Giorno della Memoria – La lirica di poeti tedeschi di cultura ebraica.

By on 27 Gennaio 2013

Memoria1di Paola del Zoppo

IQ. 27/01/2013 – Giorno della Memoria – La lirica di poeti tedeschi di cultura ebraica: dalla parola – frammento alla parola – identità.

«La poesia era fatta per cambiare la realtà, che era invivibile. E la cambiò» Hilde Domin.

27 gennaio: si celebra il Giorno della Memoria, una ricorrenza internazionale a commemoriazione delle vittime della Shoah, e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La ricorrenza è sancita da un articolo della Costituzione Italiana: « La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.» In occasione del giorno della memoria, un ricordo e una breve presentazione del rapporto con la parola lirica di tre grandi poetesse di cultura ebraica e di lingua tedesca, accomunate dal profondo legame con la poesia e dal doloroso destino dell’espatrio.

Le poetesse Rose Ausländer e Hilde Domin, ancora poco conosciute in Italia, sono tra i nomi più noti della lirica tedesca di cultura ebraica della seconda metà del Novecento, con Nelly Sachs e Paul Celan. La loro identità poetica è legata all’esperienza dell’esilio e del ritorno, che insieme sono percorso fisico e poetico di esilio dalla parola tedesca e ritorno tramite la poesia tedesca: nella parola tedesca definiscono e rielaborano la tragedia, una “parola materna” nella lingua madre, la sola parola feconda, che ridona vita, forza e identità.

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La lingua degli assassini

Nota la sentenza emessa da Th. W. Adorno nel 1966: “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di Terra di Nessuno filosifica” (in Dialettica negativa). In seguito, Adorno assegnerà alla filosofia il compito di indagare ciò di cui non si può parlare. Ma Auschwitz, simbolo della Shoah, assurge a tema per eccellenza “indicibile”, perché il male “con Auschwitz ha raggiunto una sorta di indicibile perfezione” (De Benedetti, Quale Dio, Morcelliana).

La lirica oltre l’abisso – La parola setacciata, Parola-Frammento e la parola integra, Parola-Dolore: Paul Celan e Nelly Sachs

Per lungo tempo la ferita non poté rimarginarsi, inducendo molti poeti, già attivi prima del confitto, a non dare voce lirica al presente. La grandissima poetessa Nelly Sachs, premio Nobel 1966, per lungo tempo, dopo il 1945, non solo non scrisse poesie, ma vietò di pubblicare i suoi scritti antecedenti al trauma. “Noi, dopo il martirio del nostro popolo, siamo separati da tutto ciò che fu detto in precedenza, da un profondo abisso, nulla arriva più da una sponda all’altra: non una parola, non un suono”. Il superamento del silenzio era inevitabilmente rielaborazione: dimenticare era impossibile, bisognava dunque introiettare nella lirica l’indicibile. Paul Celan rivendicò esplicitamente e disperatamente il diritto di superare il “divieto” di Adorno, tramite la percezione di una lingua ormai definitivamente “spezzata” è in sé testimonianza dell’accaduto. Nella sua poesia ecco una lingua frammentata, passata al colino della tragedia, sminuita, umiliata e per questo essenziale e forte: “Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua. La lingua, essa sì, nonostante tutto, rimase acquisita. Ma ora dovette passare attraverso tutte le risposte mancate, passare attraverso un ammutolire orrendo, passare attraverso le mille e mille tenebre di un discorso gravido di morte. Essa passò e non prestò parola a quanto accadeva; ma attraverso quegli eventi essa passò. Passò e le fu dato di riuscire alla luce, “arricchita” da tutto questo. Con questa lingua, in quegli anni che seguirono, io ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovavo e dove stavo andando, per darmi una prospettiva di realtà”. (P.C., La verità della poesia, Einaudi, 2004).

Inevitabilmente, la costrizione al silenzio è connessa all’esilio, alla fuga. Nelly Sachs non tornerà mai più in Germania, ma negli anni Cinquanta/Sessanta ricomincerà a scrivere e a dar voce in modo più distinto, più lucido e più doloroso che altri all’orrore, con una eversiva forza di liberazione, la forza della parola poetica, come ricorda Hilde Domin nella sua celebre “Lettera aperta a Nelly Sachs sulla poesia dell’esilio”.

