Card.Bagnasco, 50 anni di ordinazione sacerdotale.

By on 18 maggio 2016

Assemblea Generale dei Vescovi Italiani

Basilica di San Pietro, Roma 18.5.2016 

OMELIA 

Cari Confratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato

Cari Fratelli e Sorelle nella fede

Attorno all’unico altare ci stringiamo a Cristo, anzi, ci lasciamo stringere da Lui per crescere nella fede, nella speranza e nella carità. È Gesù, infatti, che ci raduna, è Lui che scalda i cuori con la sua Parola, è Lui che, con l’Eucaristia, ci dona la vita nuova, è Lui che alimenta la fraternità episcopale e presbiterale; è Gesù che rigenera la Chiesa, che rassicura tra le ombre del tempo, che ci purifica perché possiamo vedere le opere dello Spirito; è Lui che ravviva l’amore per le anime, l’inquietudine della missione, la carità pastorale; è Lui che ci ripete: “Non temete, sono con voi sempre!”. Che cosa saremmo senza di Lui? Che cosa sarebbe la nostra vita? “È il rapporto con Lui a custodirci – ci ha ricordato lunedì il Santo Padre –; è l’amicizia con il Signore a portarci ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio”.

            Vi ringrazio, cari Confratelli, perché avete accettato che fossi io a presiedere questa Eucaristia nel cinquantesimo della mia Ordinazione Sacerdotale. È per me una grazia che mai avrei pensato di avere: poter celebrare con voi questo anniversario. Nel mio, vorrei raccogliere pure i vostri diversi anniversari, anche se fossero già passati o fossero ancora da venire. Tutti condividiamo da tempo la grazia della vocazione; del mistero di poter parlare, noi poveri uomini, con l’Io di Cristo: “Io ti assolvo, io ti battezzo, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Nel sacerdozio si rivela la grazia di Dio, che a piccoli esseri umani affida se stesso. E nella sua audacia, troviamo una temerarietà che solo Dio può avere.

È bello insieme ritornare all’inizio sacramentale della nostra Ordinazione, e lasciare libera per un momento l’onda calda dei ricordi: a distanza di anni, comprendiamo meglio la bellezza di quanto le mani invisibili dello Spirito hanno fatto in noi e di noi. Salgono dal profondo dell’anima emozioni e propositi, il volto dei genitori, del Vescovo ordinante e dei Formatori, degli amici che ci guardavano con affetto, forse ammirazione e speranza… la speranza di incontrare sempre un sacerdote con le parole e i gesti di Dio! E sorge spontanea la domanda: abbiamo risposto a tanta grazia? I bilanci li fa il Signore, a noi l’affidarci alla misericordia con il dovere della lode, della confusione inesausta di fronte al dono, all’eccedenza del compito. A noi il desiderio crescente di mai sminuire la grazia ricevuta, né con i nostri limiti né con i nostri peccati, né con la tiepidezza o l’abitudine degli anni. La semplicità del nostro operare – all’altare, in casa, sulla strada – sia sempre frutto della nostra preghiera, dell’adorare la grandezza di Dio nella nostra debolezza, grati che Dio ci ami nella povertà.

Sappiamo che il fluire degli anni potrebbe farci assopire: “Pietro dorme, Giuda è sveglio” affermava San Pier Canisio. E tutti noi sappiamo che il primo modo per vegliare sul popolo che ci è affidato è quello di vigilare su noi stessi, sul nostro stare con Cristo, certi che il nostro stare con Lui è la condizione per poter stare con loro: in fondo al gregge per incoraggiare e sostenere i più deboli, in mezzo per ascoltare e capire le loro vite, davanti per dare l’esempio e la guida. Sappiamo ormai per esperienza che è impossibile vivere di programmi e attività, e che il lavoro generoso è per noi, il frutto è nelle mani di Dio: “Se il Signore vorrà – ci ricorda l’apostolo Giacomo – vivremo e faremo questo o quello” (Gc 4,15).

