Botta e Risposta

By on 12 Gennaio 2014

Buon pomeriggio cari simpaticissimi amici della domenica, torniamo oggi con la nostra rubrica di poesie che purtroppo ho dovuto tralasciare per curare il libro di poesie del Dott. Brozzi, anzi salutiamolo, ho sputo solo ieri da Federica, sua moglie, che è a letto influenzato.

Mi dispiace molto maestro ma tu avresti detto “a chi tocca nun s’ingrugna”……nella nostra lingua madre ed è toccato a te, mi raccomando doc cerca di rimetterti al più presto, gli amici di informazione ti aspettano per vedere pubblicate le loro poesie…..meno male che sono la tua “aiutante provetta”….che fortuna che hai.

Vorrei proporvi amici cari dei versi scritti da un giovane della mia città, Latina che si sta prodigando per riuscire a fare delle composizioni in rima, ma è alle prime armi e allora ci spedisce degli scritti che vengono dal più profondo del cuore, ma molto intensi, del resto chi ben conosce la poesia, sà che tutti in fondo siamo poeti e per parafrasare il Dott. Brozzi “ognuno è poeta di se stesso” pertanto oggi vi proporrò anche scritti senza metrica, ma con la stessa fluidità di dolci note poetiche.

Passiamo allora al nostro amico Ivan Vita dal quale abbiamo ricevuto la mail e che mi ha promesso altri scritti in seguito, anche piccoli racconti:

Addio anno vecchio

Mi hai fatto male, tanto.

Un inizio alla grande e poi?

Mi hai portato su, fino a toccare il cielo con un dito.

Quanto sembrano lontani quei tempi.

Erano tempi d’amore e sono volati via con te.

Insieme a te era arrivato questo folle sentimento.

Te che camminavi silenzioso e irto di insidie verso la fine.

Che bello l’Amore, ma quando finisce, quanto dolore.

Ed è dal dolore che riparto, passo dopo passo.

Ma prima di lasciarmi mi sussurri di guardarmi intorno.

Ho avuto la salute e l’affetto della mia famiglia.

Queste sono le uniche certezze dalle quali ripartire.

Tutto il resto arriverà, o forse tornerà.

Mi hai fatto male anno vecchio, ma ho aperto gli occhi.

Benvenuto anno nuovo.

Ivan Vita

Come avrete notato, carissimissimi amici della domenica, non ho trascritto in stampatello perchè finalmente ho imparato a fare copia-incolla………qualcuno starà pensando che sono una rimba totale, ma è così purtroppo, per il massimo nell’uso di un pc era usarlo come macchina da scrivere per lettere commerciali o registrare le contabilità.

Vado a capo così avete il tempo di pensare “MA IN CHE MANO CI SIAMO MESSI?” non vi darei torto se non fosse che manualmente sono bravissima a fare tutto…..ma con la tecnologia…..però, questo ve lo avevo detto quando ho iniziato a scrivere per wwwinformazionequotidiana.it

Insomma in sette mesi ho fatto eccellenti progressi, pensate che ho curato il libro di poesie al nostro maestro Brozzi e lui mi ha lasciata fare e si è fidato ciecamente (l’ho costretto…)

Passiamo ora ad un caro amico di Roma che abbiamo gia avuto occasione di leggere sulla nostra rubrica, Roberto Scialanga con uno scritto che ha lo stesso denominatore del precedente: l’amore.

Siamo alle solite, alla fine si parla sempre d’amore:

Quanno l’amore esplode in un core che ama,

nun serva a gnente chiedese er perchè!

Tutto se colora e diventa più bello

e er core vola arto come ‘n’uccello.

Ma quanno l’amore more tutto diventa nero

e nell’anima te se fa solo er gelo.

Decisamente triste, il nostro amico deve aver avuto qualche piccolissimo problema affettivo, ma passerà, come tutto del resto.

