PostVisioni: Argo, di Ben Affleck

By on 20 novembre 2012

di Luigi Cecchi

(IQ. 20/11/2012) – «Ti preoccupa l’Ayatollah? Perché ancora non conosci il sindacato degli sceneggiatori.» – Lester Siegel

Cinematograficamente parlando, conosciamo Ben Affleck sia come attore, che come regista (The Town è il suo più recente film, prima di Argo), e nonostante non ci abbia mai esaltato in nessuna delle due vesti, si può dire con certezza che la regia di questa sua ultima opera sia di gran lunga la cosa migliore. Per due ore Argo ci riporta indietro agli ultimi giorni degli anni settanta, quando la rivoluzione komeinista costrinse lo sciah dell’Iran a rifugiarsi in Usa e l’ambasciata americana fu assalita dal popolo che chiedeva l’estradizione del tiranno. Sei americani sfuggirono all’assalto e si rifugiarono a casa del primo ministro canadese, laddove rimasero per oltre due mesi prima di essere salvati. Quando Bill Clinton nel 1992 declassificò l’operazione della Cia che li trasse in salvo, si venne a sapere che il merito non fu solo del Canada ma anche dei servizi segreti USA, e che l’agente Tony Mendes aveva escogitato un piano davvero folle per far volare via sani e salvi i suoi compatrioti dall’Iran: presentandosi come un produttore cinematografico in cerca di location per un film di fantascienza, Mendes li spacciò per i membri della sua troupe e riuscì a rimpatriarli.

Il regista tenta di raccontare la storia cercando il compromesso tra ricostruzione di fatti storici e intrattenimento, giocando tutte le sue carte. Come testimonia la carrellata di foto nei titoli di coda, scenografie fedeli, costumi e fotografia sbiadita hanno cooperato per ricreare perfettamente le atmosfere di quei giorni. L’attenzione dello spettatore è tenuta viva alimentando di continuo la suspance, come telefonate che giungono all’ultimo minuto, controlli ai quali si sfugge per un pelo, momenti di tensione che potrebbero sfociare in tragedia. Ovviamente, niente di tragico accade mai (e verosimilmente, non è accaduto), ma Ben Affleck sa dosare i tempi di camera, la colonna sonora incalza, e gli attori sono adeguatamente espressivi. Così, per un gioco di illusioni, pur sapendo che andrà tutto bene si finisce per suscitare ansia nello spettatore e il film funziona.

Meno solida è la sceneggiatura quando si tratta di alleggerire l’atmosfera, soprattutto nei momenti in cui la telecamera torna in USA e nel QG della Cia. Ogni due battute, una è ad effetto, come se le spie anni ’80 non sapessero parlare che con frasi fatte. Stessa cosa nella Hollywood di quel periodo, composta solo da macchiette e da sbruffoni, che in maniera del tutto caricaturale interagiscono fra loro. Ma è in queste scene che Affleck inietta la maggior parte della sua vena ironica, con battutine al vetriolo nei confronti della gestione dei servizi segreti e anche dell’industria del cinema. Non è un caso che John Goodman (nella parte del truccatore John Chambers, realmente coinvolto nell’operazione) si rivolga a Mendes (interpretato proprio da Ben Affleck) con queste parole: «Anche una scimmia imparerebbe a fare il regista, in un giorno.»

Si potrebbe accusare il film di aver ridotto il popolo Iraniano a una massa bidimensionale di fondamentalisti, giacché sono poche le poche scene in cui se ne evidenziano le contraddizioni (nel personaggio della donna di servizio iraniana, o nella scena del KFC affollato), ma diluendo la pericolosità del contesto nel quale si ambientava il film, probabilmente sarebbe venuta meno la tensione, e ci saremmo addormentati al cinema. Questo invece non succede, e nel caso di un docu-film è senz’altro un merito. Ottima prova, Ben.

 

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