Abbiamo tutti bisogno di un cuore caldo, e sappiamo che il calore interiore – capace di riempire la vita e di rivestire ogni azione di eternità – non è dato dal successo, dal consenso, dal seguito che si può conseguire, ma dallo stare umile nella volontà di Dio: nella pace! Solo questo è il nostro fuoco, la fornace ardente, il segreto della nostra vita di sacerdoti e di celibi: il segreto è vivere esposti alla luce dell’amore di Gesù nella preghiera, nella liturgia, nella fraternità con i nostri preti, nella diuturna vicinanza alla nostra gente: “La comunione – ci diceva ancora Papa Francesco – è davvero uno dei nomi della Misericordia”. Lontano da questo “cuore a cuore” anche il peggio diventa possibile.

Il Signore ci ha scelti per stare con lui, e con Lui andare e portare frutto. Ogni frutto richiede tempo e cura, ha bisogno di pioggia e di sole. Così per la nostra vita c’è bisogno di serenità e di difficoltà, di purificazione e di prova, come anche di tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Per questo, se guardiamo ai nostri anni trascorsi, insieme ringraziamo Dio per ogni cielo che ci ha sovrastato, per le ore buie e per quelle felici, per la libertà dell’obbedienza, sapendo che è meglio obbedire a chi si deve, per riuscire a non obbedire a chi non si deve.

Gesù, parlando del frutto della vite, ci rimanda al vino, immagine dell’amore: l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice e inscindibile amore non è solo dolce e desiderabile, ma porta con sé anche il carico della pazienza, dell’umiltà, della fiducia, sapendo che – come ricorda il Vangelo odierno – sotto la superficie e le apparenze, sotto i difetti degli uomini e le colorazioni della vita, sotto c’è sempre del buono. E Dio ci chiede di credere nell’uomo, perché Lui per primo ci crede: “Chi non è contro di voi è con voi”. Nella prospettiva degli anni, abbiamo meglio compreso che è il Signore la sorgente della carità pastorale, non noi, la nostra buona volontà, le nostre doti: solo il suo amore per noi ci rende capaci e ci spinge ad amare i fratelli senza trattenerli a noi stessi; a diventare un frammento di pane per la fame degli uomini; ad essere mano misericordiosa di Cristo che accoglie, ascolta, accompagna i poveri e i deboli nel corpo e nello spirito: “Conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore” ci ha detto la Liturgia in quel giorno; che non stentiamo a legare ancora a quanto ci ha detto il Santo Padre: “Nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero vi hanno posto, offritevi con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuite che, umanamente, forse nessuno vi ringrazierà a sufficienza del vostro donarvi senza misura”.

Non finiremo mai di ringraziare il Signore! Preghiamo, cari Amici, gli uni per gli altri, per i nostri Presbiteri, le Comunità affidate alla nostra cura di Padri e Pastori. E preghiamo stretti al Santo Padre che, vicini alla tomba dell’Apostolo Pietro, prega con noi e per noi. Noi preghiamo per lui, per la sua missione di Pastore universale, mentre gli rinnoviamo la nostra affettuosa vicinanza e la nostra piena e operosa collaborazione.

In questo contesto è bello fare nostro il mandato di un grande Vescovo e Martire, Sant’Ignazio di Antiochia, che raccomandava al Vescovo Policarpo: “Ti scongiuro, per la grazia di cui sei rivestito, di continuare il tuo cammino e di esortare perché tutti si salvino (…). Abbi cura di mantenere l’unità, perché nulla vi è di più prezioso (…). Porta le infermità di tutti come un valido atleta (…). Non ti spaventino quelli che sembrano degni di fede, ma insegnano false dottrine. Sta saldo come l’incudine sotto il martello (…). Dobbiamo sopportare ogni cosa per Dio, perché anch’egli, a sua volta, sopporti noi”.

A Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, ai santi Pietro e Paolo, affidiamo noi stessi, le intenzioni del nostro cuore di Pastori, la comunione del nostro Episcopato, la bellezza della nostra Chiesa in Italia. Amen!

                                                                        Angelo Card. Bagnasco

                                                                        Arcivescovo di Genova

                                                       Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

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