24 maggio 1915, cento anni dopo

By on 25 maggio 2015

di Cristiano Ottaviani (*)

Se fossimo un paese normale, la data di oggi verrebbe ricordata con ben altra importanza. Una democrazia che ignora l’onore militare, anzi che lo considera politicamente scorretto, è debole. Se sono beceri i tamburi e le fanfare dei regimi autoritari , protesi di stati malatI, incapaci di dare Giustizia e Libertà; per le democrazie invece è vitale una sobria e autorevole dignità nazionale . Gli Usa, Israele, Francia e Regno Unito, per non parlare dei pacifici socialisti scandinavi o della Svizzera, sono perfetti esempi di questo principio. Noi italiani, con porcina voluttà, amiamo denigrarci. E’ vero che il rapporto sadomaso con cui viviamo il nostro io collettivo, ci rende a tratti nazionalisti, ma anche quando è cosi, spesso ciò avviene gonfiando il petto da galli latini , più che da persone serie.Non mi stupisce pertanto, che una data come quella di oggi, non si ricordi o che nel raro caso in cui venga “celebrata”, lo sia in maniera agiografica e demodé.

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Certo la prima guerra mondiale fu l’unico vero, grande, conflitto che vincemmo. I nostri avi combatterono valorosamente, prima resistendo agli austro-ungarici, poi travolgendoli sul Piave .Fu oggettivamente in quelle trincee, tra “fango e fili spinati” come si scrisse, che divenimmo un popolo unito. Fu quello il grande “bagno di sangue”, cantato dai poeti e dagli intellettuali dell’epoca; il terribile conflitto dei nostri nonni e bisnonni in cui tanti, troppi giovani morirono.
Tornando indietro a 100 anni fa, non possiamo dimenticare le grandi illusioni che accompagnarono la nostra entrata in guerra, ignari ancora della sofferenza in arrivo.Le terre irridente, il desiderio di fare dell’Italia una democrazia compiuta e di popolo dopo tanti anni di trasformismo, il dovere di concludere l’impresa del Risorgimento sono gli aspetti più nobili di una volontà, contrapposta poi alla sofferenza dei campi di battaglia, di cui abbiamo testimonianza attraverso i bellissimi canti anarchici o in alcune delle pagine più significative della letteratura del secolo scorso; quelle che, senza retorica, ci narrano gli struggenti pianti dei vincitori e dei vinti.
Il nostro paese, apparentemente trionfante da quel conflitto, in realtà uscì sconfitto. L’Italia liberale, che gradualmente si stava avviando a divenire una solida democrazia, finì travolta da una crisi economica, politica e morale, che pochi anni dopo ci consegnò al fascismo.

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E’ giusto chiedersi, dopo un secolo, se l’Italia il 24 maggio 1915 avrebbe potuto fare diversamente, ovvero restare neutrale o intervenire solo in una seconda fase della guerra, non prima del 1917. In ogni caso, se ciò fosse avvenuto, alla conferenza di pace , anche senza combattere, avremmo raggiunto obiettivi, che a conflitto vinto non ottenemmo. Lo sbocco agli oceani, Trento, Fiume,e Trieste ci sarebbero stati offerti in modo naturale perché i quattrini più dei cannoni e dei morti avrebbero fatto la differenza. Quattro anni di neutralità sarebbero stati più che sufficienti per far impennare le nostre esportazioni, sviluppare, forse in tutto il nostro territorio, l’industria pesante, rendendoci creditori di mezza Europa.
A questa realtà fummo forse più vicini, di quanto possiamo credere. Giolitti lo aveva capito e lo riteneva possibile. Il vecchio statista per governare e assicurare la pace, affermando così definitivamente la supremazia del parlamento sulla corona, avrebbe coinvolto socialisti e cattolici. Nel giro di qualche anno, a conflitto concluso e digerito, i nostri politici sarebbero stati socialdemocratici o “popolari”, che però in eredità dalla vecchia classe dirigente avrebbero avuto il patriottismo di Mazzini e il liberalismo di Cavour.
Giolitti era un realista . Conoscendo i pericoli e per nulla convinto, a differenza del Re, che il conflitto sarebbe stato di breve durata, pensava ad un blocco di stati non allineati e ad una neutralità armata per fronteggiare ogni pressione esterna. E’ paradossale, ma l’esercito dei ragazzi di leva avrebbe comunque in questo modo fatto l’Italia, perché sarebbero stati mobilitati per difendere, pur senza combattere, i nostri confini.
Alla fine non avremmo avuto il fascismo, le leggi razziali, la guerra d’Etiopia, l’alleanza con i nazisti e saremmo divenuti moderni.
Forse nel giro di “due generazioni ben curate e ben educate” saremmo “rifioriti” come solido paese occidentale. Magari saremo stati “una Svizzera moltiplicata dieci” il che, dovevano spiegarlo alla “buon anima” che su queste cose era poco avvezzo, avrebbe voluto dire ben altro rispetto al sogno maledetto dell’impero di cartone.
Gli storici anglosassoni, che sono meno dogmatici e fatalisti dei nostri, hanno un genere per raccontare la storia fatta con i sé, che si chiama ucronia. Scriverla significa anche avere a mente, senza dimenticare i contesti oggettivi , che molte possibilità non sono precluse.

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Il 24 maggio 1915 fu per la nostra nazione, come per i tanti ragazzi nati uniti solo pochi decenni prima, la fine della gioventù e l’inizio di una storia tragica e controversa.
25 anni dopo, una ben altra Italia infatti, oramai dimentica della natura moderna e civile che il Risorgimento aveva provato a edificare , fece un errore, solo apparentemente simile, ma mosso invece da cinismo e viltà e che finì per farci schierare dalla parte sbagliata , provvidenzialmente sconfitta.
Non è anacronistico ed è sempre giusto comprendere che Onore e infamia , così come luce e tenebre, sia pure tra mille sfaccettature, sono simboli e colori con cui un popolo deve “ evocare” la Storia. Non e’ astratto pensare a ciò che avremmo potuto essere e per ora non siamo. Vincemmo, morendo quella guerra drammatica. Resta memoria di un’Italia, si ingenua e presuntuosa, ma ancora capace di legare la patria alla democrazia e alla libertà, un’ Italia insomma diversa, che dal 24 maggio di cento anni fa aspetta fiduciosa di essere adulta.

(*) Vicecaporedattore Informazione Quotidiana – Giornalista Pubblicista

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