SE RENZI DIVENTASSE LEADER DEL PD

By on 11 agosto 2013

renzi-matteo-reuters-258di Cristiano Ottaviani (*)

IQ. 11/08/2013 – Il 24 novembre ci saranno le primarie per scegliere il leader del Partito Democratico

Non si conoscono ancora le regole congressuali. Qualcuno propone le primarie ristrette, altri le vorrebbero aperte. Si tratta di tatticismi importanti per chi fa politica che però dovrebbe avere lo scopo di rendere il partito non un cartello di notabili con mille idee e interessi diversi accumunati dall’antiberlusconismo di facciata, come e’ stato finora, ma una forza politica in grado di incidere sulla società e rinnovare il paese.

Sappiamo per certo che Renzi affronterà la sfida, non conosciamo invece chi potrebbe essere il suo rivale anche se si fanno molti nomi. Sinceramente tra le proposte fino ora presentate quella renziana sembra la più forte e coerente.

La resistenza dell’apparato del Pd a Renzi non è ideologica ma di comando. Il cosiddetto “liberismo renziano”, tanto criticato da alcuni intellettuali di sinistra, non c’entra; il problema è dato dagli equilibri di potere perché il giovane sindaco toscano non vuole essere scelto come capo dai notabili del partito, ma dagli elettori con le primarie.

Renzi infatti se eletto, accentuerà la sua leadership e si proporrà, non come mediatore alla Bersani o come potrebbe essere Letta, ma come decisore.

I notabili dovranno riorganizzarsi su posizione di debolezza e in alcuni casi emigrare verso altri soggetti o ritirarsi.

Il nuovo Pd così non potrà che aprire la sua classe dirigente alle forze nuove del paese che da anni aspettano referenti non compromessi con il sistema fino al punto di non poter più innovarlo.

Sicuramente il nuovo leader ha intenzione di riprendere il progetto veltroniano del partito a vocazione maggioritaria rompendo l’alleanza con Vendola e si presenterà solo all’elezioni appoggiato eventualmente da liste civiche .

L’alleanza con la sinistra radicale si è dimostrata del resto per il centro sinistra paralizzante e capace di spaventare più elettori, rispetto a quanto è in grado di catturarne.

Il nuovo Pd sarà in grado di offrire una proposta razionale a chi desidera lo snellimento del sistema partitico, oggi proposta solo da Grillo, e sarà attrattivo per molti elettori anche del centro-destra, i quali trovando una proposta liberale riformista seria, abbandoneranno il progetto populista e urlato di Berlusconi che per vivere ha bisogno di tensione, marcata contrapposizione e chiusura.

Renzi dopo aver vinto l’elezioni potrebbe proporre a Berlusconi la pacificazione nazionale, non creando un governo di coalizione, ma proponendo un progetto di riforme istituzionali condiviso capace di rafforzare il potere esecutivo. Il Partito Democratico renziano seguirà una politica di modernizzazione aperta ad un intelligente green economy, favorendo un incremento delle energie alternative oltre che nuove infrastrutture, uno snellimento della pubblica amministrazione e un riassetto dell’organizzazione dello Stato.

Su queste basi sarà possibile anche riformare il mercato del lavoro secondo il modello danese proposto dal professore Ichino, reingegnerizzare il welfare in senso liberale e trasformare le relazioni aziendali seguendo in parte il modello partecipativo tedesco.

Importanti i cambiamenti anche in politica estera. Un governo Renzi filoisraeliano e filoamericano avrà connotazione fortemente occidentalista. In questo modo la politica di condizionamento della Germania e della Francia sul nostro paese sarà attenuata e potrà porsi su basi più serie la costituzione dell’Europa Unita.

Dal punto di vista ideologico la vittoria del “renzismo” sarebbe l’effettiva costruzione del Partito Democratico, che altrimenti si trasformerebbe nella brutta copia del partito socialista e tornerebbe, spiazzato dall’impossibilità macroeconomica di attuare le sue ricette, ad essere subalterno,  come ai tempi del Pci, rispetto ad una nuova grande Dc spostata a destra.

Verrà abbandonato l’ideologia post catto-comunista e laicista, sovrastrutture retoriche utilizzate per coprire l’apparato burocratico clientelare e conservatore del partito a favore di un sistema più attento ai problemi reali. In nome del pragmatismo ci sarà una nuova cultura della sicurezza, della tutela degli interessi nazionali oltre che un’inversione di tendenza sulla pressione fiscale.

Da temere in una leadership renziana la possibile infiltrazioni di lobby economico/ finanziarie internazionali che proveranno ad assaltare il patrimonio industriale italiano attraverso la richiesta di dissennate dismissioni delle industrie strategiche e che proveranno a penetrare, in nome del libero scambio a senso unico, nel capitalismo italiano.

Un think tank specifico, capace di proporre al leader toscano una strategia di difesa del patrimonio industriale italiano non protezionistica ma modernamente realistica, potrebbe essere fondamentale per perfezionare il progetto.

Sarebbe importante anche se gli economisti di sinistra lasciassero stare l’archeologia irrealistica che li lega ancora a modelli infattibili per aprirsi invece ad elaborare un intelligente keyneismo capace di fermare l’eccessiva compiacenza di cui finora hanno goduto gli ambienti della finanza e lo pseudo liberismo italiano che in realtà è stato classista e speculativo.

Su queste basi già dal 2016 il destino dell’Italia potrebbe invertirsi ed esserci una grande crescita accentuata dal crescente interesse americano, dalla rinascita del Sud, dal riordino del sistema Europa e da una politica geoeconomica nazionale  capace di proiezione globale.

 (*) Giornalista Pubblicista  – Vicecaporedattore Nazionale Informazione Quotidiana

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