“Quando lessi le tue poesie, nell’inverno del 59/60, quindi quasi 15 anni dopo, hai seppellito i miei morti, tutti quei morti estranei e terrificanti che entravano in camera mia. Si sono alzati in una bianca schiuma vorticosa, hanno perso quell’aspetto da bambole degli uomini che li aveva solo sopraffatti, quella meccanicità inversa, per entrare nella memoria di tutti i morti. Nel dolore, ma senza acredine si sono liberati nelle tue parole e si sono alzati come una nebbia lattiginosa, l’ho vista sciogliersi e allontanarsi. E non tornarono più a me in quella forma. Piango mentre scrivo di questo, ma voglio comunque esprimerlo e per di più pubblicamente. Questa grande catarsi, questa liberazione, è stato l’effetto delle tue poesie, tutte come una poesia sola: mentre le singole tue poesie schiacciano il lettore e solo raramente alla fine lo lasciano andare. Per questo dunque ho letto le tue poesie con passione. Non vedo altre opere, se non la tua, che riescano a restituire quei morti, quei morti così particolarmente infelici, tra gli altri molti morti con dolore nel ricordo dell’umanità. E questo lo dobbiamo tutti a Te: noi, i sopravvissuti. Noi, risparmiati come vittime, e allo stesso modo quelli che sono sopravvissuti dalla parte dei colpevoli e complici. E la giovane generazione, costretta a ereditare questo enorme peso a cui Tu hai reso il carico più leggero. Il poeta contribuisce alla “continuazione della vita”, alla comune continuazione della vita (per poter finalmente dare un nome umano a questo “superare”) di quanto non facciano tutti i politici insieme. Tu hai dato a quei morti la voce. Con le tue parole hanno percorso – certo, nel lamento, ma comunque – la via che percorrono tutti morti. E in questo poteva riuscire solo qualcuno che fu sia vittima che scacciato e che è poeta tedesco. Qualcuno per cui la lingua tedesca è un fatto proprio e che è dunque totalmente tedesco. E che nel contempo appartiene totalmente alle vittime.” (in H.D., Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore 2013).

Rose Ausländer – L’accoglienza della Madre-terra Parola

Diversamente da Nelly Sachs e Paul Celan, due poetesse faranno ritorno in Germania, la già citata, lucidissima e indipendente Hilde Domin e la delicata e profonda Rose Ausländer. Il ritorno dall’esilio avviene sempre e prima tramite il ritorno alla parola, che segue vie talvolta impervie. La lingua spezzata di Celan deve farsi lingua nuova per dar voce ad una nuova vita, una nuova condizione dell’esistenza che non può prescindere dall’accaduto.

Rose Ausländer, concittadina di Paul Celan, si sente costretta al silenzio per lunghi anni, dopo la morte dell’amatissima madre, per poi riprendere la parola in una lingua che non è la sua, l’inglese, in cui compone versi astratti, enigmatici e frammentari, riconoscendo l’aridità di una parola che non riesce a sentire davvero sua “Perché nel 1956 scrivo di nuovo in tedesco? Misteriosa, come era apparsa, scomparve la musa inglese. Nessuna spinta esterna causò il ritorno alla lingua materna. Segreto dell’inconscio.” (Alles kann Motiv sein, Fischer 1987). Rose Ausländer sceglie di nuovo, ancora una volta, si può dire, la parola tedesca perché è l’unica in cui si sente veramente “espressa” “Mi perdo/ Nella selva delle parole/ ritrovo me stessa/ Nella meraviglia/ Della parola” (Im Wunder, Fischer 1987). La parola sarà la sua nuova terra natìa, la sua Terra Madre, e la ricondurrà in Germania nel 1967: “La mia terra Patria è morta/ l’hanno seppellita/ nel fuoco./ Io vivo/ nella mia terra Madre/ Parola.” (Mutterland, Fischer, 1987). La parola, dimora della poetessa, è luogo accogliente e inespugnabile. I dolori vi giungono ovattati e lontani. Come nel grembo materno, la parola-madre custodisce la vita, permettendone la rinascita: “Ho me/ In me mutato/ Di momento in momento. Sparsa in frantumi/ Sulla via della parola/ Madre Lingua/ Mi ricompone/ Mosaico umano.”

Hilde Domin – La Parola-Identità

Come in Rose Ausländer, anche in Hilde Domin la parola lirica, e la parola lirica tedesca è l’unico strumento che possa ricondurre a se stessi, alla verità della propria esistenza, con un’energia che è tipica dell’atteggiamento del pensiero della poetessa “Restare in piedi e voltarsi/ non aiuta./ Bisogna/ camminare” (Le strade più ardue, in Alla fine è la parola, Del Vecchio 2013).

