PER INVERTIRE LA ROTTA.

By on 16 agosto 2013

cambio rotta(*) di Cristiano Ottaviani

Per risollevare l’Italia dalla crisi non servono slogan fini a se stessi, né astratte formule ideologiche, ma una chiara inversione dei rapporti di forza all’interno dell’Unione Europea e dell’economia internazionale.

Se in passato le gerarchie tra gli stati erano determinate dalla potenza militare, oggi tra paesi avanzati la forza si basa sull’economia. Siamo sempre in guerra ma con altri mezzi.[1] Non saper leggere questa realtà è pericoloso perchè non solo ci espone all’offensiva altrui, che ovviamente si protegge con le belle parole del politicamente corretto, ma anche perchè ci impedisce di creare un ordine più equo e progressista.

L’Italia oggi non ha sovranità monetaria quindi non può svalutare, né può detassare o generare spesa per stimolare sviluppo perchè ha una cospicua parte del debito pubblico in mano a



[1]     Edward N. Luttwak, Strategy: The Logic of War and Peace, Revised and Enlarged Edition (in inglese), Belknap Press of Harvard University Press, 2002

potenziali speculatori esteri pronti a punirla a colpi di spread . I dicktat della Bce, della Merkel e  del Fmi si spiegano tenendo conto di questo elemento. Per riprendersi in questa situazione il nostro paese può solo cercare di sfruttarle nella maniera più intelligente gli eventi esterni, come sta facendo il governo Letta, ma i risultati in questa maniera non possono che essere labili e dipendenti dalla non generosa volontà altrui. I cosiddetti aiuti europei sono pagati a caro prezzo dall’Italia, che per avere ossigeno con il quale mantenere la sua insostenibile contabilità pubblica e finanziare il debito, è costretta a pagare indirettamente i debiti delle banche straniere che hanno fatto investimenti sbagliati. La soluzione è quella di attuare operazioni macrostrutturali interne. Segnalo al riguardo due posizioni. La prima, capeggiata dal professor Tremonti, prevede l’acquisto della maggior parte dei  titoli  di debito pubblico da parte di investitori italiani, che in questo modo toglierebbe agli speculatori internazionali la possibilità di ricattarci attraverso lo spread. Tremonti consiglia inoltre di riformare in maniera importante il sistema creditizio- finanziario, tornando sostanzialmente ad essere simile a quello presente in Italia fino ai primi anni 90.[1]

La seconda visione, teorizzata dal professor Pelanda,prevede di creare un fondo sovrano multi-comparto con il patrimonio dismissibile che dovrebbe avere un valore di circa 600 miliardi di euro e attraverso progressive dismissioni e valorizzazioni finanziarie, non disgiunte da controlli su settori strategici, ridurre il debito pubblico in poco tempo sotto il 100%.[2] Al tempo stesso Pelanda propone di ottenere, usando il peso contrattuale non indifferente del nostro paese all’interno dell’Unione Europea, la possibilità di contabilizzare 75 miliardi di euro fuori dal debito e con questi pagare i fornitori della pubblica amministrazione[3], aprendo contemporaneamente la strada alla detassazione a favore della sviluppo produttivo.

Entrambi i sistemi sono interessanti, basati su dati reali, e non necessariamente si escludono a vicenda. Il primo è tendenzialmente conservatore e statalista, centra bene la questione della sovranità, ma non risolve del tutto il problema che è di modello. L’Italia per rendere forte la sua produttività ha bisogno infatti di reingnerizzare il suo modello economico adottandone uno più dinamico, capace di creare sviluppo. La seconda proposta è liberista/ nazionale, traccia una politica più di sviluppo che difensiva, ma non chiarisce per ora potenziali problemi legati ad eventuali dismisssioni del patrimonio strategico (Finmeccanica, Eni, Enel).

Attualmente né Pd né Pdl, retorica a parte, sono in grado di portare avanti queste politiche, né credo possibile possa farlo il governo “concertativo” di Enrico Letta.

Il motivo è semplice: come nelle colonie  gli aborigeni che hanno potere all’interno di stati dominati da potenze e potentati straniere non hanno interesse a sfidare i dominanti perchè rischierebbe di alterare lo status quo su cui basa la propria posizione, cosi nell’economie nazionali che subiscono in maniera determinante il potere altrui, chi comanda accetta il  peso di chi è superiore per non alterare la propria rendita parassitaria. Oggi però le cose stanno cambiando. La perdita di ricchezza non sta colpendo solo chi i soldi non li ha come all’inizio della crisi. Se il problema riguardasse solo i poveri infatti la soluzione sarebbe più difficile, visto anche la progressiva alienazione politica che ha colpito i ceti più deboli negli ultimi decenni. Significativamente questa crisi sta colpendo anche chi i soldi li ha e intende difenderli cercando e investendo in nuovi referenti politici  che assicurino la possibiltà di arricchirsi producendo. Questa dinamica, se opportunamente istituzionalizzata e intercettata politicamente, può portare novità interessanti.

Un governo di coalizione non può sommare attivamente  interessi “destabilizzanti” per lo status quo parassitario, ma solo quelli passivi in grado di alimentarlo perchè non è in grado di gestire un vero scontro tra forze economiche sociali in modo significativo.

 

Il Pdl per cambiare questo stato di cose dovrebbe trasformare il suo sventolato liberismo di pancia in un liberismo nazionale capace di dar vita a vero sviluppo industriale; il Pd potrebbe invece contrarre in maniera significativa la dipendenza dai suoi riferimenti classici ovvero sindacati, pubblica amministrazione e grande capitale assistito, a favore dei ceti medi produttivi.

Chi tra le due forze politiche principali  si muoverà verso questa formula di sviluppo potrà ottenere il consenso degli italiani in maniera vincente.

Personalmente, pur temendo moltissimo l’ideologismo del Pd pericolosamente meno pragmatico rispetto al Pdl, preferirei che questa operazione venisse fatta da sinistra, anziché da un centro destra che in Italia punta troppo al “particulare” anziché alla collettività, senza neanche porsi domande sulla differenza che intercorre tra  sistema paese e democrazia sociale.

Spero tuttavia che il Partito Democratico si convinca sempre più della possibilità di valorizzare questo binomio e abbia una classe dirigente nuova in grado di costruire su ciò un nuovo progetto politico.

 (*) Giornalista Pubblicista – Vicecapodirettore Nazionale IQ

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