Cosa ci insegna il virus.

By on 6 Giugno 2020

Una prova così drammatica non la vivevamo dalla seconda guerra mondiale. Ottanta anni fa però, sotto i bombardamenti e di fronte agli eserciti invasori, il pericolo era manifesto. Oggi invece, in piena isteria social, ci siamo trovati ad affrontare un rischio inquietante e insinuante e, per alcuni aspetti, più temibile

Certo il Covid 19 non è la peggiore pandemia della storia. Pestilenze orribili hanno mietuto morti e seminato terrore, ma questo virus è il primo che lo fa in epoca di comunicazione ipertrofica e tra le tossine del “politicamente corretto”.

La nostra è un’era stupida che si illude di annullare a forza di ridicolo giovanilismo gli inevitabili appelli che malattie, tempo e morte prima o poi presentano.

Placidi criceti nell’ingranaggio del consumo e delle piccole vanità, siamo finiti, tra bollettini della protezione civile, mascherine e quarantena, in un incubo che da nostrano si è fatto mondiale.

La presunta sicurezza garantita dalla tecnologia non è riuscita a fare argine al dramma. Tutto, come non avveniva oramai da un tempo di cui avevamo perso memoria, ha ripreso a non essere scontato.

Il governo travolto dalla crisi non ha mostrato efficienza, ma folklore.

Si è iniziato etichettando come “razzista” ogni appello teso ad accentuare i controlli per chi veniva dalla Cina, per giungere poi a campagne mediatiche quali “abbraccia un cinese” ovvero al manifesto buonista del suicidio perfetto.

La lucidità di “Giuseppi” e del suo caravanserraglio si è vista a febbraio inoltrato quando mandava in onda gli spot in cui il povero Mirabella assicurava “la natura non molto contagiosa del virus”, mentre report riservati sulla scrivania del Premier informavano che avrebbe potuto portare ad oltre cinquecentomila morti.

Persino quando repentinamente si è passati ad atteggiamenti opposti, lo stile sciatto, ideologico, mistificatorio del nostro esecutivo è stata la cifra costante nella gestione dell’emergenza.

La quarantena con la chiusura delle attività, molto probabilmente indispensabile nella prima fase della diffusione della malattia, ha finito per essere l’Eden dei virologi e dei nuovi sostenitori del “modello Cinese”.

A differenza di tutto il mondo civile in Italia si è dato libero sfogo agli eccessi.

Segregazioni, lasciapassare di fantozziana memoria, droni, grida manzoniane lette a ore improbabili, delatori eccitati nel segnalare la vecchia che porta il cane a fare pipì, sono divenuti la prassi insieme ai cantori del “non torneremo mai più come prima”.

La paura ha giustificato la violazione in forma e sostanza della democrazia con il Premier che, a suon di decreti, non ha rispettato riserve di leggi prescritte dal nostro ordinamento.

Grazie alla complicità della stampa abbiamo avuto trattative economiche con l’Europa riportate in maniera mistificata e un premier che ha mentito allegramente sulle cassaintegrazioni e su provvedimenti vitali a favore di aziende e partite iva.

Un autentico disastro a cui gli italiani non rispondono ancora come dovrebbero solo perché sotto choc a causa dell’emergenza sanitaria.

La crisi economica che si profila sarà più grave di quella del 1929 e di quando la dovemmo affrontare dopo i bombardamenti.

Ma, mentre i problemi economici e politici si preparano ad essere il fronte che verrà, il Covid si congeda.

In pieno scientismo senza scienza, con Burioni and co pronti a prendere il posto dei calciatori e delle veline, non è apparso evidente quello che sanno addirittura gli storici. Le epidemie hanno un ciclo e si spengono da sé.

Persino la ministra Azzolina, una delle più inadeguate figure preposte ad una carica pubblica dai tempi di Incitatus il cavallo senatore di Caligola, comincia a comprendere che forse a settembre si dovrà tornare a scuola senza stramberie.

Nessuno sa, al di là della mera contabilità sanitaria, cosa questo virus abbia comportato nella mente e negli animi di tutti noi.

La chiusura forzata in casa con la nostra famiglia per oltre due mesi ha alterato equilibri consolidati.

Non possiamo calcolare le conseguenze sugli adolescenti e i bambini, che sono le fasce più fragili, ma soprattutto non possiamo ancora comprendere se questo male è stato per molti o qualcuno possibilità di “risveglio”.

Rallentato il ritmo quotidiano, costretti a rapportarci con l’altro che pur ci è intimo ma in maniera diversa, circondati dal terrore e dalla morte, forse ci siamo scoperti più fragile e veri. Forse ricordi sono tornati a visitarci come “spiriti” per dirci cosa abbiamo dimenticato nel percorso della vita o a farci comprendere che il dolore non sia altro che compagno del vivere a cui tuttavia ci si può opporre amando e creando.

Se il virus, questo disgustoso esserucolo ha contribuito con la sua tragedia a ridare a qualcuno consapevolezza, può avere senso il moto latino “Malum quidem nullum esse sine aliquo bono”, “Non vi è alcun male senza un po’ di bene”.

Le sfide che ci attendono saranno drammatiche, speriamo di affrontarle con la coscienza dei nostri limiti e il coraggio di chi sa che lottare è un mezzo per non essere soli, volersi bene e “onorare con canti il tramonto.”

Cristiano Ottaviani.

Cristiano Ottaviani, Caporedattore Giornale Informazione Quotidiana

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