Da Hilde Domin la scrittura e la scrittura nella lingua tedesca è vissuta come una scelta, come una ribellione, una forte presa di posizione contro l’oppressione e insieme come l’occasione di guadagnare una libertà vera e profonda e non solo apparente. È vissuta anche come atto di potere, come atto assertivo della propria dignità di poeta, che non deve essere limitata alla narrazione di un evento, neanche nel caso in cui si tratti di un evento così assolutamente sconvolgente come la Shoah, perché il poeta ha diritto a una vita piena, e non può che compierla nella sua poesia. E nel compierla realizza il più potente atto di ribellione: “C’è qualcuno che viene scacciato e perseguitato, escluso da una società e nella disperazione prende la parola e la rinnova, rende la parola qualcosa di vivo, la parola che è insieme la sua e quella del persecutore. Colui che fugge dall’odio razziale è solo il più infelice, il più respinto dei poeti dell’esilio. E mentre ancora fugge e viene perseguitato, forse persino ucciso, la sua parola si attrezza per la via del ritorno, per ritornare ad abitare nel centro vitale del persecutore, la sua lingua.” (Lettera aperta a Nelly Sachs, Del Vecchio 2013).

E per questo Hilde Domin fa di tutta la sua poesia una riappropriazione del senso, partendo dagli oggetti e dai gesti quotidiani per giungere al ricordo della tragedia e farlo proprio per trarne energia poetica e vitale, per ricavarne la spinta a rialzarsi, a ritrovarsi, ma soprattutto, perché la poesia è in sé un atto di verità e libertà: “A quale scopo leggere poesia, a quale scopo scrivere poesie? Oggi? E quando si chiede così sembra quasi che si dica “ancora oggi?”. Come se ieri avesse avuto un senso ciò che oggi necessita di giustificazione. Due risposte estreme vengono subito alla mente, entrambe in senso negativo. La prima nega la domanda in sé: qui non ci va nessun “a quale scopo”, come l’arte tutta, la poesia è fine a se stessa. Oggi e sempre. Ma è proprio questo il punto: tutto ciò che ha a che fare con la verità è fine a se stesso, il che vuol dire inutile e necessario al tempo stesso. E qui si tratta di provare questa necessità. La seconda risposta nega l’oggetto della domanda in sé: in una società come la nostra bisognerebbe fare qualcosa di utile, “cambiare davvero” la realtà. Ma l’arte non cambia la realtà. Meglio studiare la pagina politica dei quotidiani, piuttosto che leggere o scrivere poesie. Il che non solo non è una vera alternativa, ma in sostanza è solo la ripetizione della logora e da tempo superata constatazione di Adorno che scrivere lirica dopo Auschwitz sarebbe impossibile. E cioè che la lirica, di questi tempi, non basta più per agire sulla realtà.» (Das Gedicht als Augenblick von Freiheit, Fischer 1993) Questa energia, questa fede nella verità della poesia, accompagna la poetessa fino alla fine dei suoi giorni, alla cesura della sua creatività, vivida fino all’ultimo.

E in un giorno come il Giorno della Memoria questa energia va ricordata insieme al dolore incommensurabile per l’accaduto, va ricordata la conquista di un’identità che non sia costretta a prescindere dall’accaduto, in un esilio eterno dalla propria identità originaria, ma che, più forte del male accolga e superi il dolore per annientarlo nella resistenza, nella consapevolezza, nell’atto potente del rialzarsi. È Abele che concede a Caino una seconda possibilità e non il contrario: “Abele àlzati/ bisogna ricominciare/ da capo/ ogni giorno bisogna ricominciare da capo/ ogni giorno la risposta deve essere ancora davanti a noi/ la risposta deve poter essere sì/ se non ti alzi Abele/ come può la risposta/ questa unica risposta importante/ cambiare/ noi possiamo chiudere tutte le chiese/ e abolire tutti i codici/ in tutte le lingue della terra/ se tu solo ti alzi/ e torni sui tuoi passi/ la prima risposta falsa/ all’unica domanda/ da cui tutto dipende/ àlzati/ affinché Caino dica/ affinché possa dirlo:/ “Io sono il tuo custode/ fratello/ come potrei non essere il tuo custode”./ Àlzati ogni giorno/ affinché possiamo avere davanti a noi/ questo “sì io sono qui/ io/ tuo fratello”. (Abele, Àlzati, in Con l’avallo delle nuvole, Del Vecchio Editore 2013).

Le opere poetiche di Nelly Sachs e Paul Celan sono pubblicate in Italia da Einaudi e Mondadori. Imprescindibile e toccante, tra gli scritti non poetici, la corrispondenza tra i due poeti: Corrispondenza Paul Celan/ Nelly Sachs, Genova, 1996. Di Rose Ausländer si possono leggere: Arcobaleno. Motivi dal ghetto e altri, Genova, 2002 e Poesie scelte, Parma, 2004. Di Hilde Domin, Del Vecchio Editore ha iniziato la pubblicazione dell’opera lirica completa. Due i volumi già pubblicati: Con l’avallo delle nuvole, Del Vecchio Editore, 2011 e Alla fine è la parola (Vol. I dell’opera completa), Del Vecchio Editore 2013.

 

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