Fouad Laroui e il problema della lingua: un cadavere con quattro paia di mutande

By on 18 Marzo 2013

Fouad Larouidi Paola del Zoppo

IQ.18/03/2013 – A chi appartiene una lingua? Le persone come possono rifiutare o ritenere meno efficace la lingua natale? E un linguaggio? Chi è che fa le scelte, chi decide se un’espressione è “prestigiosa” o “slang”?

La lingua e il linguaggio sono temi molto cari a Fouad Laroui, temi di cui ha discusso con passione nell’ambito delle presentazioni dell’Esteta radicale, la scorsa settimana a Bologna, Pisa e Roma nell’ambito del Festival della Fiction Francaise. Sono temi connessi con l’interrogativo sull’identità e trattati nella sua raccolta di racconti Le jour où Malika ne s’est pas marieè (trad. italiana con il titolo L’esteta radicale, Del Vecchio Editore, 2013) in una declinazione dell’ironia decisamente peculiare, che smonta quasi in tono parodico molti cliché legati allo stereotipo dell’incontro tra culture e dell’alterità, e con leggerezza offre profondi spunti di riflessione sulle possibilità di conoscere e conoscersi. Non c’è, in Laroui, l’idea di una cultura “altra” che incontra quella europea. Ci sono persone che vivono la propria vita in luoghi diversi e quindi in modi, almeno superficialmente, diversi, con esiti tragici, tragicomici, rasserenanti o talvolta scioccanti, e ci sono conclusioni affrettate che cristallizzano in negativo la possibilità di comprensione e conoscenza reciproche.

Nel racconto che dà il titolo al volume italiano, è il voler dare una definizione di qualcosa che non si conosce a portare a conclusioni errate. In quel racconto, un detective che indaga su una strage causata da una bomba si trova ad analizzare il cadavere di un ragazzo di origine non europea che indossa quattro paia di mutande e ne conclude, nonostante le rimostranze del suo secondo, che si tratti dell’attentatore. Ha indossato molte paia di mutande affinché i suoi genitali venissero risparmiati, per godere della ricompensa che lui crede lo attenda nell’aldilà. Ma la storia è molto diversa, e la prospettiva viene quasi completamente rovesciata. Il ragazzo è solo insicuro del proprio aspetto estetico anche a causa di una relazione finita male con una giovane e spregiudicata francese. Il detective applica la logica senza porsi il problema delle alternative, nonostante il giovane aiutante gli faccia notare con ironia quanto poco è informato:

– Sono stati i musulmani a inventare gli attentati suicidi, o no? – Sbagliato, capo. Sono stati i tamil ad averli praticati per primi, negli anni Ottanta. – Non sono un po’ musulmani, questi tuoi tamil? – No, sono per la maggior parte indù. – Mi stai prendendo per il culo, Larcher? Gli indù sono vegetariani, qualcosa lo so anche io, non toccano nemmeno le mucche, non vorrai farmi credere che uccidono della gente, e per di più a caso, alla cieca? – Eppure, in dieci anni, gli attentati suicidi delle Tigri hanno causato più di millecinquecento vittime. Dubonnet disse, con voce contrariata: – Ma come fai a saperlo con una tale precisione?Torno adesso da un seminario dal Ministero dell’Interno, a Parigi, un seminario sul terrorismo. Ha controfirmato lei stesso la mia domanda. – È possibile. Di seminari ce n’è un sacco. Ma se si va per tornare con le idee tanto confuse, non vale la pena.

Nella maggior parte dei racconti, l’incomprensione o una comprensione “differita” sono centrali rispetto allo sviluppo della narrazione, e in molti Fouad Laroui incentra la questione sulla lingua e le diverse lingue. Laroui scrive in francese. Alle domande sul perché, oltre a spiegare che ha frequentato le scuole in francese fin dall’età di quattro anni, racconta che scegliere in che arabo scrivere sarebbe stato complesso, in arabo marocchino? O in arabo standard?

Nient’affatto. Ecco il problema: i colori delle suddette copertine erano esplicitamente specificati nella direttiva (in arabo classico, of course) del Ministero dell’Istruzione Nazionale. I quattro colori erano il verde, il blu, il nero e il bounni. Ci guardammo interdetti. – Il che? – Bounni, vi dico. Tutti sapevano cos’era il colore verde: era il colore delle piante, del vestito di Madame Corcos e di alcune lucertole. Il nero lo conoscevamo: era il colore delle notti senza luna e dello sguardo delle belle berbere, dalle parti di El Jaheb. Il blu, bah! Il cielo ci insegnava gratis cos’era, non bisognava nemmeno spostarsi, bastava alzare gli occhi verso la volta celeste. Ma il colore bounni cos’era? Non avevamo mai sentito quella parola.

