E’ ufficiale, l’FBI non ha più bisogno di Apple per sbloccare gli I-Phone

By on 29 marzo 2016

E’ ufficiale: la polizia federale americana non ha più bisogno di Apple. E’ infatti riuscita a sbloccare l’iPhone di Syed Rizwan Farook, uno dei due attentatori che lo scorso dicembre aprirono il fuoco a San Bernardino (California) uccidendo 14 persone e ferendone una ventina. Di conseguenza il dipartimento di Giustizia ha deciso di chiudere il caso legale contro il gruppo produttore dello smartphone, che si era rifiutato di onorare un ordine di un giudice in base al quale avrebbe dovuo creare un software capace di abbassare le difese di quell’iPhone permettendo all’Fbi di bombardarlo con una marea di password fino a quando sarebbe stata trovata quella giusta. Quel rifiuto aveva avviato un braccio di ferro tra il governo Usa e l’azienda che avrebbe dovuto portare a un’udienza, il 21 marzo scorso posticipata perché il dipartimento di Giustizia disse di avere trovato una possibile soluzione per lo sblocco del dispositivo grazie all’aiuto di un “soggetto terzo” che resta tutt’ora sconosciuto (nei giorni scorsi era emerso il nome dell’azienda israeliana Cellebrite). Una settimana esatta dopo, il dipartimento stesso ha comunicato che quella soluzione ha funzionato rendendo inutile un’udienza futura. “Il governo ha con successo avuto accesso ai dati conservati nell’iPhone di Farook e di conseguenza non richiede più l’assistenza di Apple”, recita un documento depositato ieri dal dipartimento di Giustizia. Le autorità competenti “hanno con successo recuperato i dati” e ora l’Fbi li sta analizzando “in linea con le procedure standard di indagine”. La speranza è trovare informazioni utili che spieghino potenziali legami di Farook con gruppi terroristi. “Garantire alle forze dell’ordine la possibilità di ottenere informazioni digitali cruciali per proteggere la sicurezza nazionale e del pubblico resta una priorità del governo”, sia che essa sia raggiunta “con la cooperazione di parti rilevanti o attraverso il sistema giudiziario quando la cooperazione fallisce”, ha dichiarato Melanie Newman, portavoce del dipartimento di Giustizia. La battaglia tra il governo e Apple non è comunque finita. I legali del gruppo guidato da Tim Cook avevano già detto di volere sapere quale metodo è stato usato per sbloccare l’iPhone ma non è affatto detto che Washington voglia condividere questa informazione. “Al momento sappiamo che questo strumento funziona sull’iPhone 5c che è stato trovato nel caso di San Bernardino, che era dotato di una versione [del sistema operativo] iOS 9”, ha spiegato un funzionario Usa ieri durante una conference call con la stampa aggiungendo: “Al momento non possiamo commentare sulla possibilità che in futuro” quel metodo sia svelato. Non è nemmeno chiaro se quella tecnica potrà essere usata con altri dispositivi in possesso delle forze dell’ordine. Se il metodo diventasse top secret, si solleverebbero dubbi sulla sicurezza dei prodotti Apple. Il timore è che i suoi utenti potrebbero essere esposti a parti terze che potrebbero usare la vulnerabilità dei suoi dispositivi per accedervi a fini illeciti. Inoltre il dibattito sulle tecnologie di crittazione resta comunque aperto: come spiegato da Newman, gli Stati Uniti “continueranno a perseguire tutte le opzioni a disposizione” per permettere alle autorità di mettere le mani su quanto salvato su un dispositivo considerato rilevante. Una tale missione verrà portata avanti “sia cercando la cooperazione dei gruppi manifatturieri sia facendo affidamento sulla creatività nei settori pubblico e privato”. Resta il fatto che il dipartimento di Stato aveva originariamente sostenuto che “l’assistenza cercata poteva essere fornita soltanto da Apple”. Cosa evidentemente non vera.

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