Green economy, strada obbligata per far ripartire il paese.

By on 10 Maggio 2013

uilaIQ.10/05/2013 – “La ‘green economy’ non è un lusso per i paesi ricchi ma è, forse, l’unica via d’uscita possibile da una crisi mondiale che ha mostrato i limiti e i guasti causati da un modello di sviluppo in-sostenibile dell’economia e della produzione.

Chi per primo lo capirà, per primo potrà imboccare la strada della ripresa economica e della crescita”. Lo ha sostenuto Fabrizio De Pascale (Uila) intervenendo a Berlino alla conferenza sul tema “Sviluppo dei lavori verdi nel settore agricolo: contributo alla strategia Europa 2020” organizzata dall’Effat, il sindacato agricolo europeo.

“Molte aziende, anche nel settore agricolo, lo hanno già capito e hanno avviato, anche in Italia, la loro piccola green economy riducendo l’uso di energia, acqua, metano e pesticidi, utilizzando di più le energie rinnovabili, gli scarti e i rifiuti, innovando in termini di qualità dei prodotti e sviluppando la loro vocazione multifunzionale” ha aggiunto De Pascale “quello che ancora manca è un segnale chiaro e forte da parte delle istituzioni per promuovere e incentivare questo processo che implica anche lo sviluppo di una nuova occupazione ‘verde’ non solo in senso ambientale ma anche economico e sociale”.

Come UILA UIL del Trentino, riteniamo l’agenda provinciale (e, meno, regionale, e nazionale) sia in grave ritardo: nella pubblicazione dei dati del censimento agricolo, in provincia di Trento (mentre, in provincia di Bolzano, i dati sono stati pubblicati e pubblicamente esibiti per primi, in Italia, da tempo).

Grave ritardo nel mancato rinnovo del contratto degli Operai forestali, in un numero residuale di 180 unità, tutte stagionali, per cui l’unica cosa chiara, appare l’intenzione di bloccare i rinnovi economici, in ossequio ad i tagli della spending review, che, in Provincia Autonoma di Trento, l’Assessore al Lavoro applica, con rigore, sospetto (visto il valzer di consulenze strapagate, nel vortice delle esternalizzazioni del debito pubblico, spalmato sulle controllare e sulle società “esterne”), e, sopratutto, in danno degli ultimi, e più ricattabili, fra i salariati, proprio quei salariati, a contratto d’impianto agricolo stagionale (fra cui, anche, i 180 operai forestali), gli stagionali delle categorie protette, a partire da quelli, lasciati a casa, almeno in 300, nel Progettone, per, poi arrivare, al futuro (1 gennaio 2015), delle maestranze dell’Azione 19 (ex Azioni 9/10 et altre), che, del Lavoro Socialmente Utile, erano la spina dorsale, con oltre 1.700 unità occupare. Unità da aggiungere alle 1.300 persone, occupate, attualmente, nel comparto del Progettone. In tutto, circa 3.180 lavoratrici e lavoratori (calcolati per difetto) che troveranno, forse, un lavoro sempre più saltuario, episodico, o stagionale, purché si crei una cabina unica di regia, dove le parti datoriali (FTCoop, Coldiretti, Confagricoltura e CIA, per le parti agricole e cooperative agricole, di produzione lavoro e di solidarietà sociale, e non solo questi stake holders), le parti delle Pubbliche Amministrazioni (PAT, con i Servizi Lavoro e Conservazione della Natura, l’Agenzia del Lavoro, il Consorzio dei Comuni, e ciascuna Comunità montana, di Valle o realtà comunque consortile, BIM compresi), si producano in uno sforzo straordinario di concertazione, che non metta al riparo la prossima campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio provinciale, dalle evidenti fibrillazioni di una coalizione di centro sinistra autonomista in evidente difficoltà ad interloquire positivamente, con se stessa ed i propri potenziali nuovi interlocutori: i lavoratori, i giovani che chiedono libertà, legalità e maggiore equità sociale, per il futuro del Trentino, quel Trentino, che non è ancora Italia, e che vuol, caparbiamente, rimanere in Europa.

Il Trentino che FAI-CISL, FLAI CGIL, UILA UIL, ricercano, con unità inscalfibile, sul piano delle relazioni sindacali nazionali, che dovranno essere declinate, anche a scala territoriale, per ricercare quell’Unità cui il Presidente di FTCoop, Diego Schelfi richiama solo la Coldiretti, quella organizzazione, rappresentativa, potente ed autorevole, che pare, però, anche sul piano trentino, ricercare uno straordinario isolamento: nel richiamo ad un tempo trascorso, che si vorrebbe immaginare replicabile: l’Italia che fu.

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