La situazione linguistica araba è in effetti molto complessa e la regione marocchina ne è un esempio: la maggior parte dei marocchini parla il Darija, l’arabo marocchino, alcuni, forse il 10% della popolazione, parla uno dei 3 maggiori “dialetti” berberi, l’Amazigh. Ma i parlanti nativi Amazigh possono talvolta essere bilingue Amazigh e Darja. I bambini marocchini vanno a scuola a 4-5-6 anni e lì imparano l’arabo standard. Il punto è che l’arabo standard è molto lontano dalla lingua realmente parlata al giorno d’oggi, o meglio dalle lingue realmente parlate. Forse per comprendere la distanza si può immaginare una classe elementare degli Stati Uniti in cui si insegni nella lingua di Shakespeare.

C’è inoltre in questo sistema l’implicito giudizio sulla lingua parlata: la lingua materna sarebbe dunque inferiore, meno importante e non abbastanza “buona” da essere usata per la letteratura. L’arabo standard presenta delle complessità del tutto ignote al parlante comune. Per esempio, prevede l’inversione sintattica, presenta forme verbali aggiuntive, e persino il vocabolario è del tutto differente. Tra l’altro, i nativi Amazigh si trovano spesso esposti a tre lingue (Amazigh, Darija e Arabo Standard) per poi imparare a scuola fin dalla quinta classe il francese e poi l’inglese. In questo, si presenta un’ulteriore differenza: i figli delle famiglia più benestanti frequentano fin dalla tenera età scuole in cui si insegna e si parla in francese, e non imparano l’arabo standard se i genitori non lo richiedono come insegnamento extra-curricolare.

Ci si trova quindi in una situazione in cui i cittadini non parlano tutti la stessa lingua materna, né arrivano, talvolta, a considerarla una vera lingua e ad usarla anche come lingua scritta: non ci sono regole fisse per l’ortografia (tranne che su internet, con l’”Arabic Chat Alphabet”). D’altro canto, l’arabo standard viene usato come lingua scritta, ma non viene parlato. In questa situazione si inserisce la forte penetrazione delle lingue straniere. In un panorama linguistico così complesso è difficile determinare quale lingua vada davvero considerata “propria” e anche solo valutare la propria e l’altrui fluency nel parlare una data lingua. E quindi, in che lingua scrivere? Perché non scrivere in Darija, in marocchino?

Innanzitutto perché il Darija non è una lingua unica e non è codificata in regole fisse, e in secondo luogo perché non gode della qualifica di lingua degna di essere lingua letteraria. Alcuni scrittori scrivono in marocchino, prevalentemente poesia, ma si tratta di una questione molto controversa, legata anche all’idea di molti critici che la scelta di scrivere in marocchino sia una scelta sovversiva da un punto di vista religioso, perché irrispettosa della sacralità della lingua del Corano.

Gli scrittori marocchini vivono questa problematica come ogni altro membro della società marocchina, amplificata però dalla vocazione a produrre buone opere letterarie. E se lo scrittore non fosse completamente padrone della lingua in cui scrive? Troverebbe uno stile unico e inconfondibile? Riuscirebbe ad esprimere al meglio emozioni e pensieri? Le scrittrici e gli scrittori marocchini si trovano di solito di fronte a una scelta:scrivere in arabo standard o in una lingua straniera. L’arabo standard è la lingua di un’elite. Il francese rimane anch’esso idioma settoriale, ma permette all’opera di essere apprezzata al di fuori dei confini marocchini, in Francia, ma anche, ad esempio, nell’Africa sub-sahariana. Certo, non si può non tener conto della difficoltà legata alla scelta della lingua della colonizzazione, dell’altro. E per di più c’è il problema del pubblico dei lettori. E, come ricorda spesso Fouad Laroui, quanto sarebbe più grande un grande scrittore come Tahar Ben Jelloun se scrivesse nella sua lingua, la lingua marocchina, piuttosto che in francese?

Infine, un autore del Marocco che scrive in una lingua straniera deve fare i conti con i lettori non-marocchini che leggeranno le sue opere: è una ulteriore responsabilità, la responsabilità di comunicare una cultura senza usarne la lingua, di illuminare determinati fenomeni culturali o attrarre l’attenzione sulle parole intraducibili.

Come farlo? Fouad Laroui sceglie di vivere la molteplicità linguistica come una ricchezza, una risorsa, e del gioco di parole e dell’ironia fa la cifra di molti suoi scritti, come evidente in particolare proprio nei racconti di L’esteta radicale, finora l’unico suo testo tradotto in italiano, in cui, nelle discussioni tra i giovani rappresentati nelle storie, il tono disincantato e allegro lascia supporre che la gravità delle questioni e il riconoscimento delle distanze, se visti come possibilità di approfondimento delle relazioni, della percezione della realtà, rappresentano una via d’uscita e un superamento positivo delle lacerazioni sociali e culturali.

Nota editoriale: Fouad Laroui, L’esteta radicale, Del Vecchio Editore, Roma 2013, traduzione di Cristina Vezzaro.

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