statalismo asfissiante coniugato ad un insopportabile aumento dell’imposizione fiscale e ad una visione antiliberista o, peggio, anticapitalista.

– In poco meno di tre anni, dapprima virtualmente poi nelle piazze, nasce ed erompe un movimento del popolo capeggiato da un commediante che ha saputo intercettare malumori e disaffezioni di un’Italia che non ha più voglia di tenere la testa nella sabbia, di piegarsi ai potentati politici e votare secondo indicazioni calate da improbabili sfere celesti e che, soprattutto, ha deciso di occuparsi in prima persona delle proprie sorti. Grillo ed il suo Movimento Cinque Stelle la vera novità di questo turno elettorale.

A questi dati emersi dalle urne aggiungo ora qualche considerazione del tutto personale.

Silvio Berlusconi, che nell’ultimo anno sembrava dovesse essere definitivamente consegnato ad un passato difficile da far rivivere, torna ancora una volta sul proscenio riuscendo, in poco meno di due mesi, a riportare la sua creatura ad un risultato più che ragguardevole, concedendogli nuova linfa e nuove prospettive e, soprattutto, riportandolo ad una posizione di assoluta ed ineludibile centralità. La differenza di centotrentamila voti di scarto alla Camera di certo non può tranquillizzare la controparte, le controparti. Checché se ne possa dire il PDL non esiste senza di lui e la sua leadership pare l’unica in grado di garantire risultati degni al partito, a meno che –prescindendo da essa- non se ne voglia ridisegnare la geografia interna che, però, é esercizio assai complicato ed arduo. Certo, nemmeno il PDL può star tranquillo: i voti persi sono milioni e se la sua classe dirigente non avrà il coraggio d’invertire una tendenza implacabile i guai sono soltanto all’inizio. Non può più essere procrastinata una profonda azione rifondatrice: non è più possibile tornare agli elettori presentando l’impresentabile, chiedendo un voto per facce che, da più di un ventennio, occupano tutto l’occupabile quasi sempre senza lasciar evidenti ed apprezzabili tracce di sé. Se il partito che dovrebbe rappresentare il ceto moderato di estrazione liberale e cattolica non è capace di rigenerarsi attraverso un’operazione chirurgica che non sia mero remaquillage ma che sappia incidere fortemente sui propri connotati e che scelga di percorrere le strade che la contemporaneità impone anche alla politica, allora vuol dire che proprio questo partito non sa più parlare alla sua gente. Si abbia il coraggio, finalmente, di premiare la veracità delle passioni, la genuinità e la gratuità dell’impegno e la discrezione del lavoro dei tanti amministratori locali che, quasi sempre, restano nell’ombra, sovente offuscati dall’inconsistenza di sedicenti leaders vani e vacui, evanescenti come polvere di stelle.

Bersani non riesce a conquistare né le simpatie né i voti del suo stesso elettorato: vanno a Grillo molti consensi del PD (ma vanno a Grillo anche molti consensi del PDL); al segretario democratico é mancata la spinta necessaria per una reale spallata ad un establishment stantio e vecchio che, infatti, è stato sonoramente bocciato dalle urne. Finchè i democratici si lasceranno animare e sostenere unicamente da una fiera avversione al berlusconismo (declinato in ogni sua accezione) non avranno praterie da percorrere: sappiano ritrovare le ragioni di un centrosinistra serio, orgogliosamente costruito su una piattaforma realmente liberaldemocratica, proiettato alla costruzione di una società moderna che sappia fare a meno dello Stato impositivo per favorire, invece, l’affermazione di uno Stato propositivo. Finché i sedicenti democratici rincorreranno, magari accecati dal furore ideologico ed antiberlusconiano del Vendola di turno, gli improbabili fantasmi di una degenerazione politica unicamente attribuita ad un’idea e ad una visione epicurea o, meglio ancora, gaudente (o godereccia?) della società allora vorrà dire che saranno sempre molto lontani, dai loro lidi, i fasti del successo elettorale. Abbiamo visto tutti quanto la gente, in fondo, poco si sia appassionata alla scandalistica di bassa lega ed al tentativo di calcarne le vicende nella vana speranza di raccattar consensi.

Ora, però, PD e PDL sappiano interloquire con la “cosa” di Grillo, non ne stigmatizzino gli atteggiamenti e non ne derubrichino l’agenda come il prodotto più bieco e retrivo di un populismo e di una demagogia dai quali fuggire a gambe levate; non si può prescindere da un confronto, pacato ma serrato, che metta intorno ad un tavolo le principali forze emerse dal voto nello sforzo congiunto d’immaginare un percorso di governo capace di fare poche cose per il bene del Paese e che sappia condurlo ad un nuovo appuntamento con le urne dopo aver riformulato la legge elettorale; personalmente (e vista l’impossibilità di mutuare in Italia il maggioritario di tipo uninominale secco all’inglese) auspico l’adozione di un modello con doppio turno alla francese che salvi sia il principio della rappresentanza sia quello della governabilità.

Ora il cerino è nelle mani di Bersani: lui ha vinto (seppur in maniera risicata e senza alcun margine di sicurezza) e lui avrebbe titolo a verificare la possibilità di dar vita ad un governo politico; certo, dalle sue prime dichiarazioni non direi stia partendo col piede giusto. In una situazione nella quale nessuna forza politica può invocare autosufficienza ed ampi margini di manovra mi pare quanto meno improvvido ed incauto che Bersani voglia aprire un tavolo di discussione soltanto col Movimento Cinque Atelle e non anche con Berlusconi ed il PDL. Come dire? Ci vedo tutto fuorché il tentativo di un respiro un po’ più ampio.

Il Capo dello Stato, da par suo, non avrà di che esser lieto: qualsiasi ipotesi che verrà fuori dalle Consultazioni nella Sala della Vetrata si presenterà certamente irta di difficoltà e di non facile percorribilità, talmente delicati i passaggi e così imprevedibili i loro esiti che qualsiasi tentativo d’immaginare uno scenario certo sarebbe un azzardo.

In conclusione, spero soltanto che a qualsiasi livello si riesca a far tornare in campo il buon senso, il rispetto delle istituzioni e dell’assetto democratico dello Stato unito al rispetto della volontà popolare; spero che tutte le forze politiche sappiano difendere l’interesse superiore dello Stato anche a costo di abbandonare posizioni ed arroccamenti che, davvero, non avrebbero più titolo di esistenza.

Il nostro Paese ha diritto ad un Governo che si (pre)occupi del suo destino, il nostro Paese ha diritto ad un Parlamento che eviti le contrapposizioni rancorose e livide e che sappia disegnare il miglior futuro possibile attraverso la dialettica ed un incessante ricerca del dialogo tra le forze politiche e tra queste e la società.

Il nostro Paese ha ancora voglia di sentirsi protagonista della propria storia e della storia dell’Europa.

Ce la farà, ancora una volta! Ce la faremo, ancora una volta!

 

 

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