Caso Regeni. Renzi: no a verita’ di comodo

By on 27 marzo 2016

 L’Italia non si accontenterà di “verità di comodo”. All’indomani della nuova versione arrivata dal Cairo – secondo cui il ricercatore friulano sarebbe stato vittima di una banda di criminali – , e’ il premier Matteo Renzi a dare un altolà, lanciando un preciso avvertimento alle autorità egiziane.

“Vorrei fare gli auguri di Buona Pasqua a tutti gli italiani, ma – me lo permetterete – soprattutto a chi in questo anno ha perduto qualcuno di caro, un amico, un congiunto, un genitore, un figlio. La Pasqua e’ per credenti e non un’occasione di festa, certo. Ma anche una opportunita’, laica e religiosa, di riflettere sulla vita e sulla morte. E allora il mio Buona Pasqua e’ innanzitutto per quelli che in questo ultimo anno sono stati colpiti da un lutto. Tra i tanti, un pensiero speciale alla famiglia di Giulio Regeni, il giovane italiano ucciso in circostanze ancora tutte da chiarire al Cairo quasi due mesi fa”, scrive Renzi nella sua e-news.

“Un pensiero accompagnato da un impegno: l’Italia non si accontentera’ di nessuna verita’ di comodo. Consideriamo un passo in avanti importante il fatto che le autorita’ egiziane abbiano accettato di collaborare e che i magistrati locali siano in coordinamento con i nostri, guidati da una figura autorevolissima come il Procuratore di Roma Pignatone e accompagnati da investigatori di prim’ordine. Ma proprio per questo potremo fermarci solo davanti alla verita’. Non ci servira’ a restituire Giulio alla sua vita. Ma lo dobbiamo a quella famiglia. E, se mi permettete, lo dobbiamo a tutti noi e alla nostra dignita’”.

Intanto i familiari del ricercatore denunciano “un infamante depistaggio” da parte delle autorita’ del Cairo. “Credo che il nostro sgomento sia quello dell’Italia intera, rispetto a questi infamanti depistaggi che si susseguono in questi giorni”, ha affermato l’avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ai microfoni di Radio 1 Rai. “La cosa che ci ha colpito di piu’ – ha proseguito il legale- e’ l’insulto, la mancanza di rispetto non solo nei confronti di Giulio ma di tutto il Paese, delle istituzioni, come se potessimo accontentarci di queste menzogne. Allo sgomento – ha proseguito – si unisce la soddisfazione e la fierezza di essere italiani e di avere il sostegno delle istituzioni, delle tante associazioni umanitarie e soprattutto dei cittadini. Questo per la famiglia di Giulio e’ molto importante”.

Si terra’ il 5 aprile prossimo a Roma l’incontro tra i rappresentanti della polizia italiana ed egiziana che lavorano sul caso del 28enne ricercatore di origine friulana, scomparso il 25 gennaio scorso al Cairo in circostanze ancora chiarire e trovato cadavere il 3 febbraio. L’appuntamento istituzionale, che fa seguito alla recente trasferta nella capitale egiziana del capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone e del pm Sergio Colaiocco, avra’ un valore particolarmente significativo perche’ i nostri investigatori chiederanno informazioni e notizie dettagliate sulle modalita’ di ritrovamento dei documenti di Giulio Regeni. La polizia egiziana ha fatto sapere di aver ucciso alcuni membri di una banda criminale specializzata in sequestri e che avrebbe rapito il ricercatore. La nuova versione e’ stata ‘accreditata’ con la notizia del ritrovamento di alcuni effetti personali del giovane.

Inutile dire – trapela da fonti inquirenti – come susciti non poche perplessita’ la versione egiziana secondo cui i documenti del ricercatore italiani sono stati rinvenuti nell’abitazione della sorella di uno dei cinque presunti rapinatori egiziani uccisi in uno scontro a fuoco. Chi indaga si limita a far notare come tra gli effetti personali mostrati dalle autorita’ del Cairo siano riconducibili a Regeni solo le due tessere universitarie, il passaporto e la carta di credito. Il resto, e cioe’ lo zainetto, gli occhiali da sole, il portafoglio e un pezzetto di hashish, non era di proprieta’ della vittima.

Non solo: secondo il quotidiano “al Masry al Youm”, la moglie di Tarek Abdel Fatah, componente della banda, ha affermato che il marito era entrato in possesso della borsa rossa con all’interno alcuni effetti di Regeni solo da cinque giorni e che la stessa borsa sarebbe appartenuta a un suo amico e non a Regeni. Tra gli altri particolari emersi, la moglie di Fatah ha detto che il marito avrebbe preso in affitto alcuni appartamenti in diversi quartieri di Qalyubia, nel governatorato del Delta del Nilo, per depistare le indagini della polizia. Fatah, sempre secondo i racconti della moglie, si sarebbe finto un pittore per muoversi liberamente. Intanto la moglie e la sorella di Tarek rimarranno in carcere per quattro giorni, cosi’ come il cognato di Tarek. I tre sono accusati di aver nascosto un criminale e di furto.

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