AMERICA: ULTIMO APPELLO.

By on 26 Luglio 2016

Di Cristiano Ottaviani (*)

Gli eventi sono drammatici. La Turchia sta tornando al califfato mentre il sangue scorre tra l’assordante silenzio delle organizzazioni internazionali.

La storia violentata e ignorata da uomini superbi e inetti si sta prendendo le sue terribili rivincite. Nizza ci mostra come la guerra sia anche dentro la nostra pigra e decadente società. Il mondo sta cambiando ma siamo troppo spaventati e confusi per rendercene conto.

Il fallito golpe contro Erdogan è in ogni caso una nuova “baia dei porci”. Indica una cesura storica di particolare gravità.

E’ molto probabile che gli americani sapessero del tentativo e che abbiano dato semaforo verde all’operazione, fallendo. Più difficile, ma ancora più drammatica, l’ipotesi che Erdogan abbia inscenato il golpe da sé, senza che la Casa Bianca ne fosse a conoscenza. In ogni caso comunque il potere americano è pericolosamente umiliato e offeso.

Erdogan accusa gli americani di aver ordito un colpo di stato per sostituirlo con il santone islamico Gülen, esule da anni negli Stati Uniti. Gülen è un iman capo di una potentissima lobby dal patrimonio sconfinato. Il suo movimento pan-turcomanno ha ramificazioni in Asia Centrale e ben si presta ad una politica ostile a Putin e a mantenere l’area destabilizzata.

Erdogan è un politico di livello assoluto; per quanto  accusato di essere filoterrorista, legato alla criminalità e assolutamente disumano.

Nonostante questi difetti è stato protetto e coccolato dall’ amministrazione a stelle e strisce e dagli imbelli europei perché considerato utile contro la Russia e la Siria ismaelita del laico Bashar al-Assad.

Erdogan è tuttavia un fiero leader nazionale, difensore della sua patria e della sua cultura e per questo non accetta di farsi passivamente strumentalizzare. Dopo aver ricucito con Israele e la Russia nelle scorse settimane preparandosi forse a reagire agli eventi di questi giorni, ha ottenuto il suo successo più grande ovvero il sostegno di ciò che resta del kemelismo che conta e delle forze armate durante il tentato golpe di una minoranza che si illudeva o che è stata illusa del contrario.

Da ieri nelle piazze di Ankara e Istanbul le immagini di Erdogan sostituiscono quelle di Ataturk. La Turchia laica è finita, l’islam torna pubblico più potente e solenne che mai.

Erdogan del resto ha perfettamente capito la fragilità americana e con astuzia e prepotenza ricatta i suoi deboli “alleati”.

Nella quasi indifferenza dei media occidentali il nuovo sultano ha isolato un importante base Nato presente in Turchia, ottenendo la consegna di un suo generale ritenuto tra i capi della cospirazione. Altri esuli golpisti fuggiti in Grecia stanno per essere prontamente rimpatriati dal governo Tsipras per venire giustiziati secondo i desiderata di Ankara.

Erdogan sembra insomma dire ad Obama “facciamo finta che non ti sei accorto di niente ma adesso mi fai fare senza interferenze la mia carneficina, la mia dittatura e l’esule Gülen me lo impacchetti e porti a casa per farmelo ammazzare”.

Conoscendo la codardia morale e la grave crisi che l’Occidente sta dimostrando è facile che queste condizioni siano accettate.

Si chiarisce così l’ambigua fisionomia della Turchia, da noi sempre denunciata, che solo l’ipocrisia dei gazzettieri del potere poteva negare.

Non resta che saldare le file e fare ordine con ciò che resta.

La crisi americana, che poi è quella occidentale, è politica culturale, prima che economica e militare.

Forti sono ancora i vantaggi che l’Occidente ha nel campo tecnico scientifico e resta, istituzionalizzata dalla prassi, la supremazia nella governance mondiale.

Ma l’America che non sa fare più golpe o che li subisce, l’America  che risponde con timidi balbettii al sequestro delle sue stesse basi militari non può apparire al mondo che come un colosso di cartone stupido, incapace, senza più spirito né idee.

Le conseguenze saranno drammatiche.

Gli Usa già scossi da focolai di disordine razziale, affrontano una doppia crisi: quella europea dovuta all’ uscita del Regno Unito e quella Nato, grazie alla Turchia potentissimo alleato militare che con successo le si è ribellata impunemente contro.

Il democraticismo utopico degli Obama, dei Clinton e dei neocon sta mostrando tutta la fragilità della sua natura ipocrita e menzognera. La grande sovrastruttura di un sistema dominato dalla finanza oligarchia e speculativa non regge più.

Troppo forti sono diventati le forze “altre” all’ Occidente per poter continuare a fare funzionare un regime oramai prevalentemente semifeudale basato sul potere larvale di chi ruba soldi e vita.

Serve riscoprire che la democrazia non è che il mezzo per esaltare, non per negare, l’onore, l’appartenenza alle proprie radici e alla comunità  senza di cui non si può andare lontano.

Siamo diventati deboli e inetti perché non sappiamo più dare senso alla morte e quindi alla vita.

Abbiamo rinunciato alla nostra cultura tradizionale stoica e cristiana per un neopagano consumismo individualista.

Un’ apparente gioia di vivere, sempre più virtuale che reale, nasconde il dolore che non sappiamo più affrontare. In maniera analoga alla specie animali, la percepita sfiducia di costruire un futuro implica la nostra incapacità di combattere, amare con intelligenza e rispetto l’altro, riflettere in maniera adulta o dare semplicemente vita.

E intanto mentre verso l’Europa avanzano le scimitarre islamiche e le invocazioni dei loro muezzin, la Cina astuta pregusta la disfatta fingendosi lontana.

Ci resta poco, pochissimo tempo per decidere cosa fare. Sparire o riprendere la Spada, lo Scettro e la Croce, risvegliando potenti miti.

Il tempo in attesa di una risposta sembra sospendersi per un attimo che sa di infinito. Pochi mesi ancora e poi forse non sarà più possibile andare indietro.

La vecchia Inghilterra ha già fatto il suo, ora all’ America e alla sua democrazia la scelta suprema. Le presidenziali per la Casa Biancasaranno uno spartiacque tra la conferma di un vecchio ordine che non sa più cambiare ed è destinato ad una crescente e rapida involuzione ed uno nuovo ed incerto che, come tale però, potrebbe essere foriero di eventi anche positivi.

(*) Pubblicista – Caporedattore Nazionale Informazione Quotidiana

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