Andiamo ora a leggere lo scritto poetico inviatoci dal nostro amico che usa firmarsi Opocai:

E’ mattina e sono già sveglio,

freddo, malinconia, solitudine.

E’ quella musica delicata, sai?

Scorre acqua grigia e romana.

Si sognano due mani intense,

amori sui quei ponti romantici.

Roma é scena eterna di cuore,

fa tremare, innamorare coppie.

“E’ la città dell’amore”

Opocai

Rendiamo omaggio anche a Stefano Agostino, il ragazzo che già conosciamo perchè scrive sonetti su “Roma in rima” e che ha iniziato a correggere lui steso gli errori che facevamo sui sonetti, lui è un patito delle endecasillabi, io a volte riesco a scriverne anche con tredici sillabe, sigh (per usare un suono

Partirono da tre pizzi der pianeta

seguenno la gran scia de ’na cometa

ciascuno da ’no spicchio der monno

sfidanno mari, monti, freddo e sonno

Forti de la parola der profeta

senza fermasse mai, manco un seconno

poi sò arivati tutti fino in fonno

avenno inteso la notizzia lieta,

Aveva ’gnuno un dono stabbilito:

Gaspare l’oro, segno de corona,

Merchiore incenzo, p’èsse riverito…

e Bardassare mìra che l’unziona,

pe quanno dovrà èsse seppellito

e anch’er presepe mó se perfezziona.

Naturalmente non può mancare il sonetto quotidiano del nostro maestro Brozzi (non capisco come faccio ancora a sopportarlo) che ci rallegra con questi versi:

“Rigalerò er sogno libberale!”

Promise un sorcio pe propaganda,

a quer profumo dorce de lavanda,

assimilando l’imbianchin geniale.

Avemo bevuto acqua e sale!

Sembrava villa ma era capanna

poi arzanno ‘a testa da ‘na mutanna,

s’accorge infin ch’er mare mette male.

Urlava -” politica è missione!”

Dopo avè perso un Paese a carte,

cambia tavolo e fà obiezione!

Ma a chi la farà mai se no a se stesso?

Come l’astronauta che da Marte

ce salutava con un: “ciao ber fesso!”

Io naturalmente vi regalo l’ultimo scritto, non perchè mi sottovaluti essendo una donna, ma ormai è diventata un’abitudine anche quella di essere pubblicata alla fine…..perchè ogni fine è un nuovo inizio:

Guardando nei tuoi occhi figlia mia, penso al tempo dell’amore.

un tempo ormai lontano che rivive nel mio cuore.

Il giorno che nascesti, fui felice piu’ che mai.

osservando il tuo visino, “Principessa” ti chiamai.

Il mio grande desiderio, avverato era così.

ed io ti contemplavo, la mia bambola era lì.

Fissandomi negli occhi tu mi sorridesti.

ero mamma finalmente dal giorno che nascesti.

Stringendoti sul cuore, m’innamorai di te.

ti sentivo respirare e ti davo tutta me.

Favoloso come un sogno fatto d’incredulità.

ma l’amor che a te mi lega sempre uguale restera’.

Ero giovane e inesperta, ma l’istinto mi aiutava.

la spontaneità di madre dentro me si nascondeva.

Tu crescendo mi chiedevi, ma riscontri non ti davo.

non avrei potuto dirti che quell’uomo non l’amavo.

Ma quando signorina ti vidi diventare.

arrivo’ anche il momento di doverti raccontare.

Mi resi conto allora, che tu grande lo eri già.

non potevo più aspettare per l’amara verità.

Con questo vi lascio cari amici della domenica, sperando di trovare ancora tante poesie da pubblicare per domenica prossima, mi raccomando, fate del vostro meglio e sarete pubblicati su wwwinformazionequotidiana.it il nostro giornale telematico quotidiano che ci aggiorna sempre e che ci regala ogni volta nuove rubriche e la possibilità di sentirsi…..scrittori per caso.

Laura Cugini

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