Il bacio del Dragone. 

By on 25 Marzo 2019

Il governo giallo verde sembra essere entrato in una fase critica.  E’un peccato se si pensa come questa coalizione si stata capace di accogliere le speranze del nord e del sud, di ceti sociali e generazioni differenti ma unite dall’idea di riscattare il paese. La crisi terminale della seconda repubblica iniziata nel 2011 tuttavia non è ancora conclusa. Gli ultimi governi hanno reso evidenti realtà che da tempo si cercava di nascondere, dandoci la consapevolezza di essere una nazione sotto attacco, esposta alle bramosie del capitale straniero e ad un’immigrazione tanto incontrollata, quanto gradita ad alcuni poteri.

Per capire il carico di aspettative di cui è stato investito questo governo basti pensare che persino in occasione dei funerali delle vittime del ponte di Genova i criticati applausi verso Salvini e Di Maio per molti furono qualcosa di più del cattivo gusto. Ci fu chi infatti vide addirittura in quell’episodio conscia o no una sfida alla storia luttuosa degli ultimi anni in nome dell’impegno al riscatto del nuovo esecutivo.

Era questo del resto il mandato dei giallo verdi, visti dagli italiani come miscela strampalata, ma onesta e impegnata a ridare dignità ad un popolo umiliato persino negli aspetti più formali della propria sovranità.

Quando a novembre l’abile postdemocristiano Conte, insieme ai ministri di fedeltà qurinalizia, ha fatto dietrofront sul bilancio dinnanzi alla prepotenza della commissione europea, ovvero di Germania e Francia, la speranza dei mesi passati si è ammainata ancora una volta in silenzio.

Certo non è una battaglia a fare la guerra e il conflitto per ridare all’Italia piena libertà e democrazia non è concluso.

Gli eventi del mondo, sempre più veloci e imprevedibili, possono ancora riservare sorprese ma con la sopita sconfitta incassata sulla finanziaria il governo ha perso qualcosa. I tanti tatticismi, la stessa retorica dei suoi esponenti, con sempre più frequenza sembrano rievocare inquietanti leitmotiv del passato.

Perso l’impeto della ribellione il governo del cambiamento non sembra aver maturato una più realistica strategia con cui affrontare i tanti problemi del paese, ma piuttosto un crescente distacco tra le sue due forze politiche.

 

Se Di Maio si candida ad essere un nuovo Tsipras, Salvini potenzialmente è ancora in grado di portare avanti le istanze originali della protesta del voto del 2018. La politica nazionale e modernizzatrice della Lega rischia però di sprofondare in un liberismo facilone e in temi protosecessionisti e destrorso populisti, se non affronta in maniera radicale alcuni nodi di fondo che riguardano l’economia e la nostra collocazione internazionale.

Da sempre la tratta di Suez è una delle direttrici capaci di dare maggiore sviluppo alla nostra penisola.  Durante la seconda repubblica le forze politiche sono stati incapaci di lavorare su un serio progetto di sviluppo nazionale. Se le strategie di Berlusconi sono state viziate dalla logica stretta degli interessi personali, la sinistra è sempre stata convinta che a risolvere i nostri problemi avrebbe pensato l’Europa.

Siamo giunti così alla passiva Italia eurista, che senza partiti, l’Iri e lira, si è concessa come digressione sovrana prima dell’inizio della grande crisi i baciamani a Gheddafi  e qualche servigio a Putin, ma senza quella dignità e soprattutto il  coraggio che sono la base di ogni vera  e convinta strategia. Da questa condotta, al “disonore” del governo Monti e ciò che è seguito, il passo è stato breve.

Chiusa ed esposta ad ogni razzia l’Italia, spaventata dalla modernità, ha avuto una classe dirigente capace solo di difendere rendite di posizione anziché rivendicare il valore e la natura occidentale della nostra nazione e quindi la possibilità di assumere un ruolo.

L’accordo con la Cina va letto come continuità rispetto alla politica del non interesse nazionale degli ultimi decenni.

A differenza di quello che pensano alcuni sovranisti, che vedono in ogni sgarro all’America un segno di indipendenza nazionale, la politica nell’interesse del proprio paese si può fare solo con lungimiranza e realismo.

Se oggi le navi d’oriente sbarcano nei porti di Rotterdam invece che in quelli italiani il motivo non è legato ai trattati, ma ai costi delle infrastrutture.

E’più economico fare qualche giorno di mare in più invece che usare strade e ferrovie italiane non sufficientemente moderne. La famigerata Tav, verso cui il partito della “decrescita felice” ha scagliato il più risoluto dei suoi anatemi, tra gli ipocriti e sorridenti biasimi dei nostri concorrenti, è la pistola fumante del velleitarismo.

Gli uomini di governo possono essere giudicati diversamente dal punto di vista morale a seconda che siano traditori, indifferenti o incapaci di fronte all’interesse nazionale, ma la valutazione cambia poco  dal punto di vista politico.

L’alleanza Sino Italiana  avrà come effetto  non quello di rinverdire i sogni di Marco Polo o  sviluppare i  traffici marittimi di cui il nostro Sud in particolare avrebbe bisogno, ma di irritare l’America. La faciloneria con cui si mettono in discussione settori di grande importanza strategica a favore di un impero avverso alla liberaldemocrazia e al rispetto del mercato proprio nel momento in cui si fa netto lo scontro tra questo e gli Stati Uniti è ancora più inquietante, se si ipotizza che questa scelta possa essere anche frutto di abili manovre straniere.

Il problema italiano si inserisce su uno sfondo più grave. Se per qualcuno l’accordo italo cinese è la resa di Roma a Parigi e Berlino, è comunque inutile illudersi sulla politica terzoforzista delle le due padrone dell’Unione.

Francia e Germania non difendono un altro Occidente rispetto a quello “barbaro” dell’America yankee  , ma preparano nei fatti una consegna armi a Pechino, attutita dalla speranza dei soldi e da  narcosi di massa. In attesa di comprendere se la Brexit e Trump siano state scelte più lungimiranti rispetto alla conferma della Merkel e all’elezione di Macron, constatiamo come sia in corso un riassetto dell’ordine mondiale  che influenzerà sempre più la nostra politica delineando in maniera radicale due differenti fazioni.

In ogni caso chi intenderà ridiscutere i nostri rapporti di sudditanza con l’Unione Europea per forze di cose dovrà avvicinarsi agli Stati Uniti, mentre chi si farà seguace di un astratto terzoforzismo eurista e pro Pechino, sarà sempre maggiormente strumento docile delle direttive di Merkel e Macron, già ora  reggicoda del grande drago cinese.

 

Cristiano Ottaviani, Giornalista Pubblicista e Caporedattore Nazionale Giornale Informazione Quotidiana

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